mercoledì, 11 novembre 2009
Cara Dearfriend Porno,
so per certo che ti guarderai indietro, tra un po', e riderai di gusto di tutto questo. Ne riderai quando avrai la tua storia da raccontare, quando avrai abbastanza vita alle spalle da poter parlare di quello che hai fatto, di quello che eri, di quello che sarai diventata e di quello che ancora hai da vedere.
Sì, Dearfriend Porno, perché a vent'anni, vent'anni, che pretendi da te stessa? Cosa chiedi alla tua vita?
A vent'anni non sei donna e ti arrabbi se ti danno della ragazzina, ti piace tutto e non cominci niente, non ti piace niente e ti metti a fare di tutto, giochi con gli spasimanti e non ti vuoi innamorare, ma poi t'innamori e non vuoi, fai esami all'università ma mica lo capisci a che ti servono, esci con gli amici, bevi, ti ubriachi, parli con dio, lui non ti risponde e te la prendi con le amiche.
A vent'anni, cara Dearfriend Porno, i racconti sono aneddoti, le fantasie sono possibilità e le speranze non cascano dal cielo, mettitelo in testa.
A vent'anni è tutto più intenso, tutto più vivo, tutto più nuovo.

Hai detto che io non posso capire, che io so quello che voglio e che la mia storia personale ce l'ho. Hai detto che non ho di che lamentarmi, che la tua vita è frustrante, e la mia no, la mia è piena, divertente, senza vuoti, hai detto che sei disillusa e che essere disillusa a vent'anni è una brutta cosa.

Sai, Dearfriend Porno, non è che io campi di illusioni.
E' vero, io so quello che vorrei fare da grande e so che tipo di persona voglio diventare. Però so anche che ci vuole talento, fatica, passione, sacrificio, sudore e costanza. E so che io non ho abbastanza talento, che non mi piace faticare, che la passione brucia per un po' ma poi si spegne, che non so sacrificarmi, che odio sudare e che sono la persona più incostante che io abbia mai conosciuto.
Avevo un sacco di prospettive un paio di anni fa, e adesso mi sembra sia passata una vita. Te lo ricordi, vero, quando io e DearLowe siamo uscite di casa alle 7, a Roma, solo per andare a vedere Tor Vergata? Sì, te lo ricordi. Te lo ricordi quando ho passato mezza estate a studiare per i test di quell'altra università e poi non mi hanno ammessa? Sì, ti ricordi pure questo. E quando avevo considerato che mi mettevo sotto a lavorare per due anni e poi avevo il tesserino da pubblicista e, alla fine, sono rimasta fregata?

Dearfriend Porno, vogliamo parlare dei vuoti?
No, perché qui c'è chi è come l'Emmenthal svizzero, e tu fai finta di non badarci.

Mi risponderai: «Vuoi accontentarti? Accontentati. Io non voglio».

Vedi, mica si tratta di accontentarsi, si tratta di reagire, si tratta dell'aver preso coscienza che la storia la scriviamo noi e mica puoi stare là ad aspettare che qualcuno metta punti e virgole al posto tuo.
La vita te la smuovi tu, sei tu che ti guardi attorno e decidi di darle una svolta, di cambiarla. Sei tu che ti rendi conto che hai pianto abbastanza per uno che ti sembrava il centro del mondo e poi era solo un ragazzo normale; sei tu che inizi a studiare un sacco perché prima ti laurei prima puoi andare da qualche altra parte; sei tu che sali su un treno, con dieci euro in tasca, senza biglietto, e ti prepari mentalmente all'idea di scendere soltanto quando il controllore ti scoprirà, da sola, senza un posto dove andare soltanto perché hai bisogno di viaggiare; sei tu che scegli se affrontarli, i problemi, o fuggirli.

Io, ad esempio, i problemi li circumnavigo. Li osservo a tutto tondo, scopro che non mi piacciono e vado da un'altra parte. Poi mi dicono che sono strafottente, che ho l'aria svagata e magari un po' stupida e chissà che non abbiano ragione, tutti.

Non puoi chiederti di saltare a piè pari i casini che hai se poi non sei disposta a darti la forza per atterrare dall'altra parte senza cadere e sbucciarti un ginocchio, e tu questo non lo vuoi capire.

Dearfriend Porno, io non mi arrabbio mai, e lo sai, eppure sei riuscita a farmi alzare la voce, a farti mandare a quel paese senza ricevuta di ritorno. Giusto per farti capire quanto le hai sparate grosse.
Adesso svegliati, apri gli occhi e fatti un favore: riaccendi il cervello.
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categoria:fuck, stronzate in libertĂ , riflettevo
martedì, 27 ottobre 2009
«LaCapa, ascoltami: dobbiamo inventarci una storia carina per quando le persone ci chiederanno come ci siamo incontrati...»
«Hai ragione, Monsieur Déjà vu. La verità sui modi e sui non-luoghi è meglio tenerla per noi.»

Dunque, è capitato più o meno unannoequalcosa fa. Io ero seduta in un bar, tavolino ad angolo, caffè con una bustina di zucchero e libro tra le mani. Dovevo andare all'università, ma m'ero fermata un po' per i fatti miei, ché ogni tanto mi piace farlo.
Lui è entrato poco dopo, con un sacchetto della Mondadori tra le mani, ha preso posto al tavolino accanto al mio e ha ordinato un caffè. Il cameriere, estremamente antipatico, gliel'ha praticamente sbattuto sotto il naso, senza neanche guardarlo in faccia.

«Scusi, potrebbe portarmi lo zucchero?», ha domandato.

Il cameriere l'ha guardato con disprezzo e ha fatto finta di non sentirlo. Io, che seguivo la scena senza neanche troppa discrezione, ho sorriso.

«Se vuoi, a me le bustine le ha portate...»

Lui m'ha ringraziata, s'è alzato, ha preso lo zucchero e ha sbirciato il titolo del libro che avevo tra le mani.
«Alla fine, Tizia va a letto con Caio e, in pratica, è un incesto. Sempronio se ne va e Vercingetorige muore».
«Rivelarmi la fine del libro che sto leggendo è la maniera sbagliata per attaccare bottone, lo sai?»
«Dovresti ringraziarmi, ti ho risparmiato un sacco di fatica. E' un libro bruttissimo».

E abbiamo cominciato a chiacchierare.
Poi lui ha guardato l'orario, s'è accorto d'essere tremendamente in ritardo a lavoro, m'ha scritto su un foglio di carta il nome della trasmissione radiofonica che stava andando a condurre, ed è scappato.

Entrata in macchina, ho acceso la radio e l'ho cercato tra le stazioni. L'ho trovato, l'ho ascoltato, mi sono divertita. Quando sono tornata a casa, gli ho scritto all'indirizzo e-mail della trasmissione, complimentandomi per il programma.

Ecco, facciamo che è stato così che ci siamo conosciuti, che non è neanche troppo falso perché alcune verità, in queste poche righe, ci sono.

Monsieur Déjà vu, a quei tempi, era fidanzato con il Canedacaccia e, quando mi guardava, lo pensava che fossi carina, e pure che fossi simpatica, però si manteneva ad una certa distanza, perché gli piaceva fingere di non essere uno che tradisce. Si scherzava, da buoni conoscenti, si andava a bere una birra insieme, ogni tanto, si rideva.
Una sera, ci siamo ritrovati in chat, nervosi entrambi.

«Come va?», mi ha domandato.
«Non è il momento», ho risposto.
«Bene».

Monsieur Déjà vu mi ha telefonato.

«Il Canedacaccia mi ha lasciato».
«Ho appena rotto col Batteristalcolizzato».

Siamo scoppiati in una fragorosa risata, non perché ci fosse qualcosa da ridere, bensì perché la situazione era, per usare un aggettivo che a lui piace tanto, grottesca. Ci siamo raccontati le reciproche chiusure, ci siamo vicendevolmente presi in giro, quindi ci siamo salutati.

«Adesso che farai?»
«Intanto, vado a distruggermi d'alcol. E tu?»
«Vado a fare lo stesso».

Sono passate un paio di settimane, poi abbiamo organizzato una serata insieme.

Lui e i suoi due più cari amici, io e le Dears. All'Ostello. Io non conoscevo i due tipi, le Dears non conoscevano proprio nessuno. E' stata una serata terribile.
Non ricordo che ora fosse, ma Dearfriend Ballerina e Miamiglioreamica erano fuggite da un pezzo, lasciando DearLowe e Dearfriend Porno a consolarsi con un mazzo di carte, mentre prendevano piede discussioni sulla pioggia e le temperature. Facaldomal'annoscorsonefacevadipiù.
Quando abbiamo deciso di andare altrove, lui ha lanciato ai suoi amici le chiavi della sua macchina, e mi ha seguita verso Vanda.
Arrivati alla mia auto, lui mi ha spinta contro la portiera, mi ha baciata, e io ho esclamato: «Oddio, no!»
No, perché mi piaceva. No, perché era un errore. No, perché era tutto un déjà vu.

Già visto: un uomo confuso che non vuole farmi soffrire e non ne vuole sapere d'impegnarsi, l'assenza di prospettive, il “non aspettarti niente”, poi “io prendevo la patente e tu facevi la quinta elementare”. Uno che presta libri, che suggerisce canzoni, che fa l'adolescente con me al telefono, fino alle due e mezza del mattino, poi mi prende in giro, mi dice che ha sbagliato amica, perché Dearfriend Ballerina è più attraente di me, e io faccio finta di arrabbiarmi però sorrido e lui “tanto lo sai che ho occhi solo per te”.
Uno che vive in un mondo lontano anni luce dal mio, uno che non avrei mai rischiato d'incontrare se le nostre vite non andassero avanti un po' come l'astronave di Douglas Adams, a propulsione d'improbabilità, uno che s'è scocciato di fare finta e vuole essere sincero, che sostiene che le parole non abbiano granché senso, perché sono le azioni che contano, “e quindi, LaCapa, quello che dovresti valutare non è il fatto che alle sei del mattino ti scrivo una battuta stupida, ma che alle sei del mattino penso a scriverti qualcosa”.
Monsieur Déjà vu il giorno del mio compleanno mi ha trascinata in un bel posto e mi ha dato un regalo, convinto che fosse troppo scontato, invece nessuno ci aveva pensato ad un taccuino su cui scrivere… Compivo vent’anni ed era la prima volta che qualcuno mi diceva “auguri, LaCapa” e poi mi baciava.
A Monsieur Déjà vu ho telefonato quella notte, ubriaca fradicia durante i festeggiamenti per Artista Insoddisfatto, ché era pure il suo compleanno e quando ci sono di mezzo lui, Asparagio e Uomo Riccio è certo che non si rimanga lucidi troppo a lungo. Dicevo, gli ho telefonato, non so bene cosa gli ho detto e lui un po’ s’è divertito e un po’ no, ma l’indomani non avevo alcuna voglia di sentirlo.
Ho pensato che “ecco, ho sbagliato un’altra volta” e mi sono chiesta dove sia finita quella persona che di errori non ne faceva troppi, in fondo. Poi ho capito che perfino le cazzate hanno i loro lati positivi: se non c’è di peggio, si può solo andare a migliorare. E poi fanno ridere.
Sì, perché pare io gli abbia detto: «Senti, io non sono innamorata di te. Ma quando tu capisci che mi sto innamorando, dimmi che intenzioni hai, così mi organizzo». E per affermare una cosa del genere bisogna proprio essere in un meraviglioso stato d'incoscienza etilica.

Monsieur Déjà vu mi ha fatto un discorso, una sera. Eravamo stati al cinema, a vedere “Up” che è un bel film e qualcuno ha detto che sa essere pure commovente, solo che io non mi commuovo, quindi non lo so mica. Insomma, eravamo stati al cinema e lui aveva avuto una bruttissima giornata. Pure la mia non era stata proprio facile facile, a dirla tutta. E mi ha fatto un discorso.
Mentre parlava, io vedevo quella stessa scena, quelle stesse parole e un'altra faccia al posto della sua. Le pause negli stessi momenti, la stessa difficoltà nell'esprimere alcuni concetti, la stessa spiazzante sincerità o convincente presa in giro.
Ero lì, dentro al replay, e desideravo con tutto il cuore essere altrove. Desideravo non avere soltanto vent'anni, non essere ancora una volta troppo piccola, desideravo essere arrivata al momento giusto o almeno in uno sbagliato soltanto a metà.
Le Dears mi avrebbero detto che, in fondo, me le cerco. Coi ventenni le cose sanno essere più facili.
 
Ma le cose facili sono noiose e, probabilmente, non sono fatte per me. Le cose complicate, invece, riescono a sorprendermi.

Come il discorso che mi ha fatto Monsieur Déjà vu. Per la sua conclusione, più che altro. Mi aspettavo un finale fotocopia e me ne sono trovata davanti uno diverso.
Quasi quasi, migliore. Ma questo facciamo che l'ho detto sottovoce.
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categoria:sentimentalismi musicali, riflettevo
mercoledì, 08 luglio 2009
[Attenzione: post notturno. Nel senso che fu scritto in piena notte e che, per ragioni di praticità, viene pubblicato ad una decina di ore di distanza. Intervento con alto contenuto di autocommiserazione.]

Casa LaCapa dorme, lo so perché il cuscino di Sorella, nel letto accanto al mio, è bagnato dal suo rivolino di bava, e perché si possono ascoltare tre modi diversi di russare che si alternano: il primo è quello di Cane, poi Padre, poi Fratello. Praticamente una gerarchia del comando.
Madre, ogni tanto, la sento rigirarsi, perché il lettone matrimoniale scricchiola e se sei sveglio, di notte, quando i sensi pare si acuiscano, riesci a sentirlo forte e chiaro, questo scricchiolio.

Sono le quattro e dovrei dormire anche io, no? Sì. Bè, domani, cioè oggi, c'è la premiazione. Non credete che sia quello che non è: insomma, l'importanza della cosa è parecchio relativa e di sicuro non andrò in giro firmando autografi a destra e a manca. Per capirci: se vi mettete a cercare il mio nome in libreria, morirete scavando tra gli scaffali.

Il problema, ad ogni modo, è che sono sveglia mentre attorno tutto dorme. E l'effetto non è piacevole, perché c'è un po' di paura e un po' di pensieri che si agitano e cozzano tra loro. Uno finisce col guardarsi indietro e accanto, e se quello che vede non lo aggrada?
Poniamo il caso che il mio passato raramente mi soddisfi e che il mio presente non mi piaccia. Poniamo il caso che avesse ragione Batteristalcolizzato quella volta che ha detto che gioco a fare la donna.

E' che i personaggi te li cuci addosso e finisce che diventano parte di te, finisce che ti ritrovi una notte, con le guance bagnate di lacrime, e pensi che -porcamiseria- non hai neanche vent'anni e donna non lo sei, ed è inutile che fai finta.

Sei la stessa bambina che mangiava il gelato dalla coppetta perché col cono ti sporcavi tutta, e questa cosa t'è rimasta e la dici scherzando, come scherzando dici che non sai leggere l'orologio e non sai distinguere la destra dalla sinistra. Pensi che, se sorridi, rendi la cosa più leggera, però è vero e solo le Dears ci credono.

Chi sei, LaCapa?

Sei quella che quando ti piace veramente un ragazzo non vuoi farti vedere mentre mangi, un po' perché ti si chiude lo stomaco e non ti viene fame, un po' perché la cosa più imbarazzante del mondo è che tu parli e parli e parli e lui fissa la pianta di basilico che t'è rimasta attaccata agli incisivi.

Sei quella che si vergogna del suo corpo talmente tanto da pretendere la luce spenta, perché se non ti piaci da sola come puoi piacere a qualcun'altro?

Sei quella che non riesce a stare in posa per le fotografie, quella che odia essere al centro dell'attenzione, quella che è facile trovare seduta per terra, ovunque, con le spalle poggiate al muro e le gambe raggomitolate strette sul petto, un po' per abituarsi al futuro da barbona che l'attende, un po' perché solo gli arroganti e gli stupidi guardano la gente dall'alto verso il basso, per cui è meglio la prospettiva opposta.

Chi sei, LaCapa? Te lo ricordi ancora?
Da quanto tempo non fai un discorso che non sia macchiato dall'ironia o dalla disillusione? Da quanto tempo non tiri le fila di quello che stai facendo? Da quanto tempo non dormi una notte tutta intera?

E così, tra qualche ora ti danno un premio, e per cosa non ti è chiaro.

Sì, tra qualche ora mi danno un premio e il fondotinta dovrà fare miracoli per nascondere le occhiaie, la voce dovrà uscire, le mani non dovranno tremare, i piedi dovranno evitare di inciampare e Poisonzula dovrà avere torto.

«Piangerai», mi ha detto.

Ti prego, Poisonzula, cerca di avere torto.
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categoria:fuck, requiem per il mio neurone, riflettevo
domenica, 07 giugno 2009
C'è una persona che conosco da anni e che tutti chiamano Il Bifolco.
C'è che questa persona, quando la incontro, ha sempre una bottiglia di vino tra le mani e beve.
C'è la sua camicia, perennemente stropicciata e fuori dai jeans strappati.
E c'è il fatto che ieri sera, all'Ostello, mentre MisterCameriere2008 faceva lo splendido -secondo Dearfriend Ballerina-, Il Bifolco mi ha raccontato la sua filosofia di vita, la sua teoria sull'affezione.

Prendi la tua stanza, mi ha detto, e immaginatela così com'è, che credo sia com'è sempre stata.
Un giorno, all'improvviso, mettici dentro una sedia. Non importa che tipo di sedia, può essere anche pieghevole e di legno. Non badare a dove la metti, purché ci sia. Fai conto, però, per comodità di narrazione, di averla lasciata là al centro.
Ogni giorno, per tanti giorni, entri nella tua stanza e guardi la sedia; dopo un po' non farai più caso al fatto che la sua presenza ingombri parte della tua camera, perché ti sarai abituata.

Dopo qualche tempo arriva uno sconosciuto, oppure un amico, oppure un parente (ma nemmeno questo è importante) che prende la tua sedia e se la porta via.

Era una sedia, una inutile e stupidissima sedia, eppure ti mancherà.

Ci sarà uno spazio vuoto che ti sembrerà immensamente grande e vigliaccamente insensato, senza quella sedia nella tua stanza.

E con le persone è così, uguale identico.

Vedi sempre qualcuno, ci fai due passi assieme, ci scambi quattro chiacchiere, poi otto, poi sedici, poi trentadue, poi sessantaquattro e via dicendo. Fai questa vita il lunedì, il martedì, il mercoledì, il giovedì, il venerdì, il sabato e la domenica non ti riposi, lo fai lo stesso. Per una settimana, un mese, un anno, dieci.

Quando questa persona non la incontrerai più, quando smetterà di far parte della tua esistenza, ti mancherà. E potrà essere la persona più infima e volgare sulla faccia della Terra, ma ti mancherà e tu non potrai farci niente.
Desidererai rivederla, dirle qualche parola, stringerle la mano o, peggio ancora, abbracciarla.
Rimpiangerai la monotonia delle discussioni o l'armonia nel disaccordo.
Quando scenderai per strada guarderai bene a destra e a sinistra, scorgerai nei lineamenti degli altri il suo profilo, incrocerai i suoi occhi in quelli di un passante mai visto prima.
E proverai un tuffo al cuore.

Perché gli uomini, a ben vedere, non sono tanto diversi da quella sedia.

Sono presenze costanti che ti tirano via l'aria e lo spazio, ma senza, il vuoto è duro da sopportare e difficile da colmare.
E con "uomini" non intendo esseri viventi di sesso maschile, bensì proprio genere umano.

Il Bifolco parlava e sorrideva, ed io ridacchiavo, fingevo di non dar peso a ciò che diceva.
Invece riflettevo.

La mia stanza è piena di sedie: grandi, piccole, con l'imbottitura, pieghevoli di legno e di plastica, consunte, coi piedi un po' corti e un po' lunghi. C'è pure qualche sgabello, sparso qua e là.
Alcune, col tempo, mi sono state portate via, e la loro assenza mi ha destabilizzata. Altre sono diventate divani spaziosi o comode poltrone, solidi elementi di arredamento piantati nel pavimento e assimilabili a pilastri di una vita.
Nella mia stanza ci sono anche delle sedie a sdraio (non mi faccio mancare niente, io): morbide e accoglienti, hanno mutato il loro aspetto, talvolta in base al mio umore, talaltra secondo volontà superiori delle quali non è possibile indagare le ragioni.

Sono pigra e faccio una vita seduta.

La teoria sull'affezione del Bifolco non è da buttar via.

Io, però, non sono una sedia. E non voglio esserlo.
Mi piacerebbe essere un appendiabiti o un portaombrelli: loro stanno nascosti, negli angoli, generalmente accanto alle porte.
Passano inosservati e sono utili. Poi, sono sempre vicini all'ingresso che, all'occorrenza, diviene un'uscita.
Eccomi, lì. Pronta per la fuga.
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categoria:stronzate in libertĂ , riflettevo
lunedì, 09 marzo 2009
Di persone strane è pieno il mondo.

Quando mi capita d'incontrarne, io le studio e le analizzo, poi scrivo dei post che parlano di loro.

Dopo qualche tempo dall'inizio della mia [in]gloriosa carriera universitaria, Dearfriend Porno s'è presentata con un ragazzo coi capelli corti, il piercing nel naso, le orecchie traforate e i jeans larghi e strappati.

Era un artista insoddisfatto, con un gran sorriso e l'accento a metà tra il romano, il catanese e il siciliano dell'entroterra. Un miscuglio di dialetti e modi di dire che lo rendeva un interessante soggetto d'analisi.

Artista Insoddisfatto lo vedo ridere spesso, e sorridere altrettanto, ma non ero mai andata oltre, per il vizio che m'è preso di fare la persona superficiale e non domandarmi niente di chi mi sta accanto.
Finché la gente è come sembra, non ci sono problemi.
Quando comincia ad essere altro, là sono cazzi.

Ieri, io, Miamiglioreamica, Dearfriend Porno e Artista Insoddisfatto abbiamo portato Ubriacane [il cucciolo di Artista Insoddisfatto] al mare.

L'appuntamento era alle 15:30 [che sono diventate le 16 e qualcosa] a casa di Artista Insoddisfatto.
 
L'abbiamo trovato coi vestiti del mestiere, una camicia rovinata e dei pantaloni da operaio, i pennelli tra le mani, due nuove tavole in lavorazione e il soggiorno invaso di bottiglie vuote. Tre di lambrusco, non so quante di birra, e una di Martini.

Era di buon umore, s'è cambiato in due secondi, ha messo il guinzaglio ad Ubriacane e siamo usciti, portando con noi altra birra.

Artista Insoddisfatto pare avesse cominciato a bere, da solo, alle dieci del mattino.

Il pomeriggio, al mare, è stato divertentissimo. Lanciavamo l'osso ad Ubriacane, e lei ce lo riportava. Ogni tanto, però, lo scambiava per una carcassa d'alcolico lasciata tra la sabbia da altri avventori, e riportava quella. Immaginate un peluche nero, con una macchia bianca sul muso, e una Moretti tra i denti.

Miamiglioreamica e Artista Insoddisfatto, non so come, sono finiti a parlare di felicità.

Cos'è la felicità? Se lo chiedevano loro, e ce lo chiedevamo anche io e Dearfriend Porno, osservando le onde.

La felicità è una macchina che t'investe quando non stai attraversando sulle strisce, ho concluso io.
Gli altri hanno riso, io pure, amaramente.
Artista Insoddisfatto sosteneva che la felicità è effimera, temporanea, in un mondo di dolore latente.

In fondo, potrei anche essere d'accordo con lui. Il fatto è che, lo sapete, sono un'inguaribile ottimista.
Per distrazione e svagatezza, per stupidità o strafottenza, alla fine, non vedo mai tutto nero. Ho le Dears, tra l'altro, e ci pensano loro a mettere colori e suoni nella mia vita, nelle rare occasioni in cui è un film muto.

Mentre parlava, Artista Insoddisfatto aveva uno strano tono.

In serata, mentre lo riaccompagnavo a casa, siamo rimasti a parlare.

Artista Insoddisfatto ha un vissuto che, alla sua stessa età, io non riesco nemmeno ad immaginare.
A me la sua arte piace, e molto.

Ci credo davvero che abbia talento, e comprendo il suo stato d'animo.

Io, prima di capire che non sono adatta, volevo scrivere nella mia vita. Volevo essere un'artista della parola.
E Madre è stata capace di dirmi: «Prendi un foglio di carta e una penna, e scrivi. Tanto più di questo non sarai mai in grado di fare.»

Così, le parole di Artista Insoddisfatto avrei potuto dirle io.

Lo vedevo disilluso, e triste.

Ha raccontato un aneddoto che m'ha fatta arrabbiare.

«Quando vivevo a Roma sono passato da Via Gallerie -il posto della Capitale in cui si parla d'arte nel vero senso della parola-, con un'innocenza disarmante. Ero andato con il mio book di opere, per mostrarle a qualcuno. In un posto dove si fa arte, non pensavo che mi avrebbero trattato come hanno fatto. Si sono messi a ridere. "Questo è un punto d'arrivo, non di partenza", mi hanno detto.»

Non ho detto niente, ma qualcosa m'è montato dentro.

Artista Insoddisfatto se lo merita di partire da qualche parte, e si merita di arrivare in un posto lontano lontano.
Avere un sogno grande quanto una casa pesa, soprattutto quando, attorno, chiunque ti urla che non c'è spazio per i sogni, quando in famiglia ti chiedono di fare l'avvocato, o d'entrare in Marina, quando nessuno s'interessa a te, che non hai nemmeno vent'anni, troppa voglia di cambiare il mondo, nemmeno un centesimo in tasca, e idee da rivoluzione.

Guardavo Artista Insoddisfatto mentre mi raccontava di come, certe volte, avrebbe voglia di piangere e spaccare tutto e, non lo nascondo, gli avrei dato ragione.

Gli avrei spiegato:

«Sì, Artista Insoddisfatto. Piangi, urla e spacca tutto. E' uno schifo, è tutto uno schifo. Ma sei bravo, molto più bravo di molti altri che avevano metà del tuo talento, e un ego grosso il quintuplo del tuo. Però non bere, ché non ha senso. Bevi e poi? I problemi ci sono, restano lì. E non li affronti. Avresti bisogno di qualcuno che ti dica che, cazzo, devi dipingere. Cazzo, dipingi! Dipingi, perché è quello che vuoi. A me sono secoli che nessuno mi dice che, cazzo, devo scrivere. E non ci credo più. Ma la voglia che hai tu di esprimerti non la conosco, la tua è troppo grande. Una cosa così grande non si può lasciare stare.
Cazzo, Artista Insoddisfatto, dipingi.
E non odiare il mondo, le persone, il cielo. Non odiare nemmeno te stesso. Non odiare i pennelli, la tela, il colore, il legno, la resina o la plastica.
Non odiare il corpo deforme o quello perfetto.
Dipingi e basta.»

Gli avrei detto queste e molte altre cose, eppure m'è uscito solo uno svogliato: "che devo dirti? Ti capisco".

Artista Insoddisfatto è sceso da Vanda, ha comprato altri alcolici, ed è rientrato a casa.

Non so se abbia finito quello a cui lavorava, o se sia rimasto ad ubriacarsi da solo, col cane accanto e i pennelli immobili sui colori ad olio.

So che mi dispiaceva non esserci per farlo sfogare, ché era quello di cui aveva bisogno.

E so che sentire le sue parole ha riaperto ferite che credevo chiuse, e invece sanguinano ancora.
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lunedì, 03 novembre 2008
Quand'ero bambina, la mia nonna materna era per me un'istituzione.

Nonnina era energica e volenterosa e, ogni volta che la vedevo, aveva sempre una buona parola per me, una caramella, un giocattolo nuovo, un rimprovero o, semplicemente, un abbraccio. Il mio nonno materno praticamente non me lo ricordo: so solo che è venuto a mancare il giorno del mio compleanno di quando io ero proprio piccolissima, dopo una lunga malattia che, a poco a poco, l'aveva logorato.

Casa di Nonnina, per LaCapa bambina, era una specie di paradiso. Una piccola villetta raccolta, luminosa, con un giardino pieno di fiori profumati e agrumi colorati, e un archetto dipinto di bianco dal quale scendevano grappoli di ottima uva rossa e bianca. C'erano le rose, che Nonnina potava appena sbocciate con l'unico scopo di donarle alla sottoscritta, c'era la gatta quasi sempre incinta di nuovi e graziosissimi cuccioli, c'erano le coccinelle che mi facevano tenerezza, c'era la TV del pomeriggio accesa su Sentieri, una specie di soap opera infinita, o su Forum.
Nonnina sedeva al sole, inforcava gli occhiali e si metteva a cucire all'uncinetto dei graziosissimi vestiti per i miei bambolotti, o delle calze di lana per me, che ho sempre sofferto il freddo di notte, avendo perfino i piedi gelati.

Io la imitavo, fingevo di cucire e rammendare o, il più delle volte, rimanevo in silezio a guardarla.

Mio zio, fabbro, teneva tutti gli attrezzi del mestiere accanto al giardino: limatura, sbarre di ferro, dischi che girano veloci veloci e poi tagliano il metallo come fosse pane, acqua ragia, acidi vari, martelli, chiodi, accette. Un armamentario niente male.
Anche quelli, a mio parere, erano giochi piazzati là con l'unico scopo di farmene godere. Non mi spaventava nemmeno ZioFabbro, a cui mancava un dito e che profumava sempre di acciaio fuso.

Quella casa era il centro del mondo. Avevo un'amica che abitava a pochi passi dal mio palazzo e quando lo venni a sapere, risposi:

<< Sì, so dov'è. Vicino casa di mia nonna. >>

In realtà, ci passavo con la macchina quando stavo per andare da Nonnina, quindi assimilavo le due cose.

Correvo, giocavo all'hula hoop per interminabili pomeriggi con Sorella, ci sfidavamo a chi riusciva a reggere più a lungo il ritmo. Saltavo con mio fratello, scommettendo su chi di noi due, con la punta delle dita, sarebbe riuscito per primo a toccare il filo su cui Nonnina stendeva i panni.

Ce ne fregavamo di Madre che urlava di fare attenzione, e di Nonnina che si augurava che noi non cadessimo.

Ora, a casa di Nonnina non ci entro quasi mai. Generalmente, la passo a prendere e la porto a casa mia, per non farla stare da sola, per passare del tempo con lei.

Ieri, dopo non so nemmeno io quanto, ho fatto un giro in quella villetta.

Ho visto le pareti screpolate per via dell'umidità, le foto ingiallite alle pareti, la televisione rotta, senza Sentieri, senza Forum. Ho sentito odore di chiuso, ho visto le tapparelle abbassate e le camere non usate in penombra.
Il materiale da lavoro di ZioFabbro invadeva quasi tutti gli spazi che io, meno che seienne, usavo per divertirmi con Fratello e Sorella. Il giardino selvaggio e quasi incolto, con pochi fiori. Dell'uva, è rimasto solo l'archetto arrugginito e desolato. La gatta e i micini?
Ogni tanto passano, mangiano, e poi scappano via, diffidenti.

Ho visto un ombrello di tutti i colori dell'arcobaleno, bucato e slavato. Era il mio preferito. Mi piaceva che piovesse solo perché potevo andare a scuola e mostrare a tutti il mio bellissimo ombrello multicolor. Era in un angolo, per terra. Sopra, il filo che Nonnina usa ancora per mettere ad asciugare i suoi vestiti. Stavolta, non ho dovuto saltare per toccarlo, bensì abbassarmi, e pure di molto, per passargli sotto senza sfiorarlo.

Nonnina, ieri, stava seduta al sole.

Io: << Nonnina, andiamo? >>
Nonnina: << Un attimo, LaCapa, devo finire una cosa. >>

Nonnina nasconde in grembo quello a cui stava lavorando, si china, prende da un cesto di vimini una forbice e, tutta soddisfatta, dà una spuntatina ad un filo. Rimette la forbice al suo posto, si alza e stringe tra le mani un piccolo tesoro.

Nonnina: << Tieni, LaCapa, ti ho fatto un paio di calzette di lana. Così, la notte, non senti freddo ai piedi. >>

Sorride sdentata e gli occhi le brillano.
Come sempre e da sempre.
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categoria:riflettevo
domenica, 26 ottobre 2008
Io: << Ma è quadrato. >>

Padre: << Come volevi che fosse? Rotondo? Lo spazio è quello. Bisogna ottimizzare... >>

Io: << Prima spazio ce n'era di più. >>

Padre: << ... >>

Io: << Sì. Prima era più grande. E poi, è tamarrissimo il marmo. >>

Padre: << E' sempre stato di queste dimensioni. Comunque, il marmo non è tamarro. >>

Madre: << Il marmo è bellissimo. >>

Io: << La mia obiezione iniziale rimane. C'è solo un piatto doccia, qua. Quadrato, per di più. E la vasca? >>


La vasca è un must in ogni casa rilassante che si rispetti. Casa mia deve essere una casa rilassante, altro che. La doccia è più rapida, più economica, più igienica, più comoda, più politically correct, insomma.

La doccia è l'evidenza del tempo che fugge, della frenesia della vita, della corsa per prendere il treno che non può partire senza di me, e io poi come ci arrivo in culo al mondo, senza il mezzo?
La vasca è una canzone ambient, candele scure, olio profumato e tanta schiuma, ché oggi non devo studiare né lavorare, a casa non c'è nessuno e posso stare in pigiama tutto il giorno, passando dal letto al divano e viceversa.
 
Vasca e doccia sono due modi diversi d'intendere la vita e di lasciarsi andare al quotidiano.

Padre: << Niente vasca. La vasca non la usa più nessuno. Neanche ne fanno di vasche belle, ora. >>

Io: << Perché invece il bagno nuovo è bello, no? Con questo marmo tamarro. >>

Padre: << Il marmo non è tamarro. Sei tu che non hai gusto. >>

Io potrò anche non avere gusto, ma il marmo non mi piace.
E voglio una vita da vasca, non da doccia.

Voglio una vita seduta con DearLowe su una panchina, abbastanza vicine all'Ostello per poterne sentire le voci, abbastanza nascoste per non essere viste. Là, con una sigaretta in mano e una discussione strana.
L'Ostello non è più la stessa cosa. Senza CameriereFigo, tornato a casa, su al nord. Senza Grignani, che non ne poteva più dei litigi con i colleghi e dei clienti idioti. Senza CameriereUbriaco, licenziatosi per poter accudire la figlia neonata. C'è MisterCameriere2008, ma la cotta è passata. Il non vederlo più spesso come prima, il fatto che adesso ci sia qualcuno che, all'improvviso, mi ha fatta sorridere dentro [e non ve ne ho parlato, ma è meglio così], l'Università, le mille cose da fare: MisterCameriere2008 è stato sommerso.

Voglio una vita con idromassaggio, sali da bagno, acqua calda e vapore.

E con tante, leggere, bollicine.
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categoria:riflettevo
domenica, 19 ottobre 2008
I commenti alla mia non-più-fluente capigliatura sono stati dei più svariati e si sono assestati tutti sulla mia presunta somiglianza con tale Rizzo, una delle protagoniste del celeberrimo musical "Grease".

Mio fratello, stamattina, mi ha apostrofata:

<< Simba! Dove hai mollato Mufasa? >>

Con spiacevole allusione alla criniera leonina che secondo lui mi ritrovo. Ormai ho deciso di ignorare qualsiasi affermazione del genere e di cavalcare un'immaginaria onda revival anni '80, sì da passare non per quella a cui il parrucchiere ha sbagliato taglio, al contrario per una che precorre le mode con il coraggio della Madonna dei tempi d'oro.

Oggi avrei tante cose da scrivere...

Ci sarebbe una parola da spendere per l'anonimo il quale, perdendo il suo preziosissimo tempo di domenica mattina, ha pensato che fosse cosa buona e giusta leggere i miei post e lasciare nell'apposito spazio messaggi offensivi. Uso il condizionale ["ci sarebbe"] perché non intendo farlo. Bagheisha e Cerveza hanno risposto alla perfezione e non mi sembra il caso di rovinare le loro già splendide parole...

Oggi avrei tante cose da scrivere...

E' domenica ed è una settimana esatta da quando Dearfriend Ballerina è partita. E' un vuoto, una nostalgia pressante. Sembrano mesi e mesi che non la vedo e anche se, soldi permettendo, ci siamo sentite più o meno ogni giorno, l'assenza si sta rivelando più pesante di quanto io credessi.

Mi tengo occupata, faccio duemila cose quotidianamente, mi sto impegnando in tante di quelle attività che la sera mi butto sul letto distrutta, pronta a ripiegarmi su me stessa come un castello di carte che si tiene fortunosamente in piedi.

Oggi avrei tante cose da scrivere...


Mi chiedo spesso, ultimamente, se la determinazione sia poi una cosa positiva. Parlavo con Miamiglioreamica, ieri, e ho capito tante cose. Cose che non sospettavo neanche e che un pochino fanno male, cose che avrei dovuto immaginare e delle quali avrei dovuto rendermi conto, se non fossi stata così intensamente concentrata sulla mia persona, cose che non fanno stare bene chi, in qualunque momento, sta al mio fianco in silenzio.

Probabilmente non è facile essermi amici.

Le mille cose che avrei da scrivere mi sembrano, all'improvviso, inutili.
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categoria:requiem per il mio neurone, riflettevo
martedì, 07 ottobre 2008
Le mezze stagioni non esistono.

"Il Visconte Dimezzato" di Italo Calvino è un libro bellissimo, ma non mi ci sono riconosciuta nemmeno per un istante.

Disconosco le mezze misure.

E' questo uno dei miei difetti più grandi.

Ci sono persone che vivono a metà, intrappolate nella forma, impegnate costantemente a valutare i pro e i contro, a definire limiti e contorni [che sono due cose diverse], a districarsi tra i fili dell'alta tensione senza farsi sfiorare dalla minima scossa elettrica.

Io non sono tra queste. Io indosso maglioni di due taglie più grandi, pantaloni maschili, mi butto a capo chino in quello che mi piace, supero il limite, e i contorni della mia vita sono solo tratteggiati, di quelli che tra una striscia e l'altra c'è il vuoto, e io in quel vuoto ci vivo, tremando perché tengo in mano i cavi dell'energia elettrica che, per quanto mi uccidano, mi fanno sentire dannatamente vera.

 Ho quasi diciannove anni e, a differenza di quasi tutte le persone che conosco, sono fermamente convinta che anche soffrire e star male siano sensazioni che meritano di essere vissute fino in fondo, perché poi passano ma lasciano dietro di sè un bagaglio di esperienze che torna sempre utile quando parti all'improvviso.
Le situazioni che non hanno futuro pare siano quelle che preferisco, perché sbatto sempre contro lo stesso muro e, nonostante io pianga per la botta, adoro il vento sulla faccia quando corro incontro alla parete solida.
Sono fatta così, non ci posso fare niente.

E sono felice di questo, giacché conosco a fondo me stessa, anche se gli altri si mantengono un grande enigma.

Nonostante questa instabilità cognitiva, nulla traspare dal mio carattere. Non mi arrabbio, non mi deprimo troppo. Mi rassegno. Sono una che si rassegna.
Riesco a guardare me stessa dal di fuori, ogni tanto, e a comportarmi di conseguenza. Praticamente, prendo tutto con ironia. E che ironia.

DearLowe sostiene che non ci sia nulla di più divertente di me quando mi prende lo "sclero", ovvero un momento di intensa autocommiserazione  condito da smorfie, vocalizzi, battute e caricature mediante le quali esprimo un po' di sana cattiveria repressa, causando l'ilarità generale.

Passato lo "sclero", torno quella di sempre.

Tendenzialmente sono una persona allegra, ma non ditemi che sono una ragazza allegra, ché la cosa non mi piace mica tanto.
C'è stato un periodo della mia vita in cui un numero alto di esseri umani incrociati per gioco e per caso mi hanno definita una "ragazza allegra".
E una volta, e due volte, e tre volte, e quattro volte...

Ne discutevo, non ricordo in che particolare occasione, con Miamiglioreamica. Le dissi che cominciavo a stancarmi che la gente mi ritenesse una "ragazza allegra".

Io: << Da "ragazza allegra" a "ragazza facile" il passo è breve, no? Immagina chi non mi conosce. Cioè, pensa un attimo alla seguente scena: qualcuno mi presenta ad un amico. "Lei è LaCapa, una ragazza allegra". Non è fastidiosissimo? >>
Miamiglioreamica: << Hai ragione, ti dovrebbero presentare: "Lei è LaCapa, una completa idiota". >>

La presentazione prospettata da Miamiglioreamica mi è sempre sembrata la migliore per descrivermi in tre parole.

LaCapa, una completa idiota.

La completa idiota ascolta da una settimana la stessa canzone almeno venti volte al giorno.
Appena accendo il pc la faccio partire, è la mia prima azione da computer-dipendente.

L'ho fatto anche oggi.

Sorella: << LaCapa, hai scartavetrato i coglioni con questa cazzo di canzone. >>

Era esasperata, povera Sorella. E' uscita a fare un giro solo per non sentire ancora e ancora e ancora e ancora la voce di Matthew Bellamy che, dolce come in poche altre occasioni, dichiara a qualcuno il proprio eterno amore.

You could be the one who listens to my deepest inquisitions.
You could be the one I'll always love.

Unintended è un capolavoro, dovete concedermelo.
Le sonorità sono malinconiche, tristi. E io sono felice.

Ho cambiato il template del blog. Questo nuovo lo odio profondamente, non mi piace, ma è più funzionale dell'altro e ci ho lavorato tanto, quindi resta.

E' incolore, apatico. E' scialbo.
Però è semplice. Io adesso mi sento semplice.

Sapete? Ho cominciato a scrivere qui per allenare il mio stile, per migliorare la mia scrittura, per capire se a qualcuno piacesse il mio modo di raccontare.
La scelta di usare tantissimo i dialoghi è stata un po' forzata. Io amo le descrizioni, specialmente quelle dei colori. Ogni volta che mettevo mano ad un racconto, finivo per scrivere interminabili pagine di sfumature, e adoravo farlo. Le conversazioni, però, mi riuscivano scarne e poco incisive.

Dopo più di un anno di discussioni riportate, non credo di essere migliorata.

C'è una cosa, comunque, che ho perso per strada: la capacità di disegnare con le parole. Non che l'abbia mai avuta sul serio, solo che un po' mi era propria.

Adesso non più.


Che strano post m'è uscito. Credevo di dovervi spiegare qualcosa, ed ho finito per raccontare me stessa.

Perdonatemi.
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categoria:sentimentalismi musicali, riflettevo
domenica, 24 agosto 2008
Mi ritrovo a chiedermi se sono veramente decisa come a lungo ho voluto far credere. Mi ritrovo a domandarmi se la sicurezza ostentata nel prendere alcune decisioni non fosse unicamente una maschera atta a nascondere l'incertezza delle fondamenta sulle quali le basavo. Mi ritrovo a sperare di essere più forte di quanto in realtà io non sia mai stata.

Mi ritrovo a confrontarmi con altre persone e a sentirmi spiccatamente inferiore rispetto a queste. Mi ritrovo terrorizzata ed impaziente, elettrizzata e disperata. Mi ritrovo per terra, carponi, cercando con affanno una fiducia in me stessa che ho perso per strada e che non sembro essere in grado di scovare ancora.

Mi ritrovo con i piedi immersi nella sabbia, con le onde che ci passano sopra e mi affondano ancora di più, incapace di tirarmi fuori, pur rendendomi conto che, prima o poi, scendendo scendendo, morirò affogata. Mi ritrovo insoddisfatta e sfatta, sciatta.

Mi ritrovo indecentemente barricata dietro mura del pianto, diventate per l'occasione mura del riso finto e della fasulla felicità, rese solide da una calcina impastata di illusioni e auto-ammutinamenti. Mi ritrovo ad aver scordato le mie ambizioni, avendole sacrificate all'altare del non-amor-proprio.

Mi ritrovo con un libro di millequattrocento pagine quasi finito in un paio di giorni, perché di notte non riesco a dormire, e rimango sveglia fino alle sei a leggere e a pensare. E il silenzio di casa, quando tutti dormono, rende assordante lo scrosciare delle mie inutili riflessioni che, come pioggia, s'infrangono sul vetro opaco dei miei occhi.

Mi ritrovo nuovamente senza unghie. Ero riuscita a non mangiarle per un po', ma adesso ho ripreso a divorarle come fossero il pasto più ambito della giornata. Mi ritrovo sanguinolenta dentro e sana e contenta fuori, ché tanto non se ne accorge nessuno.

Mi ritrovo a tentare di colmare lacune che non si riempiono da anni, lacune che si sono accresciute con il tempo e che sono ormai delle voragini. Mi ritrovo a pregarmi da sola affinché io apra quei testi scolastici e mi metta a studiare, perché entrare alla Superiore significa andarsene di casa e, finalmente, conquistare qualcosa.

Mi ritrovo coi volumi di letteratura italiana chiusi, intonsi.

Mi ritrovo a prepararmi per uscire, ché l'altra sera MisterCameriere2008 non era in servizio e non lo vedo da più di una settimana, eppure la cosa non riesce ad importarmi come vorrei che m'importasse. Perché in un anno ho avuto una brutta giornata, poi un'altra dello stesso tenore, e un'altra e un'altra e un'altra. Non sono state troppe, eppure gli occhi mi si riempiono di lacrime nonostante tutto questo tempo. E mi sento fragile.

Un bicchiere di cristallo tra le mani di un bambino.
Il bimbo gattona, gioca col calice. Ci guarda attraverso.
Poi gli cade.
E s'infrange in milioni di piccole schegge, minuscole, taglienti, brillanti.
Ma rimetterle insieme è un'impresa a cui non molti vogliono attendere.

E io, da sola, non ce la faccio.

Fortuna che, per il momento, il bimbo gattona e basta. Per ora, sono integra.

Domani non so.
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categoria:fuck, riflettevo
mercoledì, 20 agosto 2008
E mi sono resa conto che, praticamente, sono settimane che parlo soltanto dei fatti miei. Cioè, questo è un blog personale, indi è normale che vi racconti le mie paturnie, però vi ho abituati anche ad altri argomenti, credo.

In realtà, non so più che piega voglio che prenda questo spazio. Voglio un blog impegnato? Non credo proprio. Voglio un blog futile? Nemmeno. Voglio un blog a tratti futile a tratti impegnato? Negativo.

Forse voglio un blog esattamente come questo.
Mi sono riletta. Ho riletto me stessa, dall'inizio all'ultimo post.
Mi sono stupita. Di me, dico. Ho trovato qualcosa di bello. E lo so che questo essere autoreferenziali non vi piace, eppure... Sì, tra le mie proprie parole ne ho trovate alcune che mi hanno emozionata come quando le ho scritte. Molte non me le ricordavo nemmeno.

Passavo da una frase all'altra e mi sembrava di sfogliare le pagine del mio romanzo mai compiuto.

Vi ho raccontato più di un anno di vita, e l'ho fatto riportando conversazioni, descrivendo attimi, riassumendo eventi.

Mi sono sentita dentro "Il favoloso mondo di Amélie".

A proposito.
Ieri pomeriggio, approfittando del mio essere malaticcia [esagero: sono semplicemente un po' fiacca, senza voce, con mal di testa, mal di gola e mal di stomaco], mi sono data alla cinematografia e ho optato per quello che mi era stato descritto come una specie di capolavoro.

Amélie Poulain è un personaggio meraviglioso.
Lei vive in questo suo fantastico pianeta che gira al ritmo di Yann Tiersen, raccoglie pietre da far rimbalzare sull'acqua, aiuta gli altri ad essere felici [perché il giorno della morte della principessa Diana ha avuto un'illuminazione] e s'innamora di un giovane che in realtà non conosce, tale Nino, ma che a suo parere è esattamente come lei.

E' troppo facile dire "Amélie c'est moi", neanche fossi Flaubert che parla di "Madame Bovary".
Amélie è talmente affascinante che potrebbe essere chiunque, mica me soltanto.


Mi chiedo dove volessi arrivare quando ho cominciato a scrivere questo post. Non lo so più.

Sono confusa.

Torno ad ascoltare il podcast del New York Times, nella speranza vana di riconquistare un po' di familiarità con l'inglese per superare almeno il test orale della Scuola Superiore.

Studiare col caldo dell'estate brucia troppe sinapsi. Ne converrete.
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categoria:requiem per il mio neurone, riflettevo
sabato, 16 agosto 2008
La strada è tutta in discesa, dopo ferragosto.

Ogni estate è così. Dal quindiciagosto in poi, l'atmosfera estiva va scemando, riducendosi sempre più a sottile linea rosata che sfuma nella porpora.

Come l'alba.

L'alba, cari miei, l'alba. Ho capito che è uno spettacolo al quale non potrei rinunciare, l'alba sul mare. Sono i colori, più che altro, il loro lento digradare: nero, blu, grigio, marrone, rosso, arancione. E il sole è alto.
Era stupendo. Tanto che mi sarebbe venuta voglia di prendere carta e penna, ad un certo punto, e di descrivere ogni attimo. Avrei potuto costruirci un best seller soltanto sulle variazioni di tonalità.

E poi era bellissimo voltarsi, rivolgere gli occhi alla spiaggia e ai sacchi a pelo stesi accanto alla sottoscritta, e vederli là, i miei ex compagni di classe, tutti in fila, ridere e scherzare, per poi ammutolirsi con lo sguardo perso sul mare brillante ed abbagliante.

La notte era appena trascorsa, e s'era parlato di stelle, di sogni, di futuro e di grandi prati verdi, anche se non ambivamo ad un prato intero e pure qualche sparuto filo d'erba sarebbe bastato [e ce lo siamo fatti bastare, ovviamente].

La notte era appena trascorsa, e ci s'era presi in giro, ci s'era buttati in acqua e s'era usciti infreddoliti, elemosinando calore, aprendo coi denti la birra, stappando il vino bianco frizzantino e storcendo il naso assaggiando la vodka al melone.

La notte era appena trascorsa, e guardando il cielo del giorno nascere nuovamente, avrei tanto voluto trascorrerne un'altra uguale, e poi un'altra, un'altra e un'altra.

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categoria:stronzate in libertĂ , riflettevo
giovedì, 07 agosto 2008
Interventi lunghissimi e monotematici. Il blog regredisce allo stato larvo-adolescenziale. Evviva.

Il 5 Agosto sono tornata all'Ostello, sempre con le Dears. Ero tranquilla, perché sapevo che MisterCameriere2008 non sarebbe stato di servizio e che, di conseguenza, mi sarei goduta una tranquilla serata tra amiche.
CameriereFigo e Gianluca Grignani si fiondano sul nostro tavolo come api attirate dal miele, sicché s'inizia a discutere tranquillamente.

S'era con la macchina di Miamiglioreamica, indi per cui l'orario del ritorno era fissato per l'una, senza possibilità di posticiparlo.

Non ricordo bene che ora fosse, però ricordo alla perfezione ciò che è accaduto: MisterCameriere2008 ha attraversato il locale con una bottiglia di Beck's in mano, si è fermato da noi, mi ha chiesto se la sedia accanto a me fosse occupata e si è seduto.

Miamiglioreamica e DearLowe ci guardavano alternativamente, incerte se ridere per la situazione o piangere per il mio sguardo visibilmente felice.

In sei mesi che frequento con discreta puntualità l'Ostello, non è mai capitato che lui, nel suo giorno libero, passasse a dare un'occhiata alla situazione.
In sei mesi che frequento con discreta puntualità l'Ostello, non è mai capitato che lui spendesse il suo tempo al tavolo con un gruppo di ragazze.
In sei mesi che frequento con discreta puntualità l'Ostello, non è mai capitato che mi tremassero le gambe parlando con lui come mi son tremate l'altra sera, mentre gli dicevo che saremmo dovute tornare a casa e che non saremmo andate in giro.
In sei mesi che frequento con discreta puntualità l'Ostello, non è mai capitato che provassi una fitta di gelosia sapendo che ieri sera io non c'ero.
In sei mesi che frequento con discreta puntualità l'Ostello, non è mai capitato che m'interessasse davvero sapere quello che lui avesse da dire e che m'infastidisse venire a conoscenza del fatto che a settembre andrà per qualche giorno ad Ibiza, isola della perdizione e del divertimento.

In diciotto anni e dieci mesi che frequento con discreta puntualità me stessa, posso con una certa sicurezza affermare che se continua così la cotta acquisirà dimensioni ben più grandi ed io perderò il controllo della situazione.

Perché prima ne scrivevo e ridevo, adesso ne scrivo e mi brillano gli occhi.

E le Dears mi hanno detto che la vedono positiva per la sottoscritta, che questo suo avvicinarsi è soltanto un buon segno, che sembra interessato e altre robette così, eppure io non lo credo. Non credo ai suoi sorrisi, non credo ai suoi sguardi, non credo al suo prender posto accanto a me.

Credo al suo silenzio quando CameriereFigo scherzando ha detto:

<< No, ma Dearfriend Porno non è mica libera. Lei è fidanzata con me... >>

E poi, guardando me e MisterCameriere2008, ha continuato:

<< E MisterCameriere2008 é fidanzato con LaCapa. >>

Che io, imbarazzatissima, sono arrossita e non ho avuto il coraggio di guardarlo in faccia. E lui non ha detto nulla.

Lo so che la mia testolina vuota viaggia alla velocità della luce, che mi sto facendo ventisettemila film mentali che non hanno né capo né coda, che le cose sarebbero molto più semplici senza questa impalcatura attorno.

Chissà che ha fatto ieri sera...
Chissà se vedendo Dearfriend Porno con DolceAgnellino e un'altra loro amica [che per la verità fu anche mia amica, ma che mi fece stare talmente tanto male che io non riesco più a rivolgerle la parola] lui abbia pensato a me, fosse stato solo per un istante...
Chissà se lui avesse voluto vedermi...