martedì, 27 ottobre 2009
«LaCapa, ascoltami: dobbiamo inventarci una storia carina per quando le persone ci chiederanno come ci siamo incontrati...»
«Hai ragione, Monsieur Déjà vu. La verità sui modi e sui non-luoghi è meglio tenerla per noi.»

Dunque, è capitato più o meno unannoequalcosa fa. Io ero seduta in un bar, tavolino ad angolo, caffè con una bustina di zucchero e libro tra le mani. Dovevo andare all'università, ma m'ero fermata un po' per i fatti miei, ché ogni tanto mi piace farlo.
Lui è entrato poco dopo, con un sacchetto della Mondadori tra le mani, ha preso posto al tavolino accanto al mio e ha ordinato un caffè. Il cameriere, estremamente antipatico, gliel'ha praticamente sbattuto sotto il naso, senza neanche guardarlo in faccia.

«Scusi, potrebbe portarmi lo zucchero?», ha domandato.

Il cameriere l'ha guardato con disprezzo e ha fatto finta di non sentirlo. Io, che seguivo la scena senza neanche troppa discrezione, ho sorriso.

«Se vuoi, a me le bustine le ha portate...»

Lui m'ha ringraziata, s'è alzato, ha preso lo zucchero e ha sbirciato il titolo del libro che avevo tra le mani.
«Alla fine, Tizia va a letto con Caio e, in pratica, è un incesto. Sempronio se ne va e Vercingetorige muore».
«Rivelarmi la fine del libro che sto leggendo è la maniera sbagliata per attaccare bottone, lo sai?»
«Dovresti ringraziarmi, ti ho risparmiato un sacco di fatica. E' un libro bruttissimo».

E abbiamo cominciato a chiacchierare.
Poi lui ha guardato l'orario, s'è accorto d'essere tremendamente in ritardo a lavoro, m'ha scritto su un foglio di carta il nome della trasmissione radiofonica che stava andando a condurre, ed è scappato.

Entrata in macchina, ho acceso la radio e l'ho cercato tra le stazioni. L'ho trovato, l'ho ascoltato, mi sono divertita. Quando sono tornata a casa, gli ho scritto all'indirizzo e-mail della trasmissione, complimentandomi per il programma.

Ecco, facciamo che è stato così che ci siamo conosciuti, che non è neanche troppo falso perché alcune verità, in queste poche righe, ci sono.

Monsieur Déjà vu, a quei tempi, era fidanzato con il Canedacaccia e, quando mi guardava, lo pensava che fossi carina, e pure che fossi simpatica, però si manteneva ad una certa distanza, perché gli piaceva fingere di non essere uno che tradisce. Si scherzava, da buoni conoscenti, si andava a bere una birra insieme, ogni tanto, si rideva.
Una sera, ci siamo ritrovati in chat, nervosi entrambi.

«Come va?», mi ha domandato.
«Non è il momento», ho risposto.
«Bene».

Monsieur Déjà vu mi ha telefonato.

«Il Canedacaccia mi ha lasciato».
«Ho appena rotto col Batteristalcolizzato».

Siamo scoppiati in una fragorosa risata, non perché ci fosse qualcosa da ridere, bensì perché la situazione era, per usare un aggettivo che a lui piace tanto, grottesca. Ci siamo raccontati le reciproche chiusure, ci siamo vicendevolmente presi in giro, quindi ci siamo salutati.

«Adesso che farai?»
«Intanto, vado a distruggermi d'alcol. E tu?»
«Vado a fare lo stesso».

Sono passate un paio di settimane, poi abbiamo organizzato una serata insieme.

Lui e i suoi due più cari amici, io e le Dears. All'Ostello. Io non conoscevo i due tipi, le Dears non conoscevano proprio nessuno. E' stata una serata terribile.
Non ricordo che ora fosse, ma Dearfriend Ballerina e Miamiglioreamica erano fuggite da un pezzo, lasciando DearLowe e Dearfriend Porno a consolarsi con un mazzo di carte, mentre prendevano piede discussioni sulla pioggia e le temperature. Facaldomal'annoscorsonefacevadipiù.
Quando abbiamo deciso di andare altrove, lui ha lanciato ai suoi amici le chiavi della sua macchina, e mi ha seguita verso Vanda.
Arrivati alla mia auto, lui mi ha spinta contro la portiera, mi ha baciata, e io ho esclamato: «Oddio, no!»
No, perché mi piaceva. No, perché era un errore. No, perché era tutto un déjà vu.

Già visto: un uomo confuso che non vuole farmi soffrire e non ne vuole sapere d'impegnarsi, l'assenza di prospettive, il “non aspettarti niente”, poi “io prendevo la patente e tu facevi la quinta elementare”. Uno che presta libri, che suggerisce canzoni, che fa l'adolescente con me al telefono, fino alle due e mezza del mattino, poi mi prende in giro, mi dice che ha sbagliato amica, perché Dearfriend Ballerina è più attraente di me, e io faccio finta di arrabbiarmi però sorrido e lui “tanto lo sai che ho occhi solo per te”.
Uno che vive in un mondo lontano anni luce dal mio, uno che non avrei mai rischiato d'incontrare se le nostre vite non andassero avanti un po' come l'astronave di Douglas Adams, a propulsione d'improbabilità, uno che s'è scocciato di fare finta e vuole essere sincero, che sostiene che le parole non abbiano granché senso, perché sono le azioni che contano, “e quindi, LaCapa, quello che dovresti valutare non è il fatto che alle sei del mattino ti scrivo una battuta stupida, ma che alle sei del mattino penso a scriverti qualcosa”.
Monsieur Déjà vu il giorno del mio compleanno mi ha trascinata in un bel posto e mi ha dato un regalo, convinto che fosse troppo scontato, invece nessuno ci aveva pensato ad un taccuino su cui scrivere… Compivo vent’anni ed era la prima volta che qualcuno mi diceva “auguri, LaCapa” e poi mi baciava.
A Monsieur Déjà vu ho telefonato quella notte, ubriaca fradicia durante i festeggiamenti per Artista Insoddisfatto, ché era pure il suo compleanno e quando ci sono di mezzo lui, Asparagio e Uomo Riccio è certo che non si rimanga lucidi troppo a lungo. Dicevo, gli ho telefonato, non so bene cosa gli ho detto e lui un po’ s’è divertito e un po’ no, ma l’indomani non avevo alcuna voglia di sentirlo.
Ho pensato che “ecco, ho sbagliato un’altra volta” e mi sono chiesta dove sia finita quella persona che di errori non ne faceva troppi, in fondo. Poi ho capito che perfino le cazzate hanno i loro lati positivi: se non c’è di peggio, si può solo andare a migliorare. E poi fanno ridere.
Sì, perché pare io gli abbia detto: «Senti, io non sono innamorata di te. Ma quando tu capisci che mi sto innamorando, dimmi che intenzioni hai, così mi organizzo». E per affermare una cosa del genere bisogna proprio essere in un meraviglioso stato d'incoscienza etilica.

Monsieur Déjà vu mi ha fatto un discorso, una sera. Eravamo stati al cinema, a vedere “Up” che è un bel film e qualcuno ha detto che sa essere pure commovente, solo che io non mi commuovo, quindi non lo so mica. Insomma, eravamo stati al cinema e lui aveva avuto una bruttissima giornata. Pure la mia non era stata proprio facile facile, a dirla tutta. E mi ha fatto un discorso.
Mentre parlava, io vedevo quella stessa scena, quelle stesse parole e un'altra faccia al posto della sua. Le pause negli stessi momenti, la stessa difficoltà nell'esprimere alcuni concetti, la stessa spiazzante sincerità o convincente presa in giro.
Ero lì, dentro al replay, e desideravo con tutto il cuore essere altrove. Desideravo non avere soltanto vent'anni, non essere ancora una volta troppo piccola, desideravo essere arrivata al momento giusto o almeno in uno sbagliato soltanto a metà.
Le Dears mi avrebbero detto che, in fondo, me le cerco. Coi ventenni le cose sanno essere più facili.
 
Ma le cose facili sono noiose e, probabilmente, non sono fatte per me. Le cose complicate, invece, riescono a sorprendermi.

Come il discorso che mi ha fatto Monsieur Déjà vu. Per la sua conclusione, più che altro. Mi aspettavo un finale fotocopia e me ne sono trovata davanti uno diverso.
Quasi quasi, migliore. Ma questo facciamo che l'ho detto sottovoce.
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categoria:sentimentalismi musicali, riflettevo
domenica, 11 ottobre 2009
Eccomi ancora, sono Agata, la solita autostima.
Non sono stata interpellata per un po', ma solo per pigrizia, mica perché la situazione sia migliorata. Poi, certo, ci sono quelle cose che rendono necessario un mio intervento, e a quel punto astenersi da un commento sarebbe codardo perfino per chi vi scrive.

«Ma LaCapa crede a tutto quello che le dicono?», ha chiesto il fidanzato di Miamiglioreamica proprio a Miamiglioreamica, qualche giorno fa. Si riferiva al presente con futuro scontato, secondo lui, della mia datrice di lavoro.

No, LaCapa non crede a tutto quello che le dicono. LaCapa, però, crede che la gente, quando afferma qualcosa, la pensi, non crede nella cattiveria ma è fermamente convinta che esista la stupidità, e che anche quella sappia ferire.

LaCapa non concepisce l'idea della "presa in giro", perché la trova una perdita di tempo, oltre che una dimostrazione di infinita infantilità. Sostiene che, soprattutto quando ci sono i sentimenti di mezzo, non ci sia chi vince o chi perde. Un uomo a cui non importa niente di una donna e che la illude solo per portarsela a letto non ha vinto, ha soltanto dimostrato di essere un po' vuoto. Lo stesso dicasi per una donna, intendiamoci.

LaCapa, in fondo, è romantica. Arrossisce per i complimenti, e adora sentirli, però la imbarazzano tantissimo, perché si sente proprio una ragazzina quando sorride perché le hanno detto "oh, quanto sei carina oggi!". E si schermisce, quando li sente, visto che non le hanno mai spiegato come si risponde ad una cosa simile e dire soltanto "grazie" le pare arrogante.

LaCapa non concepisce le bugie e la mancanza di fiducia, non sopporta l'idea che si possa mentirle, perché lei non si arrabbia mai, quindi sarebbe proprio uno smacco volontario. E' la persona più comprensiva ed accondiscendente dell'universo conosciuto, e pure di quello ignoto. Prende tutto con una risata e giustifica. LaCapa giustifica tutti.
LaCapa ha vent'anni ed è ingenua. Ma non è che è ingenua perché ha vent'anni, ché qualcosa le dice che continuerà ad esserlo pure a trenta e a quaranta.

LaCapa non è più di una bambina, e se sapeste quanto sa essere insicura vi domandereste come ha fatto a mettersi in gioco tutte quelle volte che faceva un salto nel vuoto, col rischio di cadere sul duro e farsi molto male. E' che LaCapa ha vent'anni, le dicono tutti che ne dimostra di più, ed è tonta, quindi ritiene che tutto faccia brodo. Che tutto sia utile a capire qualcosa, di sé e degli altri.

LaCapa ha vent'anni. Da oggi.

Una notte, in spiaggia, Dearfriend Ballerina l'ha invitata a riprendersela, la sua età, a smetterla di cacciarsi in situazioni strane più grandi di lei, a mettersi in pausa dal finto gioco che le fa rincorrere un tesserino da giornalista, a concentrarsi sull'hic et nunc, che prevede shopping, discoteche, niente notizie, alcoliche visioni, pochi romanzi, nessuna responsabilità e, soprattutto, una certa dose di immaturità.

Io, che di mestiere faccio l'autostima e la mia datrice di lavoro la conosco come le mie tasche, so che lei non riuscierebbe a vivere così per più di ventiquattro ore.
Le ventiquattr'ore del giorno del suo compleanno.
mercoledì, 30 settembre 2009
In quel momento apparve la volpe.

"Buon giorno", disse la volpe.
"Buon giorno", rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
"Sono qui", disse la voce, "sotto al melo... "
"Chi sei?" domandò il piccolo principe, "sei molto carino... "
"Sono una volpe", disse la volpe.
"Vieni a giocare con me", le propose il piccolo principe, "sono così triste... "
"Non posso giocare con te", disse la volpe, "non sono addomesticata".
"Ah! scusa", fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
"Che cosa vuol dire 'addomesticare'?"
"Non sei di queste parti, tu", disse la volpe, "che cosa cerchi?"
"Cerco gli uomini", disse il piccolo principe. "Che cosa vuol dire 'addomesticare'?"
"Gli uomini" disse la volpe, "hanno dei fucili e cacciano. È molto noioso! Allevano anche delle galline. È il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?"
"No", disse il piccolo principe. "Cerco degli amici. Che cosa vuol dire 'addomesticare'?"
"È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami...
"Creare dei legami?"
"Certo", disse la volpe. "Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo".
"Comincio a capire" disse il piccolo principe. "C'è un fiore... credo che mi abbia addomesticato... "
"È possibile", disse la volpe. "Capita di tutto sulla Terra... "



Questa la riprendo da "All'arrembaggio", il tumblr di Hook, e gliela dedico pure, ché lo so che "Il piccolo principe" è una citazione ormai logora, però c'è quel discorso dell'addomesticarsi che a me, che c'ho vent'anni (quasi) e sono ingenua e sprovveduta, piace proprio tanto.
Dev'essere quella cosa del bisogno reciproco, l'idea che nonsocomesifannolecrepesechiamote & devirammendareuncalzinomatiseipuntoconlospillovuoilamentartiechiamime.
Sì, dev'essere proprio questo.
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lunedì, 21 settembre 2009

«La tua biografia? Potrei scriverla io. Metti che, quando avrò appena sessant'anni e tu quasi settanta, io sia ancora una giornalista fallita ed insoddisfatta e tu sia il nuovo Eugene Smith, non mi daresti neanche la possibilità di raccontare la tua vita?»

«Tieniti informata e scrivila postuma. Lascio scritto nel mio testamento che potrai farlo, e un sacco di problemi saranno belli che risolti...»

«Ma postuma significa che devo mettermi a cercare gli amici che ti saranno sopravvissuti, le tue donne. Dovrei visitare i posti in cui sei stato e conoscere i parenti che ti saranno rimasti... Sarebbe un lavoraccio! E' molto più semplice se tu sei ancora vivo e mi racconti che cosa hai fatto dai quattro ai sessantacinque anni, no?»

«Ti chiamo al mio capezzale, in punto di morte, ci chiudiamo in una stanza per tre giorni. E ti racconto tutto».

«Tutto?»

«Tutto. Una camera, un letto. Poca luce che filtra da una finestra, io tento di stare seduto sopra le coperte, alla meglio. La mia voce ancora più roca e bassa, altro che sussurrare. I capelli? Saranno solo un ricordo lontano. Ma la barba ci sarà ancora, bianca. Tu con un vecchio registratore e i ricci bianchi e arruffati, come un nido innevato. Fumerai tabacco, ancora. Avrai le mani tremanti, e userai il bocchino, vintage e di classe. E io, una pipa di legno».

«La scatoletta?»

«Non la userai più da tantissimi anni, sarà sformata e con le scritte illeggibili. L'avrai cercata per tutta la casa, tra scatoloni pieni di cose vecchie e foto ingiallite, e l'avrai messa dentro quella borsa, quella che in gioventù avevamo uguale. Mi troverai con il comodino zeppo di libri di una vita ormai passata: Baricco, Palahniuk, i tuoi libri».

«E Pennac? “Come un romanzo” non dimenticarlo, per favore...»

«Tu indosserai ancora maglioni sformati, di colori un po' più seri, però. Forse sarai vestita di beige».

«Nella tua stanza ci sarà ancora uno specchio. E, probabilmente, la stessa bacheca fatta con lo spago, cui saranno attaccate altre fotografie. In bianco e nero. Nessuna effetto seppia, perché anche da vecchio lo odierai, l'effetto seppia. Saremo vecchi e non potremo berne, ma sulla tua scrivania avrai messo un vassoio: una bottiglia di vino rosso e due calici».

«In sottofondo, vecchia musica di gente che da tempo ha smesso di suonare e quasi nessuno ricorda più. Nel futuro, la memoria sarà sempre più corta».

«Note sgualcite, stropicciate di ricordi...»

«E poi finiremo a raccontarci tutt'altro, noi».

«Non è difficile immaginarci, vecchi, a perdere le fila di discorsi da fare, impegnandoci in conversazioni un po' su tutto e, per il resto, su niente. Per giorni».

«Buonanotte, LaCapa. Vado a cercare il sonno».

«Buonanotte, Parolaio. E buona ricerca. Il sonno ama fuggire, nascondersi dietro gli angoli o in fondo ad un bicchiere di vino».

 

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categoria:sentimentalismi musicali
lunedì, 31 agosto 2009

Così se ne va. Sale su un aereo, si fa un numero che non saprei precisare di ore di volo (tipo che parte un giorno e arriva due giorni dopo, ma non ne sono troppo sicura), e atterra in un altro continente, inseguendo un sogno americano a termine -pubblicazione di un romanzo e ritorno.

Sorrido, immaginandolo piccolo e solo al confronto con quei grandi grattacieli che non si capisce dove finiscono. Avrà la borsa del computer sotto un braccio e un borsone a tracolla, con dentro libri e vestiti, vestiti e libri, perché le cose essenziali è meglio metterle tutte assieme, dove si possono tenere d'occhio facilmente.

Quanto pensavo di stargli antipatica, al caro Scrittore Silenzioso!

Una volta, proprio all'inizio della nostra conoscenza, gli passai accanto, all'Università, e lui si voltò dall'altra parte, senza salutarmi. Credevo mi odiasse.

Lui, così taciturno e riflessivo, avrebbe avuto ragione a non sopportare la mia ingombrante e rumorosa presenza, fatta di risate sguaiate e di battute non sempre gradite.

Lavorare insieme, si sa, avvicina: prima è stato un gioco ironico sulle regole della seduzione, poi una seriosa conferenza sul neofascismo, poco dopo un corteo unì la comune anima no-global, infine ci furono un concerto ed un abbraccio più stretto, mentre i Modena City Ramblers cantavano “Ebano” e io avevo gli occhi un po' lustri. Fortuna che, in mezzo alla gente, non si vedevano.

E' stato così che ho imparato a conoscere lo Scrittore Silenzioso, e che lui ha imparato a conoscere me, pure in quei momenti in cui non rido, o in cui le battute sgradite proprio non mi vengono.

Discutevamo di libri, e musica, e sogni, e io non mi accorgevo di sguardi e sorrisi, sussurri e sospiri.

Troppo distratta ed egocentrica per pensare al resto, a tutto il resto, io.

“Se le cose non te le sbattono in faccia, tu non le vedi, vero?”, mi ha domandato una sera, in macchina, riaccompagnandomi a casa. Io guardavo fuori dal finestrino e mi sono voltata un attimo, in direzione del suo profilo attento alla strada. Gli ho risposto, candidamente: “No”.

Eravamo seduti su una panchina in centro, il 21 maggio, quando lui mi ha sbattuto qualcosa in faccia. L'ha chiamato 'amore'.

“Non l'ho deciso io, è capitato: mi sono innamorato di te... Ed è bello. E' una strana voglia di starti accanto, di abbracciarti, di ascoltarti, di vederti sorridere, di baciarti, di provare a renderti felice”, e mentre diceva queste parole acquisiva sicurezza, mi fissava negli occhi ed era uno sguardo che io non reggevo.

“Perché?”. Sì, l'ho fatto: gli ho chiesto perché m'amasse. Sconvolgente la tesi secondo la quale lui mi amava. E mi amava nel momento sbagliato, ché soltanto a sentirlo nominare, quel sentimento, fuggivo lontano, col terrore negli occhi e, soprattutto, nel cuore.

“Vedi, Scrittore Silenzioso, io non posso essere amata. Partiamo dal fatto che ho i denti storti e i capelli ricci, fumo, bevo, sono delicata come uno scaricatore di porto, bestemmio, sono un'ignorante, sono stupida, sono antipatica. Non mi depilo le gambe: se ti mostrassi i miei polpacci adesso, troveresti Gattuso più attraente. Poi, parliamoci chiaramente, ascolto i Negramaro! Perché ti sei innamorato di me? Sono una persona pessima, te lo giuro.”

Con la storia della ceretta e di Gattuso, temo di aver toccato il fondo. E lui sorrideva.

“Per i Negramaro: nessuno è perfetto”, ha affermato.

Un paio di giorni dopo, ha aggiunto: “LaCapa, lo sai che sono la persona migliore che poteva capitarti, vero?”

Lo sapevo. E lo so anche adesso, che lo vedo partire con lo sguardo sognante ed impaurito, pronto a divorare hot dog, indie-rock agli angoli delle strade (l'America me la immagino con gli indie-rockers agli angoli delle strade), libri in lingua originale, spiagge, spazi immensi e vertigini che disorientano, come quelle causate da certe giostre al Luna Park.

Buon viaggio, Scrittore Silenzioso.

Non tornare con l'aria da americano saccente, non dimenticare la tua anima no-global e portami almeno un paio di confezioni di ciambelle glassate, come quelle di Homer Simpson.

Ma più di tutto, tieni ben stretto il tuo biglietto di ritorno a casa. Sarebbe proprio triste, se lo perdessi.

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categoria:sentimentalismi musicali
giovedì, 30 luglio 2009

Facciamo che la lettera in questione sia la “b”, e facciamo che ci sia qualche ragione in particolare, però non diciamo subito quale.

B sta per bacio: «Devo chiedertelo un bacio?», ho detto una volta a Batteristalcolizzato, e lui ha sgranato gli occhi, sorpreso. Non se l'aspettava, perché noi non stiamo assieme e certe richieste, in determinati contesti, le fai al tuo ragazzo e non a quello che, cinque mesi fa, chiamavi “palliativo”.

«Vedi Batteristalcolizzato», ho risposto al suo rifiuto «ne avevo bisogno, solo questo...»

Sì, perché mi capita, ogni tanto, un bisogno o una voglia, e odio doverla esternare e spiegare. Vorrei soltanto che la si capisca e la si soddisfi.

Batteristalcolizzato era un bisogno e una voglia. Entrambi.

Era il bisogno di guardare oltre, dopo il Parolaio, di sentire che ciò che lui stava lasciando era quello che altri volevano, di avere occhi e mani nuove addosso, capaci di darmi emozioni diverse e di farmi scordare in fretta il passato.

Era la voglia di farmi male, di essere superficiale ed insensibile, di non pensare: Batteristalcolizzato avevo dato per scontato che mi usasse e basta, che gli servissi per placare la noia, per essere un piacevole diversivo. Mi andava bene, perché credevo di non poter essere nient'altro, per nessun altro.

Batteristalcolizzato sarebbe durato un paio di settimane, forse meno, poi mi sarei stancata e lui avrebbe dimenticato il fascino della novità, ci saremmo salutati e amici come prima. Una in più nella sua collezione, lui uno in più nella mia. Edificante.

B sta per barriere: «Come puoi vivere la tua vita in compartimenti stagni, alzando continuamente delle barriere?», gli ho domandato, mesi dopo. Ero infastidita, quel giorno, per via del fatto che facessimo finta che tra noi non ci fosse nulla, finta di essere semplici conoscenti, finta di non esserci scambiati nemmeno un briciolo di ciò che siamo.

Perché le settimane passano e finisce che ti ricredi, che pensi che c'ha ragione DearLowe quando dice che Batteristalcolizzato “è una cosa giusta”.

Batteristalcolizzato scrive, e lo fa bene, lo fa con rabbia e delusione, e ci mette dentro un po' d'altre cose che non saprei definire però mi piacciono, e non mi lasciano indifferente.

E' stato sfortunato, lui, e ha maturato la convinzione che tutto, più o meno, faccia schifo. Non me la sento di dargli torto, ché sarebbe un gioco troppo facile dirgli “ehy, tirati su e guarda che le eccezioni ci sono”, pur sapendo che non è vero, pur pensando che sono d'accordo con lui ma non riesco a darlo a vedere perché sono troppo allegra, troppo ottimista, troppo ipocrita, troppo incoerente o, semplicemente, troppo stupida.

B sta per birra: «Vuoi guadagnare punti? La prossima volta, portami una birra...», ha affermato. Io gliene ho portate quattro, piccole: chissà di quanto ho scalato la classifica.

Batteristalcolizzato s'è ritrovato sotto gli occhi le mie parole su questo blog, e pure altrove. Parlavo di lui, con strafottenza, senza alcun rispetto, convinta che le lettere non ferissero, che non lo ferissero.

Quando ne abbiamo discusso mi sono sentita piccola piccola, immersa nel senso di colpa fino al collo, spaventata dal pensiero di essere diventata quella brutta persona che trattava con sufficienza i sentimenti degli altri, nella quale non mi riconoscevo ma che emergeva da ogni virgola.

«Mi prometti che cambierà?», ha domandato, quando chiunque altro mi avrebbe dato della puttana e mi avrebbe cancellata dalla propria esistenza.

«Promesso», e non gli ho più mentito.

Quando penso al fatto che a Batteristalcolizzato ho mostrato la parte peggiore di me, mi dico che dovrei cercare di rimediare, però non posso, ché sembrerebbe falso, un aspetto di quel giochino di chi si mette ad intrattenere relazioni sociali, scendendo a compromessi. E Batteristalcolizzato questo non lo sopporta: l'idea di scendere a compromessi con la sua morale, dico.

E per questo lo ammiro. Se ne discutiamo cerco di non dargli ragione (non sarebbe da me), però finisce sempre che sospiro, dal momento che vorrei essere come lui, ogni tanto, forte così.

B sta per braccia: «Commenti il culo del Palestrato -nonostante anche il mio non sia male- e non hai mai scritto mezza parola sulle mie braccia!», scherzava lui, pochi giorni fa.

Io non faccio complimenti, ché tante volte i pensieri preferisco tenerli per me.

Eppure non era del tutto vero quello che mi ha detto: le sue braccia le ho citate, una volta.

C'è un momento, se proprio vogliamo dirla tutta, in cui qualche apprezzamento lo esternerei anche.

Nel momento di cui parlo c'è la sua stanza al buio, ad eccezione della luce azzurra del suo pc, ci sono il suo metal di sottofondo e il suo respiro affannato nelle mie orecchie, c'è la sua fronte sudata, coi ricci incollati agli occhi... E c'è il suo braccio teso, con la mano poggiata accanto alla mia spalla, e quella luce azzurra che si riflette sui suoi muscoli sotto sforzo, umidi. Ci sono io che sorrido e prima di socchiudere le palpebre penso che è proprio bello quel riflesso azzurro, che sono belli i suoi capelli schiacciati, che è bello incrociare il suo sguardo prima che mi baci, senza che io glielo chieda.

Batteristalcolizzato non lo sa, ma quello è uno degli attimi che preferisco, assieme a quando mi raggomitolo vicina a lui e mi sento protetta, e a quando torno a casa, mi infilo il pigiama e ho ancora addosso il suo odore.

Batteristalcolizzato non lo sa visto che non glielo dico, un po' perché non so farlo, un po' perché rischio che si spaventi e scappi a gambe levate, rischio che lui cominci, sbagliando, a pensare che voglio legarlo, che voglio una definizione, che voglio saluti a fior di labbra tra la gente e mani intrecciate (con conseguenti sussurri dei conoscenti che “ma quindi stanno assieme? E da quando? Ma lei non è quella che...? E lui non stava con...?”). Rischio che la sua paura di star male e di fare del male lo condizionino, rischio che ci rifletta ben bene e si dica “ma che ci sto a fare qua?”, e poi tanti cari saluti. Rischio di finire con l'affermare “io sono diversa”, eppure lo so che sono dannatamente uguale a tutte le altre, lo so che, se anche gli dicessi “non intendo ferirti”, lui annuirebbe ma non mi crederebbe, sebbene io sul serio non intenda ferirlo.

E quindi facciamo che continuo a star bene così, senza farmi domande, né pretendere risposte.

Facciamo che, per quel poco che posso, tento di far sì che stia bene pure lui.

Sto imparando ma, sapete com'è, sono un filino lenta.

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categoria:stronzate in libertĂ , sentimentalismi musicali
domenica, 15 marzo 2009
Sono diventata una perfetta donna di casa.

Madre, con l'età che avanza e gli acciacchi che si moltiplicano, sta passando un periodaccio. Nell'ultima settimana è stata spesso ospitata all'ospedale, in una suite extra-lusso, s'intende.
Insomma, mi sono trovata, forzatamente, investita d'un ruolo che non m'è mai stato proprio.

Io non cucino.
Io non faccio la spesa.
Io non stiro.
Io non faccio la lavatrice.

Io lavo i piatti.
Io spolvero.
Io passo l'aspirapolvere.
Io preparo da mangiare a Cane.


Le mie attività casalinghe, come vedete, sono sempre state estremamente ridotte. Non perché mi rifiutassi di fare il resto, ma semplicemente perché Madre faceva tutto da sola, quasi pretendendo che nessuno le desse una mano.

Vederla come negli ultimi giorni, a letto, zoppicante, poco attiva, ha fatto scattare la molla della figlia-perfetta nella sottoscritta.

Cucino e lavo i piatti, faccio la spesa e studio ricette. La lavatrice e il ferro da stiro, però, sono ancora mondi a me ignoti.
Ieri, presa dal delirio di onnipotenza, ho passato la giornata intera a studiare, salvo poi pensare, alle 22, che forse era il caso di mettermi a lavare il bagno. E ho lavato il bagno.
Signore e signori, ho lavato il bagno.

Madre non crede ai suoi occhi, Padre pensa che io abbia combinato qualche guaio che sono riuscita a tenere nascosto finora e che, quindi, io voglia farmi perdonare in anticipo. Fratello e Sorella approfittano della cosa, sostenendo che, dal momento che da quando è cominciata l'Università a casa ci sto poco, sto semplicemente riconquistando il ruolo di figlia, perso a causa delle assenze ingiustificate [come a scuola].

Dovreste vedermi, quanto sono carina!

Grembiulino bianco, tuta grigia, guanti gialli di plastica: scrosto pentole e padelle, su cui ho preparato manicaretti degni de "La prova del cuoco".

In sostanza, mi prendo un po' cura di Madre. Mi prendo cura di chi s'è presa cura di me, e continua a farlo.
Ci rifletto da un paio di giorni, su questo discorso del prendersi cura di qualcuno, e ho concluso che non c'è niente di più bello.
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categoria:sentimentalismi musicali
lunedì, 09 marzo 2009
Di persone strane è pieno il mondo.

Quando mi capita d'incontrarne, io le studio e le analizzo, poi scrivo dei post che parlano di loro.

Dopo qualche tempo dall'inizio della mia [in]gloriosa carriera universitaria, Dearfriend Porno s'è presentata con un ragazzo coi capelli corti, il piercing nel naso, le orecchie traforate e i jeans larghi e strappati.

Era un artista insoddisfatto, con un gran sorriso e l'accento a metà tra il romano, il catanese e il siciliano dell'entroterra. Un miscuglio di dialetti e modi di dire che lo rendeva un interessante soggetto d'analisi.

Artista Insoddisfatto lo vedo ridere spesso, e sorridere altrettanto, ma non ero mai andata oltre, per il vizio che m'è preso di fare la persona superficiale e non domandarmi niente di chi mi sta accanto.
Finché la gente è come sembra, non ci sono problemi.
Quando comincia ad essere altro, là sono cazzi.

Ieri, io, Miamiglioreamica, Dearfriend Porno e Artista Insoddisfatto abbiamo portato Ubriacane [il cucciolo di Artista Insoddisfatto] al mare.

L'appuntamento era alle 15:30 [che sono diventate le 16 e qualcosa] a casa di Artista Insoddisfatto.
 
L'abbiamo trovato coi vestiti del mestiere, una camicia rovinata e dei pantaloni da operaio, i pennelli tra le mani, due nuove tavole in lavorazione e il soggiorno invaso di bottiglie vuote. Tre di lambrusco, non so quante di birra, e una di Martini.

Era di buon umore, s'è cambiato in due secondi, ha messo il guinzaglio ad Ubriacane e siamo usciti, portando con noi altra birra.

Artista Insoddisfatto pare avesse cominciato a bere, da solo, alle dieci del mattino.

Il pomeriggio, al mare, è stato divertentissimo. Lanciavamo l'osso ad Ubriacane, e lei ce lo riportava. Ogni tanto, però, lo scambiava per una carcassa d'alcolico lasciata tra la sabbia da altri avventori, e riportava quella. Immaginate un peluche nero, con una macchia bianca sul muso, e una Moretti tra i denti.

Miamiglioreamica e Artista Insoddisfatto, non so come, sono finiti a parlare di felicità.

Cos'è la felicità? Se lo chiedevano loro, e ce lo chiedevamo anche io e Dearfriend Porno, osservando le onde.

La felicità è una macchina che t'investe quando non stai attraversando sulle strisce, ho concluso io.
Gli altri hanno riso, io pure, amaramente.
Artista Insoddisfatto sosteneva che la felicità è effimera, temporanea, in un mondo di dolore latente.

In fondo, potrei anche essere d'accordo con lui. Il fatto è che, lo sapete, sono un'inguaribile ottimista.
Per distrazione e svagatezza, per stupidità o strafottenza, alla fine, non vedo mai tutto nero. Ho le Dears, tra l'altro, e ci pensano loro a mettere colori e suoni nella mia vita, nelle rare occasioni in cui è un film muto.

Mentre parlava, Artista Insoddisfatto aveva uno strano tono.

In serata, mentre lo riaccompagnavo a casa, siamo rimasti a parlare.

Artista Insoddisfatto ha un vissuto che, alla sua stessa età, io non riesco nemmeno ad immaginare.
A me la sua arte piace, e molto.

Ci credo davvero che abbia talento, e comprendo il suo stato d'animo.

Io, prima di capire che non sono adatta, volevo scrivere nella mia vita. Volevo essere un'artista della parola.
E Madre è stata capace di dirmi: «Prendi un foglio di carta e una penna, e scrivi. Tanto più di questo non sarai mai in grado di fare.»

Così, le parole di Artista Insoddisfatto avrei potuto dirle io.

Lo vedevo disilluso, e triste.

Ha raccontato un aneddoto che m'ha fatta arrabbiare.

«Quando vivevo a Roma sono passato da Via Gallerie -il posto della Capitale in cui si parla d'arte nel vero senso della parola-, con un'innocenza disarmante. Ero andato con il mio book di opere, per mostrarle a qualcuno. In un posto dove si fa arte, non pensavo che mi avrebbero trattato come hanno fatto. Si sono messi a ridere. "Questo è un punto d'arrivo, non di partenza", mi hanno detto.»

Non ho detto niente, ma qualcosa m'è montato dentro.

Artista Insoddisfatto se lo merita di partire da qualche parte, e si merita di arrivare in un posto lontano lontano.
Avere un sogno grande quanto una casa pesa, soprattutto quando, attorno, chiunque ti urla che non c'è spazio per i sogni, quando in famiglia ti chiedono di fare l'avvocato, o d'entrare in Marina, quando nessuno s'interessa a te, che non hai nemmeno vent'anni, troppa voglia di cambiare il mondo, nemmeno un centesimo in tasca, e idee da rivoluzione.

Guardavo Artista Insoddisfatto mentre mi raccontava di come, certe volte, avrebbe voglia di piangere e spaccare tutto e, non lo nascondo, gli avrei dato ragione.

Gli avrei spiegato:

«Sì, Artista Insoddisfatto. Piangi, urla e spacca tutto. E' uno schifo, è tutto uno schifo. Ma sei bravo, molto più bravo di molti altri che avevano metà del tuo talento, e un ego grosso il quintuplo del tuo. Però non bere, ché non ha senso. Bevi e poi? I problemi ci sono, restano lì. E non li affronti. Avresti bisogno di qualcuno che ti dica che, cazzo, devi dipingere. Cazzo, dipingi! Dipingi, perché è quello che vuoi. A me sono secoli che nessuno mi dice che, cazzo, devo scrivere. E non ci credo più. Ma la voglia che hai tu di esprimerti non la conosco, la tua è troppo grande. Una cosa così grande non si può lasciare stare.
Cazzo, Artista Insoddisfatto, dipingi.
E non odiare il mondo, le persone, il cielo. Non odiare nemmeno te stesso. Non odiare i pennelli, la tela, il colore, il legno, la resina o la plastica.
Non odiare il corpo deforme o quello perfetto.
Dipingi e basta.»

Gli avrei detto queste e molte altre cose, eppure m'è uscito solo uno svogliato: "che devo dirti? Ti capisco".

Artista Insoddisfatto è sceso da Vanda, ha comprato altri alcolici, ed è rientrato a casa.

Non so se abbia finito quello a cui lavorava, o se sia rimasto ad ubriacarsi da solo, col cane accanto e i pennelli immobili sui colori ad olio.

So che mi dispiaceva non esserci per farlo sfogare, ché era quello di cui aveva bisogno.

E so che sentire le sue parole ha riaperto ferite che credevo chiuse, e invece sanguinano ancora.
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venerdì, 06 febbraio 2009
Stamattina ho fatto colazione alle sette e mezza: caffè, montagnole di gusto calde con la nutella, e succo d'arancia. Il tutto, servito a letto.

«Sbrigati, ché si raffredda sennò...», m'ha detto il Parolaio.

Io l'ho guardato e credo di aver sorriso, anche se non ricordo bene.

Tre mesi fa, prima di conoscere il Parolaio, vivevo nella ferma convinzione che sarei riuscita a calcolare tutto. Ero rimasta, per un anno e mezzo, a pensare ad una persona che, in fondo, neanche so chi sia davvero. E che non ha mai mostrato un interesse reale nello scoprire chi, invece, sia io.

Tre mesi fa, prima di conoscere il Parolaio, avevo deciso che non mi sarei più gettata a capo chino in un gioco che non ero io a condurre. E ci sono anche riuscita, per un bel po', dando fondo a tutte le mie scorte di cinismo e di frigitudine, allontanando chi si avvicinava, nascondendomi dietro divertenti siparietti che non andavano bene nemmeno per ammazzare il tempo.

Ogni tanto, però, ritornavo a pensare a quella persona di cui scrissi qui, una volta. Quel post lo cancellai, perché buttarlo giù mi aveva fatto troppo male e, tra l'altro, rileggere la storia di Originale mi feriva ogni volta.

DearLowe mi ascoltava, lei che sapeva più di chiunque altra, e cercava di aprirmi gli occhi. Lo stesso, incessantemente, facevano Dearfriend Ballerina e Dearfriend Porno.

Miamiglioreamica, dal canto suo, non ha mai cambiato opinione, e il suo pensiero lo tengo per me, perché mi pare sciocco, ma mi ci sono aggrappata per più di un anno, e anche perché, in fondo, coincideva col mio.

Ad ogni modo, c'è uno scrittore che mi piace tanto e che ha deciso che chi manda avanti le cose del mondo, se c'è, è proprio un Grande Bastardo. Visto che lo scrittore, come dissi, mi piace tanto e che, come ancora non dissi, mi trovo infinitamente d'accordo con lui, sono giunta alla ragionevole conclusione di copiargli la definizione.
Insomma, il Grande Bastardo ha ben pensato di presentarmi il Parolaio quando avevo esaurito cinismo e frigitudine, quando stavo per tornare ad essere forte, quando m'ero convinta che quello che facevo era quello che realmente volevo. Oddio, quest'ultima cosa potrebbe anche essere un pochino vera, ché, generalmente, non faccio cose che non voglio.

Il concetto è che sono passati tre mesi, che è la quinta volta che provo a scrivere questo post senza trovare una chiave decente, e che stamattina avrei teso la mano al Parolaio, e gli avrei chiesto di non andare a lavorare, di restare con me, sotto le coperte, di leggermi il libro nuovo di Antoine de Saint-Exupéry e di rimanere a parlare piano, abbracciati, nella luce del primo mattino.
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domenica, 11 gennaio 2009
Accolgo il suggerimento di Terronista.

Per ricordare Fabrizio De André, bastano le parole delle sue canzoni.

Stasera, tra le 22:40 e le 22:50, accendete la radio: centinaia di stazioni trasmetteranno "Amore che vieni, amore che vai".



Quei giorni perduti a rincorrere il vento
a chiederci un bacio e volerne altri cento
un giorno qualunque li ricorderai
amore che fuggi da me tornerai
un giorno qualunque ti ricorderai
amore che fuggi da me tornerai
e tu che con gli occhi di un altro colore
mi dici le stesse parole d'amore
fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai
fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai
venuto dal sole o da spiagge gelate
perduto in novembre o col vento d'estate
io t' ho amato sempre, non t' ho amato mai
amore che vieni, amore che vai
io t' ho amato sempre, non t' ho amato mai
amore che vieni, amore che vai
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sabato, 20 dicembre 2008
Non mi capita spesso che qualcosa che scrivo mi piaccia, che mi regali delle sensazioni strane anche giorni dopo che è stata ultimata e, quasi, dimenticata. Sì, perché quella cosa di cui tutti i grandi scrittori fanno un gran parlare, il famoso discorso che “per scrivere roba nuova devi scordare quella vecchia”, è infinitamente retorico, ma è pure vero. Non so per gli altri, e non parlo per i grandi scrittori, ché non ne conosco nessuno, però per me è vero. Non che io mi senta una scrittrice, insomma. Nemmeno una piccola scrittrice. Mi sento l’ultima degli scemi, e pure senza talento, però ho la grande fortuna di essere straordinariamente distratta, così quello che butto giù me lo dimentico in fretta…

Comunque, il succo è che il Post posticipato, l’antefatto della storia del Parolaio, bè, mi piace.

Qualcuno m’ha detto che, leggendo, gli è venuto un mezzo groppo alla gola; altri mi hanno spiegato che avrebbero voluto scriverlo loro, quel brano, o che dopo averlo letto hanno desiderato scrivere qualcosa. Saranno anche piccolezze, e stupidaggini, e futilità, e tutto quello che volete, eppure…

Due giorni dopo averlo partorito, venerdì 28 novembre, ho stampato quel pezzo, l’ho messo dentro ad una carpettina plastificata nera e l’ho chiuso in borsa. Quella sera, io e il Parolaio siamo usciti insieme. Ho lasciato la mia Vanda a due passi da casa sua, ho aspettato che scendesse e quando l’ho visto aprire il portoncino ho sospirato. Siamo entrati nella sua macchina, chiacchierando del più e del meno, e ci siamo chiesti cosa avremmo potuto fare, dove saremmo potuti andare.

Il mercoledì precedente gli avevo detto di aver scritto il post su di lui. Giovedì lui mi chiese di leggerglielo, e io rifiutai tassativamente.

Venerdì sera, nella sua Fiat Punto blu.

«Hai proposte?»

«Ho portato il post che ho scritto su di te. Mi avevi chiesto di leggertelo, così…»

Siamo finiti in una piazza col mare, diversa da quella della prima sera. Era più spaziosa, ci si poteva entrare con la macchina, fermarsi davanti alla ringhiera e lasciare che le onde, sbattendo contro la scogliera, schizzassero sul parabrezza.

Il Parolaio ha acceso la lucina piccola che c’è in ogni auto, quella dei sedili anteriori, e s’è messo in attesa. Aspettava che io leggessi.

E ho letto, quasi tutto d’un fiato. Quando ho finito, l’ho guardato, lui ha inspirato, ha espirato, e ha spento la luce.

«Non c’è spazio per te, adesso, almeno non come lo vuoi tu. Sai, io sono impegnato e…»

Una serie di altre parole che potrei riscrivere, perché me le ricordo tutte, una dopo l’altra. Tante frasi, legate, e slegate, e fredde, e pungenti, e tristi, e io che facevo quella che sta bene e non gliene frega niente, e quanto cazzo era piccola quella macchina.

E io? E io non è un amico che cerco, quindi è stato un piacere, riportami a casa.

Il silenzio pesante del tragitto del ritorno faceva male più di quanto ci fossimo appena detti.

Il Parolaio non fiatava, guardava la strada. Ogni tanto, si girava e mi lanciava un’occhiata interrogativa.
Poi ha tolto la mano dal cambio, mi ha accarezzato lentamente la guancia e, dopo, ha messo le sue dita tra le mie.

LaCapa non piangere, LaCapa non piangere, LaCapa non piangere, LaCapa non piangere.

LaCapa non essere così scema da piangere. Non hai perso niente, i pezzi sono interi, non hai cocci da raccogliere. Ce l’avresti fatta da sola? No. E allora non lamentarti. Hai fatto la cosa migliore che potessi fare. Un’amicizia? Come fai ad essere amica di una persona che ti piace? Sei stata sincera e ti sei tolta un peso. Caspita, LaCapa, sii forte, cazzo.

E quando, in una Fiat Punto blu posteggiata vicino ad una Fiat Vanda, il Parolaio ed io ci siamo salutati, dopo che lui mi ha abbracciata e mi ha dato un bacio sulla guancia, con la sua barba che mi pizzicava la pelle – quando io l’ho guardato negli occhi e stavo per andarmene e sparire, lui m’ha baciata. E quel bacio prima sembrava un addio, poi un arrivederci-a-presto, poi è diventato un ciao-ci-vediamo-dopo.

Il Parolaio è diventato quello che è adesso, un Baol, come direbbe Stefano Benni. Un Baol perché mi fa stare bene, mi fa ridere e mi fa sorridere, e mi dice che non so leggere, che non so star calma, che sono un po’ troppo agitata. Un Baol a cui ho fatto leggere un’altra cosa mia e che me l’ha distrutta, parola dopo parola, ed è riuscito a farmi divertire stroncando il mio racconto. Un Baol che perde il mio accendino e me ne regala uno nuovo, a casa del quale dimentico una sciarpa colorata e che mi spiega che dovrò guadagnarmela, per averla indietro. Un Baol che dice che faccio delle smorfie strane, mi abbraccia, canticchia, poi mi guarda, mi sorride e dice, piano piano*, “ciao”.

Ciao.


[*anzi: virgola-lieve-virgola..."Seta" - Alessandro Baricco]
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martedì, 16 dicembre 2008
[Dalla data di stesura del post a quella di pubblicazione sono passati venti giorni e, oggi, quella da scrivere sarebbe tutta un'altra storia]

Mercoledì, 26 Novembre 2008


Ho conosciuto un parolaio che scrive con la luce. Me l’ha detto lui cos’è. Cioè, non è che si è presentato dicendo: «Ciao LaCapa, io sono un parolaio, solo che scrivo con la luce.»

Mi sono presentata io, con la faccia strafottente ed infastidita, ché non sapevo nemmeno chi fosse e mi serviva solo perché mi avevano parlato di una cosa carina che aveva fatto e che io avrei voluto pubblicare su Step1. Non l’avevo mai visto, ma i suoi amici mi avevano indisposta, perché avevano fatto delle battute non molto piacevoli sugli articoli di Step1 e io, quel giorno, dovevo proprio scrivere uno di quei pezzi che a loro, immaginavo, non sarebbero andati bene.

«Piacere. Sono LaCapa, scrivo per Step1», gli dissi.
«Sì, ma non tirartela così tanto. Io sono il Parolaio, e faccio il fotografo», mi rispose.

Per il famoso intento di pubblicare quella sua cosa su Step1, ci scambiammo gli indirizzi e-mail e, quella sera, parlammo.

Parolaio è alto, con pochi capelli e la barba. Ama Bersani, e sa che “Le mie parole” è un capolavoro. Però i Negramaro non gli stanno granché simpatici, idem Carmen Consoli, perché hanno quel tono che dopo un po’ lo annoia e gli fa venire voglia di sentire roba diversa. Parolaio cita a memoria “Il piccolo principe” e “Oceano Mare”, vorrebbe organizzare un torneo di pallastrada con quelli de “La compagnia dei Celestini” e mi ha regalato “Come un romanzo”, perché «non puoi scrivere più nulla, se non hai letto “Come un romanzo”, di Pennac».

Mi prende in giro e ride, di me o con me non l’ho ancora capito. La prima volta che siamo usciti assieme era il compleanno di Dearfriend Bellissima, e io avrei dovuto festeggiare con lei, ma non se ne fece nulla così rimasi con Parolaio, dalle sei del pomeriggio all’una di notte. Abbiamo cercato di spiegarci “Quel posto che non c’è”, bevuto una birra in un locale dove c’eravamo solo noi, il fumo di due sigarette e la musica jazz, e guardato la luna e le stelle da un belvedere sconosciuto, con soltanto una piazzetta piccola piccola, un paio di panchine, la ringhiera e poi il mare, così, all’improvviso, il mare, una cosa che sorprende, piazzata là che sembra un caso.

Ci siamo salutati con un abbraccio e un bacio sulla guancia, con la sua barba che mi pizzicava la pelle.

Ci siamo visti spesso, da tre settimane a questa parte, e il saluto finale è sempre lo stesso, un abbraccio e un bacio sulla guancia, con la sua barba che mi pizzica la pelle.

Io e Parolaio ci siamo raccontati tante cose, ed è come se ne avessimo altre, infinite, da narrarci. Mi ha detto della fidanzata storica, quella che ne parla ancora con gli occhi che gli brillano, e tu lo sai che con lei il confronto non lo reggerà mai nessuna, e invece di non sopportarla, hai tanta voglia di conoscerla, perché dev’essere proprio una donna in gamba.

Gli ho accennato di quella storia vecchia, che tanto vecchia non è, di cui prima piangevo, di cui adesso sorrido e di cui, in futuro, magari, riderò. Lui mi ha detto che sono stata fortunata, perché non è stato un gran dolore. E io non gli ho risposto, in realtà. Gli ho detto solo che parla così perché non sa, però suppongo l’abbia capito che non è stato un dolore piccolo, un dolore da ragazzina. Io sono una ragazzina, niente di più di questo. E lui l’ha immaginato, e forse è per questo che quando mi saluta e io lo guardo negli occhi, lui mi bacia sempre e solo sulla guancia, dopo avermi abbracciata.

Una volta, ha riso di quell’abbraccio del saluto.

Mi ha detto che lui voleva solo stringermi, e invece io gli ho dato due pacche sulle spalle, trasformando la situazione semplice in qualcosa di cameratesco.

Le Dears mi hanno sempre detto che non so abbracciare, perché il mio abbraccio sembra quasi una forzatura, o una consolazione. Io so solo che non volevo che la cosa diventasse cameratesca.

L’altra sera ci siamo visti a casa sua, la classica casa di uno studente fuori sede. Abbiamo guardato video, ascoltato musica, e parlato, tanto. «Mi piace parlare con te», mi ha scritto una volta.

Mi aveva detto, qualche ora prima che ci incontrassimo, che aveva in casa una bottiglia di vino rosso novello. Io non sapevo che saremmo finiti in casa sua, anzi. Pensavo che saremmo usciti a camminare, come abbiamo fatto le altre volte. Invece siamo rimasti nella sua stanza. Avevo spiegato, quel pomeriggio, a DearLowe, che sarebbe stato bello se lui avesse portato due calici, ovunque fossimo andati, e avessimo sorseggiato il vino versandocelo in due grandi bicchieri di vetro.

Ero davanti al suo computer, stavo guardando alcune foto. Lui era andato nell’altra stanza. Ne è tornato con due calici e il vino rosso.

L’ho guardato e gli ho detto: «Cazzo, quanto sei banale.»

Tra le tante cose, mi ha chiesto perché tenessi un blog. «Per far ridere», ho tentato di mentire, ché a voce certe cose proprio non riesco a dirle. Poi gliel’ho scritto in un sms, quando sono tornata a casa, e lui non ha risposto niente.

Gli ho fatto leggere uno degli ultimi miei racconti e credo che non gli sia piaciuto, anche se m’ha scritto una e-mail dicendomi che sì, invece, gli era piaciuto.

L’e-mail l’ha conclusa così:
«Inizia a nascere in me il desiderio fisico di abbracciarti.»

Mi sono chiesta cosa significasse questa frase, poi ho deciso di non spiegarmela, perché non voglio essere una di quelle che danno un senso a qualsiasi cosa si dica o si faccia.

Lo lascio così, sospeso. Un pensiero tra gli altri.

Un pensiero che, quasi quasi, desidero rimanga tale. Perché se da pensiero si trasformasse in cosa, rischierei di avere troppi cocci da raccogliere quando si dovesse rompere.

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domenica, 07 dicembre 2008
In realtà non lo so spiegare perché le cose vanno in un certo modo. So solo che ho smesso di cercare ragioni e giustificazioni, e che, forse, avrei dovuto smettere molto tempo fa.

Ieri, nel mio liceo s'è fatta la festa di consegna dei diplomi. L'aula magna era piena di quelle persone che, fino all'anno scorso, incrociavo ogni tre per due nei corridoi. In fondo, m'ha fatto piacere incontrare nuovamente gente che non vedevo da mesi, che avevo perso totalmente, talvolta volente, talvolta nolente.

La preside m'ha stretto la mano e m'ha consegnato il diploma. Sorridi, ha detto il fotografo. Ho sorriso. Flash. La preside m'ha dato una pacca sulla spalla, e io mi sono allontanata, tenendo tra le mani un foglio di carta di cui m'importava meno di niente.

Dopo un aperitivo con DearLowe e Dearfriend Porno, sono finita sotto casa di E'solounamico, ché non lo vedevo da tantissimo tempo, visto che torna a Catania -da Enna- solo nel fine settimana. Ci siamo messi a parlare nella mia macchina come non facevamo, praticamente, da mesi.

E' stato buffo scoprire come, dopo quattro anni, le nostre vite scorrano ancora su binari che s'incrociano periodicamente e che pare non si siano mai separati davvero.

E'solounamico sta vivendo una situazione che, vagamente, conosco. E so quanto lo faccia stare là a rimuginare, a pensare e, purtroppo, a soffrire.

«Perché non può essere tutto più semplice?» mi ha chiesto.

Non lo so, caro E'solounamico.
Vorrei poterti spiegare perché le cose non possono andare come vogliamo, vorrei poterti assicurare che, prima o poi, le questioni che ci turbano si risolveranno. Vorrei poter affermare queste cose credendoci, e non, al contrario, sapendo di mentire.

In fondo, ci siamo raccontati la stessa storia. Però la tua, almeno in parte, oggi ha avuto un risvolto interessante.

Mi rendo conto che la cosa non ti faccia felice, che ti confonda e che vorresti lasciarti andare, senza porti troppe domande, ma non si può. Metti che decidi di assecondare questa cosa che non sai che futuro potrà avere, metti che spegni il cervello e ti fai trasportare dalla corrente... Okay, avrai vissuto tantissime sensazioni, molte belle, altrettante brutte, e poi?

Prima che io mettessi in moto l'auto e ripartissi, E'solounamico ha sorriso.

«Sono il benvenuto nel tuo mondo?»

Io, nel mio mondo, ci sto benissimo da sola.
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