About Me
Io ti amo
e se non ti basta
ruberò le stelle al cielo
per farne ghirlanda
e il cielo vuoto
non si lamenterà di ciò che ha perso
che la tua bellezza sola
riempirà l'universo
Io ti amo
e se non ti basta
vuoterò il mare
e tutte le perle verrò a portare
davanti a te
e il mare non piangerÃ
di questo sgarbo
che onde a mille, e sirene
non hanno l'incanto
di un solo tuo sguardo
Io ti amo
e se non ti basta
solleverò i vulcani
e il loro fuoco metterò
nelle tue mani, e sarà ghiaccio
per il bruciare delle mie passioni
Io ti amo
e se non ti basta
anche le nuvole catturerò
e te le porterò domate
e su te piover dovranno
quando d'estate
per il caldo non dormi
E se non ti basta
perché il tempo si fermi
fermerò i pianeti in volo
e se non ti basta
vaffanculo
Stefano Benni

Questo blog è nato il 17 Giugno 2007 ed è del segno dei Gemelli, io sono Bilancia. La nostra pare sia un'unione magnetica destinata a non durare. Relazione breve, calda e dolce, con una forte componente intellettuale.
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in stronzate in libertà , riflettevo
La strada è tutta in discesa, dopo ferragosto.
Ogni estate è così. Dal quindiciagosto in poi, l'atmosfera estiva va scemando, riducendosi sempre più a sottile linea rosata che sfuma nella porpora.
Come l'alba.
L'alba, cari miei, l'alba. Ho capito che è uno spettacolo al quale non potrei rinunciare, l'alba sul mare. Sono i colori, più che altro, il loro lento digradare: nero, blu, grigio, marrone, rosso, arancione. E il sole è alto.
Era stupendo. Tanto che mi sarebbe venuta voglia di prendere carta e penna, ad un certo punto, e di descrivere ogni attimo. Avrei potuto costruirci un best seller soltanto sulle variazioni di tonalità.
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in riflettevo
Berlino, 17 Aprile 2008. Ore 21:01.
“When you believe”. Davanti a un punto informazioni sulla storia del Muro, c’è un grande cartellone pubblicitario con il quadro di un artista orientale, tale Lao Jiang. Descriverlo non è semplice, però ci provo lo stesso… Sfondo scuro, grigio, un uomo, in primo piano, tiene le mani sollevate. Ha una benda rossa sugli occhi, e una stella del medesimo colore appuntata sul petto, sovrapposta al luogo dove sta il cuore. Ai suoi piedi una neve candidissima; alle sue spalle una serie di croci rovesciate, inclinate ed incrinate, distrutte. E poi, in un angolino basso sulla destra, in verde militare, c’è scritto, con tratti precisi e puliti: “WHEN YOU BELIEVE”.
Nient’altro. Forse è vero che, quando credi in qualcosa [un’idea politica, un dio, un rapporto umano], sei totalmente disarmato, proprietario solo di quello, in sua completa balìa.
E’ buffo, strano e tragicomico che, di fronte a un simile quadro, ci fosse l’unica rovina che conserva intatte le due porzioni opposte del Wall per eccellenza. Ovest ed Est, vicine, l’una a qualche passo dall’altra, separate da un lembo di terra battuta. Una zona di nessuno che non poteva essere attraversata. Pare che i soldati che stavano di vedetta avessero ordini di sparare a vista a chiunque tentasse di valicarla. Centinaia di uomini che credevano nella libertà, trucidati a sangue freddo da altri uomini che credevano nel loro Governo. Entrambe le categorie lo facevano, di credere intendo, poiché si ritenevano nel giusto…
Da grande avrò una casa con un corridoio stretto stretto, che on porterà da nessuna parete. Attaccherò a quelle pareti delle tele bianche e terrò a portata di mano dei pennelli con inchiostro verde militare, sempre pronti ad essere usati. Ci sarà la moquette a terra, bordeaux. Mi siederò là, come sono seduta adesso sul pavimento dell’Holiday Inn Berlin City West di Konfuerstenstasse 78, e scriverò, spero. Di tanto in tanto, quando ci sarà qualcosa che mi colpirà particolarmente, prenderò il pennello, lo intingerò nell’inchiostro e scriverò su una tela. Suppongo che, dopo poco tempo, le tele saranno piene. Allora cambierò il colore dell’inchiostro e sovrapporrò le parole. Poi, quando non ci sarà più spazio anche avendo usato un’altra tinta, toccherà alle pareti. Tutto così…
Queste cose mi piacciono parecchio, però dubito che altri mi capirebbero. Sto pensando ad una storia, da ieri notte. Tornata a casa la scrivo, sperando che le immagini si mantengano vive come adesso nella mia testa. Intanto, ho capito di me una cosa che, in fondo, ho sempre saputo: i viaggi m’ispirano. Vedere posti nuovi, osservare gente diversa e conoscere cose interessanti che prima ignoravo stimola la mia fantasia e, oserei dire, la mia immaginazione.
Frattanto, si transita.
E questa cosa del transitare mi fa sorridere.
Pensavo: non mi dispiacerebbe per nulla venire a stare qua a Berlino, a concludere gli studi universitari magari. Qui tutto mi affascina, perfino l’austerità delle costruzioni e l’apparente rigidità dei cittadini. Pensate, mi stanno simpatici pure i segnali stradali che ho visto sparsi per queste vie per la prima volta, dopo averli conosciuti solo sui libri della scuola guida.
Respiro un’aria nuova.
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Berlino, 17 Aprile 2008. Ore 18:20.
Forse è vero che, come qualcuno sostiene, le città in cui si vive condizionano l’umore e i sentimenti. Berlino… Una città intrisa fino al midollo di storia. Guardo fuori dalla finestra e mi sento un po’ persa e confusa.
E’ una metropoli che cambia faccia ad ogni angolo di strada, e mi rende insicura. Sarà il cielo uggioso, la pioggia che riga i finestrini del pullman. Sarà che [anche quando ero a Roma è successo] mi credo partecipe della sua vita e del suo passato. Chennesò. Guardo i resti del Muro, alcuni video di quegli anni, immagini reali e realmente agghiaccianti. Berlino mi piace, oserei dire che l’adoro, ne ammiro la capacità di adattarsi e di cambiare nel giro di poco tempo. La versatilità, insomma… Qualità che sento assente in ciò che mi circonda a casa.
13 Agosto 1961: la storia del mondo è cambiata per sempre, è stata rivoltata come un calzino, per poi essere rammendata ventotto anni dopo, il 9 Novembre.
Io che avrei fatto se, d’un tratto, mi fossi trovata sola, separata dal resto del mio mondo? Mi sarei auto crocifissa sul filo spinato, cercando di ricongiungermi coi miei cari, o sarei rimasta in compagnia di me stessa, magari cercando di andare ancora più lontano? Probabilmente la seconda. Dannata me e dannato il mio carattere di merda. In occasioni come queste, i viaggi intendo, scopro di avere una specie di doppia natura. Jekyll o Hyde? Non me ne importa granché. E’ che amo stare con i miei amici, parlare, ridere, scherzare. Però, quando la strada mi scorre innanzi, le strisce bianche hanno come un effetto ipnotico, e desidero solo che non finiscano, che non s’interrompano mai. Che la strada continui.
Una metafora logora e abusata, ma non esattamente impropria. Almeno non per me, e non adesso.
Una strada lunga lunga davanti, e una breve breve dietro.
Voglio un caffè.
Oggi ho saputo, anzi, ieri ho saputo che alcune cose che mi riguardano molto da vicino sono state oggetto di conversazioni nelle quali io non ero inclusa quale interlocutrice. Una piccola umiliazione che mi ha umiliata e innervosita. Però, non so se considerarlo strano o meno, mi è scivolata addosso pure questa. Comincio a temere che l’apatia emozionale in cui mi sono rifugiata sia irreversibile.
Voglio una birra.
Dovrei scrivere una cartolina e spedirla a me stessa, con queste stesse parole. Per ricordarmi di ora, un momento in cui Jekyll e Hyde stanno tranquillamente assieme, a braccetto come due vecchi che vanno a ritirare la pensione.
Ahhh, il Governo. I soldi non bastano mai fino alla fine del mese.
La cartolina, ad ogni modo, dovrebbe concludersi pressappoco così: “Qui il tempo non è il massimo, eppure la città è bellissima.”
Ok, va bene.
Voglio una camomilla.
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in riflettevo
Oggi è il 6 Aprile 2008.
Slip inside the eye of your mind, don’t you know you may find a better place to play?
Amo profondamente questa canzone, "Don’t look back in anger" degli Oasis.
Parentesi musicale chiusa.
Pirandello, quel gran geniaccio che non era altro, ha immaginato una storia in cui dei personaggi già creati cercano disperatamente un autore, giacché il loro si rifiuta di riconoscerne la paternità. Vogliono essere messi in scena, perbacco, vogliono poter dar voce alla loro storia davanti ad un pubblico che li ascolti.
In teatro, l’immaginazione di Luigino trovava libero sfogo ed era apprezzata, a giusta ragione, dagli spettatori che, di volta in volta, rimanevano avvinti alla poltrona ad osservare lo svolgimento delle più varie commedie.
Pensavo che non c’è bisogno di guardare su un palco per trovare dei personaggi che vagano sperduti sulla scena del mondo, volendo disperatamente trovare una collocazione che li soddisfi.
Ogni tanto mi è capitato di incontrarne e, inevitabilmente, ne sono rimasta profondamente affascinata.
Il primo di questi è AutoreTeatrale. Avevo quattordici anni quando, per scherzo, partecipai ad un concorso regionale indetto dal Teatro Stabile. La mia prof. di italiano dell’epoca ci aveva chiesto se qualcuno fosse interessato e, per invogliarci, ci promise che l’elaborato che avremmo presentato sarebbe stato valutato. Io volevo un voto più alto, ma non me ne importava nulla del concorso. In un pomeriggio scrissi un piccolo copione di quattro pagine incentrato sul tema della competizione: "I Ragazzi Del Sabato Sera". A quell’età non ero ancora mai uscita di sera con gli amici, i miei erano molto severi e non mi lasciavano alcun tipo di libertà. Immaginate la mia difficoltà nel cimentarmi nello scrivere una storia con quell’argomento…
Mi basai sulle cronache dei TG e, modellandola su storie vere, costruii la struttura della mia brevissima sceneggiatura.
La prof. la lesse e non la giudicò affatto valida, però la presentammo lo stesso. Due mesi dopo, arrivò a scuola una telefonata dal teatro. Il mio scritto aveva passato tutte le selezioni necessarie ed era stato scelto, assieme ad altri dieci, da AutoreTeatrale.
Un pomeriggio di una settimana dopo, mi ritrovai in teatro, con dieci persone che non conoscevo ed AutoreTeatrale che ci comunicava che, in due mesi, avremmo dovuto scrivere uno spettacolo teatrale che poi sarebbe stato mandato in scena.
Esordì così:
<< Ho scelto i vostri lavori perché erano i migliori tra i peggiori. Brutti, scritti male, banali ed inutilmente buonisti, tranne qualcuno. Però m’è arrivata roba decisamente più orrenda, quindi mi sono accontentato. Non credete di avere questo grande talento, anzi, in base a quello che ho letto ne siete assolutamente privi… Ora, presentatevi! >>
Io sprofondavo nella poltrona di velluto e, mentre gli altri si arrabbiavano, io combattevo coi miei occhi lucidi.
Il Gruppo si presentò: erano tutti dell’ultimo anno di vari licei classici ed artistici siciliani, c’erano tre rappresentanti d’istituto, una ragazza che collaborava con una testata giornalistica abbastanza nota, due artisti nel vero senso della parola, un musicista, un’aspirante scrittrice che avrebbe voluto vivere il ’68, una donna fatta e finita che anagraficamente aveva diciotto anni ma che, per portamento ed argomenti, era già un’adulta, e un’altra aspirante scrittrice che stava già lavorando al suo primo romanzo. E poi c’ero io, seduta in un angolo distante da tutti, piccola, imbarazzata ed emozionata.
AutoreTeatrale: << E tu? Chi sei? Perché hai partecipato? >>
Io: << Io sono LaCapa e, se devo essere sincera, non so cosa ci faccio qua. Ho partecipato perché volevo un voto più alto in italiano, ho quattordici anni da qualche giorno, e non sono mai uscita di sabato sera. >>
Parlai tutto d’un fiato, e poi tacqui. Il silenzio era collettivo. Tutti mi guardavano.
<< Non sei mai uscita di sabato sera? Hai quattordici anni? >>
In ordine sparso, tutti mi fecero le stesse domande.
AutoreTeatrale era rimasto in silenzio, osservandomi senza dire una parola.
Un quarantenne calvo e non magrissimo, occhi piccoli, scuri e profondi, fumava dentro al teatro, in platea, e mi fissava. Io ero a disagio come mai in vita mia.
Cominciammo subito a definire la storia, parlavamo. AutoreTeatrale ci stroncava qualunque cosa dicessimo: una volta, durante un nostro incontro, AspiranteScrittriceSessantottina scappò via piangendo e non tornò più.
Con me, però, lui era buono e gentile. Voleva sempre che i miei scritti fossero letti per primi, mi aiutava, non era mai cattivo come con gli altri, mi disse che io gli piacevo più di tutti gli altri, perché ero la più schietta, quella che usava meno mezzi termini.
Si arrabbiava spesso, perché diceva che non sfruttavamo l’occasione che ci era data. Secondo lui, non riuscivamo a tirare fuori quello che avevamo dentro.
Non dimenticherò mai quando, nervoso, ci disse:
<< Siete stupidi, inetti. Non avete nemmeno rispetto per questo teatro e per quello che rappresenta: io sto qua da vent’anni, potrei anche pisciarci su queste pareti e nessuno mi direbbe di non farlo, perché scrivo e produco, ed è come se fossi a casa mia. Volete decidervi o no a scrivere come si deve? Volete mettervi in testa che il pubblico vuole vedere un po’ di realtà e non gliene frega niente a nessuno delle belle parole che usate? Volete capire, finalmente, che tra un mese si va in scena e non abbiamo uno schifo di copione perché voi pensate che i protagonisti della storia debbano parlare pulito e non conoscono la parola "cazzo"? >>
Gli altri risposero che se lui voleva la classica storia di "sesso, droga & rock’n’roll", bastava che lo dicesse e noi ci saremmo comportati di conseguenza, che però non saremmo stati felici di lavorare in quella maniera.
Io non dissi nulla.
AutoreTeatrale: << Che ne pensi? >>
Io: << Penso che pisciare sulle pareti di casa propria non sia affatto il caso e che probabilmente qua non servo a nulla, visto che se lei vuole sesso, droga e rock’n’roll, io non saprei cosa scrivere giacché non conosco nessuna di queste tre cose. >>
Gli altri mi guardarono e sorrisero della mia ingenuità, credo. Lui non disse niente e si calmò. Poi, quando uscimmo e ci salutammo, lui mi disse che ero la sua preferita.
Cominciarono a venire i giornalisti ad intervistarci e, mentre gli altri davano le loro risposte preparate, io parlavo poco e sorridevo quando AutoreTeatrale mi presentava ai critici come la sua prescelta, la piccola mascotte.
Il copione non aveva quasi niente di quello che avevamo scritto noi, però aveva tutto di nostro. AutoreTeatrale aveva costruito le scene in base ai nostri dialoghi, aveva caratterizzato i personaggi dando loro peculiarità di ognuno di noi. La scaletta della storia mi stupì: era proprio quella del lavoro che avevo presentato all’inizio. E poi c’era un personaggio, una ragazzina, la più piccola del gruppo, quella che i suoi non facevano mai uscire da casa e che non sperava altro se non scappare. E, alla fine, scappa.
La sera della prima è stata una delle più emozionanti della mia vita. Alla fine, gli attori ci chiamarono sul palco, AutoreTeatrale mi prese per mano e mi ci accompagnò sopra.
Oltre al valore formativo che quella esperienza ebbe per me, oltre alla bellezza di trovarsi con gli attori a scherzare, e di scoprirsi studiati e poi rivedere alcuni propri atteggiamenti riprodotti sul palco da professionisti, oltre alla soddisfazione di aver instaurato rapporti di amicizia con tutti gli altri ragazzi… Oltre a tutto questo, quello che per me è stato veramente essenziale, è stato il cambiamento che ha determinato in me AutoreTeatrale, le prospettive di scrittura che mi sono state aperte davanti, la stima ed il rispetto di un uomo che io per prima stimavo e rispettavo.
Non l’ho più visto né sentito, però, dopo cinque anni, ho avuto il suo indirizzo e-mail da Altradearfriend, il cui padre è regista teatrale e che lo conosce. E’ un po’ di tempo che penso di scrivergli, chissà se si ricorda.
Chissà se ci crederà quando gli dirò che, se sono come sono, lo devo tantissimo alle sue parole dure ed ai suoi rimproveri.
Ancora non sono riuscita a mettere in quello che scrivo ciò che ho dentro, ma se non ci fosse stato AutoreTeatrale magari adesso starei leggendo per la quindicesima volta "Tre Metri Sopra Il Cielo" considerandolo un gran capolavoro, e penserei di avere un talento che mi porterà lontano.
Invece, mi mantengo coi piedi per terra, ricordando che sono una delle migliori tra i peggiori, se voglio essere gentile con me stessa.
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in fuck, stronzate in libertà , riflettevo
Oggi è il 2 Aprile 2008.
Mi rimetto in pari con gli interventi del blog, perché negli ultimi giorni non ho avuto troppe occasioni per scrivere.
Due giorni fa ho avuto modo di guardare una puntata di Anno Zero. Niente di strano, lo vedo quasi ogni volta, giacché il mio Marcuccio è fisso là, ed è sempre pronto a dispensare piccole perle di saggezza.
Gli ospiti erano: la tizia della Sinistra Critica [femminista, comunista, antifascista: a good choise], Casini e Franceschini.
Il tema è sempre quello: la campagna elettorale.
La serata si è svolta più o meno così:
Casini parla.
Franceschini annuisce.
Flavia D’Angeli storce il muso.
Franceschini parla.
Casini annuisce.
Flavia D’Angeli dissente vistosamente.
Flavia D’Angeli parla.
Casini storce il muso.
Franceschini dissente vistosamente.
Qualcosa non mi quadrava. Ci ho riflettuto, ho continuato a pensarci, ho perseverato nelle mie cogitazioni… Alla fine ho capito: erano le concordanze che non andavano!
Casini e Franceschini tra un po’ si prendevano per mano e scappavano a correre insieme nei prati come Heidi e la sua capretta, Fiocco Di Neve.
Non hanno litigato, non si sono lanciati le sedie addosso, non si sono insultati, non si sono sputati in faccia a vicenda, non hanno menzionato il nonno l’uno dell’altro [anche perché nonno Casini suppongo sia un SignorNessuno in confronto a Benito Mussolini, quindi alla Santanchè, in questo senso, è andata molto bene contro AlessandraOcchiLampadinosiMussolini].
Direte: un bell’esempio di politica e civiltà.
No. Per due ragioni:
1)Politica e civiltà non possono stare nella stessa frase, tranne che la frase in questione non la pronunci Crozza, allora sarebbe evidente che si tratti di una battuta.
2)Non è che parlavano educatamente di concetti opposti: discutevano ordinatamente della stessa cosa!
E poi certo che gli elettori sono confusi. Non capiscono che differenza ci sia tra segnare una croce su un simbolo piuttosto che su un altro.
Rimango sempre convinta che quasi tutto sia meglio del Berlusca [si legga: la Santanchè è peggio, e per essere peggio di Silvio, ce ne vuole!], però iniziano ad affacciarsi in me seri dubbi sul significato di queste elezioni.
Casini raccontava un aneddoto: suo padre commosso davanti al seggio elettorale. NonnoCasini era un emotivo, evidentemente.
C’è che, però, mi emoziono anche io al pensiero di votare, nonostante non sia un’emotiva.
Ve l’ho detto che mi hanno scippato la borsa, no? Dentro c’era la carta d’identità. Non scherzo quando dico che mi sentivo nuda senza. Ho resistito solo un giorno [Pasqua], poi sono corsa a rifarla. Avevo la sensazione di non esistere, la mia carta d’identità dice CHI io sono, afferma che io SONO. Non avendola, non esistevo. E percepivo di non esistere.
Non credevo di essere così cittadina.
E votare è un grandioso diritto, nonché un sostanziale dovere. Andando alle urne, esercitiamo il nostro potere. Non dimentichiamolo: il Governo è un nostro dipendente. Noi siamo i datori di lavoro, noi forniamo loro un contratto [cazzo, dovremmo fargliene uno a progetto], noi possiamo licenziarli.
La sovranità popolare. Oddio, quanto amo la Costituzione.
Ancora non ho la tessera elettorale. Domani, al più tardi martedì prossimo, vado a ritirarla. Sono emozionata, come NonnoCasini.
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Ora di religione - ultima parte
in fuck, requiem per il mio neurone, riflettevo, altrui ignoranza
Oggi è il 2 Aprile 2008.
Allarmatevi pure, è proprio come pensate. Non scriverò più delle mie ore di religione, non perché il professore abbia smesso di dire cose che meritino di essere riportate, bensì perché alla sottoscritta basta sentirle una volta, e non avverte il bisogno di scriverle e, di conseguenza, think about it two times in the same day.
La scorsa lezione, ad esempio, s’è parlato dell’anima, della vita dopo la morte et cetera et cetera.
Lui, il grand’uomo, il mal celato più grande amore della mia esistenza, ha accennato alla resurrezione di Cristo.
Il terzo giorno, bla bla bla, com’era stato scritto, bla bla bla, il mistero della fede, bla bla bla, il corpo che non era corpo.
Il corpo che non era corpo?
Questa non l’ho capita. Visto che non sono una profonda conoscitrice del cattolicesimo, sebbene io abbia letto la Bibbia e abbia frequentato per sei anni il catechismo [comunione, cresima, post-cresima], ho pensato che forse era il caso di chiedere, per trovare un chiarimento ai miei dubbi.
Io: << Prof, scusi, non capisco. Che significa che il corpo non era corpo? >>
Prof: << Cristo, quando è resuscitato, non era proprio in carne ed ossa. Era in una sostanza divina… >>
Io: << Ma io ci vedo un po’ una contraddizione. San Tommaso dice che non crede finché non può toccare la carne di Cristo, allora, se Cristo non era in corpo, San Tommaso, quando tocca, che tocca? >>
Prof: << Questo non possiamo saperlo, lo accettiamo per fede. >>
Se devo essere sincera, mi sono rotta definitivamente le scatole di sentir parlare di accettare roba per fede. Non chiedo che mi si provi l’esistenza di un qualsiasi dio, però gradirei che le religioni fornissero almeno dei dati fondati su qualcosa di certo, e non delle verità date per plausibili perché col tempo sono state accettate.
Diamine, sono meglio disposta ad abbracciare il culto della Grande Madre!
Scusatemi, ho la spiritualità di un lavandino rotto abbandonato in mezzo alla strada.
Quindi è finita, salutate con la manina Prof, le sue frasi fatte e le sue assurdità, perché se non ne dirà qualcuna di veramente abnorme, non intendo veicolare ancora il suo pensiero, non poiché è sbagliato [chi sono io per giudicare?], ma poiché rischio di cominciare a diventare intollerante. Io amo la tolleranza. Io sono la tolleranza fatta persona. Ecco, la tolleranza si è reincarnata in me. Su, adoratemi. No, eh? Uff, non può capitare una seconda volta? Se convertissi Berlusconi al LaCapanesimo, lui potrebbe fare una leggina, piccola piccola, che tolga la libertà di culto e che mi faccia diventare una nuova divinità. Una sorta di Zeus al femminile… Già vedo i templi sulle montagne, il mio simulacro sparso in ogni dove, le offerte.
Think big.
LaCapa is totally fluo! ∙ commenti ∙