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Io ti amo
e se non ti basta
ruberò le stelle al cielo
per farne ghirlanda
e il cielo vuoto
non si lamenterà di ciò che ha perso
che la tua bellezza sola
riempirà l'universo


Io ti amo
e se non ti basta
vuoterò il mare
e tutte le perle verrò a portare
davanti a te
e il mare non piangerà
di questo sgarbo
che onde a mille, e sirene
non hanno l'incanto
di un solo tuo sguardo


Io ti amo
e se non ti basta
solleverò i vulcani
e il loro fuoco metterò
nelle tue mani, e sarà ghiaccio
per il bruciare delle mie passioni


Io ti amo
e se non ti basta
anche le nuvole catturerò
e te le porterò domate
e su te piover dovranno
quando d'estate
per il caldo non dormi
E se non ti basta
perché il tempo si fermi
fermerò i pianeti in volo
e se non ti basta
vaffanculo

Stefano Benni



gemelli

Questo blog è nato il 17 Giugno 2007 ed è del segno dei Gemelli, io sono Bilancia. La nostra pare sia un'unione magnetica destinata a non durare. Relazione breve, calda e dolce, con una forte componente intellettuale.

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    Strada in discesa

    sabato, 16 agosto 2008 @ 16:27
    in stronzate in libertà, riflettevo

    La strada è tutta in discesa, dopo ferragosto.

    Ogni estate è così. Dal quindiciagosto in poi, l'atmosfera estiva va scemando, riducendosi sempre più a sottile linea rosata che sfuma nella porpora.

    Come l'alba.

    L'alba, cari miei, l'alba. Ho capito che è uno spettacolo al quale non potrei rinunciare, l'alba sul mare. Sono i colori, più che altro, il loro lento digradare: nero, blu, grigio, marrone, rosso, arancione. E il sole è alto.
    Era stupendo. Tanto che mi sarebbe venuta voglia di prendere carta e penna, ad un certo punto, e di descrivere ogni attimo. Avrei potuto costruirci un best seller soltanto sulle variazioni di tonalità.


    E poi era bellissimo voltarsi, rivolgere gli occhi alla spiaggia e ai sacchi a pelo stesi accanto alla sottoscritta, e vederli là, i miei ex compagni di classe, tutti in fila, ridere e scherzare, per poi ammutolirsi con lo sguardo perso sul mare brillante ed abbagliante.

    La notte era appena trascorsa, e s'era parlato di stelle, di sogni, di futuro e di grandi prati verdi, anche se non ambivamo ad un prato intero e pure qualche sparuto filo d'erba sarebbe bastato [e ce lo siamo fatti bastare, ovviamente].

    La notte era appena trascorsa, e ci s'era presi in giro, ci s'era buttati in acqua e s'era usciti infreddoliti, elemosinando calore, aprendo coi denti la birra, stappando il vino bianco frizzantino e storcendo il naso assaggiando la vodka al melone.

    La notte era appena trascorsa, e guardando il cielo del giorno nascere nuovamente, avrei tanto voluto trascorrerne un'altra uguale, e poi un'altra, un'altra e un'altra.

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    Dating

    giovedì, 07 agosto 2008 @ 17:31
    in fuck, stronzate in libertà, requiem per il mio neurone, riflettevo

    Interventi lunghissimi e monotematici. Il blog regredisce allo stato larvo-adolescenziale. Evviva.

    Il 5 Agosto sono tornata all'Ostello, sempre con le Dears. Ero tranquilla, perché sapevo che MisterCameriere2008 non sarebbe stato di servizio e che, di conseguenza, mi sarei goduta una tranquilla serata tra amiche.
    CameriereFigo e Gianluca Grignani si fiondano sul nostro tavolo come api attirate dal miele, sicché s'inizia a discutere tranquillamente.

    S'era con la macchina di Miamiglioreamica, indi per cui l'orario del ritorno era fissato per l'una, senza possibilità di posticiparlo.

    Non ricordo bene che ora fosse, però ricordo alla perfezione ciò che è accaduto: MisterCameriere2008 ha attraversato il locale con una bottiglia di Beck's in mano, si è fermato da noi, mi ha chiesto se la sedia accanto a me fosse occupata e si è seduto.

    Miamiglioreamica e DearLowe ci guardavano alternativamente, incerte se ridere per la situazione o piangere per il mio sguardo visibilmente felice.

    In sei mesi che frequento con discreta puntualità l'Ostello, non è mai capitato che lui, nel suo giorno libero, passasse a dare un'occhiata alla situazione.
    In sei mesi che frequento con discreta puntualità l'Ostello, non è mai capitato che lui spendesse il suo tempo al tavolo con un gruppo di ragazze.
    In sei mesi che frequento con discreta puntualità l'Ostello, non è mai capitato che mi tremassero le gambe parlando con lui come mi son tremate l'altra sera, mentre gli dicevo che saremmo dovute tornare a casa e che non saremmo andate in giro.
    In sei mesi che frequento con discreta puntualità l'Ostello, non è mai capitato che provassi una fitta di gelosia sapendo che ieri sera io non c'ero.
    In sei mesi che frequento con discreta puntualità l'Ostello, non è mai capitato che m'interessasse davvero sapere quello che lui avesse da dire e che m'infastidisse venire a conoscenza del fatto che a settembre andrà per qualche giorno ad Ibiza, isola della perdizione e del divertimento.

    In diciotto anni e dieci mesi che frequento con discreta puntualità me stessa, posso con una certa sicurezza affermare che se continua così la cotta acquisirà dimensioni ben più grandi ed io perderò il controllo della situazione.

    Perché prima ne scrivevo e ridevo, adesso ne scrivo e mi brillano gli occhi.

    E le Dears mi hanno detto che la vedono positiva per la sottoscritta, che questo suo avvicinarsi è soltanto un buon segno, che sembra interessato e altre robette così, eppure io non lo credo. Non credo ai suoi sorrisi, non credo ai suoi sguardi, non credo al suo prender posto accanto a me.

    Credo al suo silenzio quando CameriereFigo scherzando ha detto:

    << No, ma Dearfriend Porno non è mica libera. Lei è fidanzata con me... >>

    E poi, guardando me e MisterCameriere2008, ha continuato:

    << E MisterCameriere2008 é fidanzato con LaCapa. >>

    Che io, imbarazzatissima, sono arrossita e non ho avuto il coraggio di guardarlo in faccia. E lui non ha detto nulla.

    Lo so che la mia testolina vuota viaggia alla velocità della luce, che mi sto facendo ventisettemila film mentali che non hanno né capo né coda, che le cose sarebbero molto più semplici senza questa impalcatura attorno.

    Chissà che ha fatto ieri sera...
    Chissà se vedendo Dearfriend Porno con DolceAgnellino e un'altra loro amica [che per la verità fu anche mia amica, ma che mi fece stare talmente tanto male che io non riesco più a rivolgerle la parola] lui abbia pensato a me, fosse stato solo per un istante...
    Chissà se lui avesse voluto vedermi...

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    Diversità

    mercoledì, 06 agosto 2008 @ 23:12
    in stronzate in libertà, requiem per il mio neurone, riflettevo

    Cosa rende una vacanza diversa e, sotto alcuni aspetti, migliore rispetto alle precedenti? La compagnia, sicuramente. Il luogo, certo. Gli incontri, mi pare ovvio.

    Domenica 3 Agosto, alle 21 e qualcosa, sono tornata da Tropea, ennesimo viaggetto fatto con le Dears.

    Probabilmente è stato esattamente quello che ci serviva, in questo particolare momento. C'era tanta gente, abbiamo conosciuto un sacco di persone e il mare era da capogiro, però tutto ha ruotato esclusivamente intorno a noi, nel senso che abbiamo ritrovato una compattezza che qualcuna, me compresa, sentiva essersi persa per strada, abbiamo esplicato al meglio l'unità che ci contraddistingue da sempre, ci siamo prese in giro, confortate e stimolate a vicenda.

    Relax, condito da sana attività fisica [almeno cinque chilometri al giorno, per arrivare dal campeggio alla spiaggia e dal campeggio al centro di Tropea] e dal panorama talvolta meraviglioso [parlo di tale NewParadise, ovvero maschio dei pedalò, ovvero fanciullo dalla bellezza sconcertante, ovvero essere vivente altamente attraente, ovvero colui che mi disse, senza che ci conoscessimo, "attenta, LaCapa, che qui ci sono gli squali!", ovvero uno degli uomini più belli su cui il mio sguardo e quello delle Dears si sia mai posato].

    Sapete che vi dico? Nonostante i bagni sporchi del camping, nonostante il pranzo fatto esclusivamente di yogurt, nonostante il caldo in tenda alle 10 del mattino, nonostante il bagno nude di notte, salvo poi accorgersi che fuori dall'acqua si era formata una piccola folla [che quasi staccavano i biglietti per lucrare godendosi lo spettacolo] e che non saremmo potute uscire prima che costoro si annoiassero, nonostante le ore di treno, nonostante la fidanzata di NewParadise, nonostante l'animatore napoletano antipatico che cercava di coinvolgerci in attività quali il risveglio muscolare, nonostante gli scarafaggi per la strada, nonostante il cellulare che mi s'è rotto, nonostante queste ed altre cose che non mi vengono in mente ma che, teoricamente, avrebbero scoraggiato qualsiasi gruppo di giovani donzelle che non fosse il nostro... Io mi sono divertita, e pure molto.

    Vi racconto un aneddoto:

    Sabato sera, per le vie del centro, passeggiamo tutte insieme, quando la nostra quiete ridereccia viene interrotta da tre tizi non meglio identificabili, i quali si propongono - in una lingua che solo dopo avremmo capito essere calabrese stretto - di offrirci da bere al bar.
    Noi rifiutiamo il più cortesemente possibile, ma costoro insistono.
    Dearfriend Ballerina, esasperata, esordisce:

    << Scusate, devo andare a parlare al telefono col mio fidanzato. >> Agguanta il telefonino e si allontana, infastidita.

    Dearfriend Bellissima la segue a ruota, sorridendo con l'apparecchio in mano e urlando nel microfono:

    << Fidanzaaaatooooo! >> Con una cadenza che se voi la sentiste scoppiereste a ridere, ne sono certa.

    Miamiglioreamica avrebbe mai potuto essere da meno? Sicuramente no. Quindi:

    << Fidaanzaaatooooo! >> Sempre col cellulare in mano, sempre inventando un'inesistente conversazione, sempre allontanandosi rapidamente.

    Coi tre tizi, nel giro di un paio di secondi, rimaniamo io, Dearfriend Porno e DearLowe, momentaneamente sprovviste di aggeggi per la telefonia mobile.

    Tutto ci sembrava perduto, finché Dearfriend Porno estrae il pollice della mano destra, contemporaneamente posiziona il mignolo del medesimo arto, simulando un telefono.

    << CameriereFigo! >> Grida nell'immaginaria cornetta.
    << Come stai? >> Prosegue.
    << Che fai? >> Continua.

    Io e DearLowe, soffocate dalle risate, approntiamo a nostra volta le rispettive mani e ci dedichiamo a stupefacenti conversazioni con fedeli interlocutori, MisterCameriere2008 [il cui nome ho storpiato senza volerlo] e CameriereUbriaco.

    Tutto ciò è avvenuto in dieci secondi o poco più e ha causato l'ilarità generale per almeno una ventina di minuti.

    Di episodi potrei narrarne diversi, eppure non me la sento. Non perché non mi va di scrivere, bensì perchè ho maturato la malsana convinzione che mantenere unicamente per me i bei ricordi li renda maggiormente preziosi. Ecco.

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    Passed memories

    sabato, 19 luglio 2008 @ 13:44
    in fuck, riflettevo

    Io non me lo ricordo. Non me lo ricordo il 19 luglio del 1992, perché avevo appena due anni e mezzo, e non sapevo nemmeno chi fosse Paolo Borsellino.
    Oggi, però, lo so bene chi era e lo scrivo anche, ché parole ne sono state spese tante, ma mai abbastanza. Era un giudice, Paolo Borsellino, uno sovraesposto, nel senso che s'era messo troppo in prima fila nella lotta alla mafia, firmando così la propria condanna a morte.

    Rilasciava interviste, teneva conferenze e parlava ad alta voce, senza chinare il capo: il 19 Maggio 1992, appena quattro giorni prima della morte di Giovanni Falcone, concesse un'intervista che durò ben 50 minuti, l'ultima, in cui vennero fatti nomi di politici importanti, nomi che oltrepassano lo stretto di Messina e si ancorano all'ambiente economico milanese: sono Silvio Berlusconi, Marcello Dell'Utri e Vittorio Mangano.

    Stava tornando in città dalla sua casa al mare, quel 19 Luglio. Era diretto, per la precisione, in Via D'Amelio, dove abitava sua madre. Non sapeva ma sospettava, si sentiva un uomo morto che cammina.
    Servirono 100 kg di tritolo per uccidere una voce scomoda della Giustizia e la sua scorta.

    Non sono bastati sedici anni affinché le parole sue e quelle di Giovanni Falcone venissero dimenticate. Così come non abbiamo scordato, né spero lo faremo, le denunce di Peppino Impastato, Don Pino Puglisi, Giuseppe Fava e quelle di decine di altri uomini e donne che, pur di non cedere al ricatto mafioso, hanno perso la loro vita.

    E io, per ciò che hanno fatto, li ringrazio.

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    Hello, my dear

    venerdì, 11 luglio 2008 @ 20:09
    in riflettevo

    Qualche mese fa, su internet, cercai bandi per concorsi di letteratura. Ne trovai uno soltanto che avrebbe potuto definirsi interessante. Il tema era l'amore, per la precisione, una lettera d'amore. Mi misi davanti al pc e rimasi ad osservare lo schermo bianco di Word, per ore. Pensai che non era la giornata adatta, spensi il computer e mi feci una bella dormita. L'indomani, la stessa situazione. Foglio bianco.
    "Caro amore mio". No, che incipit orribile. "Ti odio". No, una lettera non può cominciare con un'affermazione di questo tipo. Niente. Mi sono scervellata ancora, eppure nulla.
    Ci ho messo una settimana, una intera ed intensa settimana, e non sono riuscita a sfornare nemmeno una parola. Non sono in grado di scrivere lettere d'amore; io che ho amato ma non ero riamata, io che ero amata ma non ho riamato, io che pretendo troppo, io che non pretendo affatto, io che gioco con i sentimenti degli altri senza saperlo, io che credo sempre che gli altri siano pronti a fare lo stesso coi miei.

    Stanotte, non sono riuscita a dormire. Cioè, non sono riuscita a riprendere sonno dopo essermi svegliata più o meno alle tre del mattino. Avevo fatto un sogno.
    Ho passato qualche ora angosciata, convinta che la mia visione onirica fosse la pura realtà. Convinta di non essere in grado di esprimermi. Quale scrittore non riesce a parlare d'amore? Quale scrittore non riesce a scrivere una stupidissima lettera?

    Forse, lo scrittore che non ne ha mai ricevuta una.

    Le parole, per me, hanno il valore che hanno per chi di esse ha sempre vissuto.

    Regalami una storia. Tu, che mi ami, regalami una storia. Tu, che mi ami ma ancora non lo sai, regalami una storia. Regalami la storia più bella che tu sia in grado di raccontare. Regalami le frasi più dolci che tu sia in grado di concepire. Non regalarmi la banalità di quanto io sia speciale, o di quanto mi ami. Regalami l'originalità del tuo sentimento ignoto, regalami il sospiro di quando mi pensi, regalami il sorriso causato dai miei difetti, regalami la rabbia della tua gelosia, regalami le lacrime della nostalgia, regalami l'imbarazzo del bacio dato ad un'altra pensando a me, regalami il piacere delle tue notti, regalami l'ironia delle tue battute, regalami il sussurro delle parole di quella canzone, regalami la descrizione di quando mi scosti i capelli dal viso e io non sono mai stata così felice, regalami i petali di un fiore che non è vellutato quanto la mia risata. Regalami le bugie di quello che non sono e che tu credi che io sia.

    Regalami una storia. Tu, che non mi ami, regalami una storia. E lascia che io mi innamori di te, anche se sei già di un'altra. Lascia che io mi tenga stretta la tua storia, che è solo mia, scritta per me.

    E io, dal canto mio, ti porto in dono l'unica lettera d'amore che io abbia mai scritto. E la porto proprio a te, che esisti, ma forse neanche troppo.

    Ciao,
    quale migliore inizio? Ciao, è un saluto che ha il sapore dell'inizio, soltanto dell'inizio. Come stai? Spero bene, ma sul serio. Non è il solito "come stai?" di chi non ha niente da dire. E il "come stai?" di chi è davvero interessato, di chi ha bisogno di sapere veramente come stai.
    Ieri sera mi sono chiesta che fine avessi fatto, e poi mi sono risposta che non importa che fine tu abbia fatto, l'importante è che tu abbia cominciato. Che tu abbia cominciato la tua giornata, che tu abbia ricominciato la tua vita, che tu abbia cominciato ad essere felice ancora, e ancora, e ancora.
    Vorrei trovare qualcosa di interessante da dirti: potrei raccontarti del prodotto interno lordo italiano, o del campionato di basket NBA, o dell'ultima maniera di cucinare le cipolle inventata in Francia. Se tu volessi sapere una di queste cose, io m'informerei e poi, accoccolata tra le tue braccia, te le racconterei, come si trattasse di un romanzo d'autore.
    Oggi sono andata al mare, però l'acqua era sporca, il sole oscurato dalle nuvole e tirava vento. Mi sono fermata per qualche ora, ho fumato qualche sigaretta, ché è tutta salute, e poi son tornata a casa. Lungo il tragitto, mi è capitato di pensare a noi. Non che fosse una novità, solo che ci ho pensato con più intensità di altre volte. Mi sono scoperta con un paio di lacrime che facevano capolino nei miei occhi e il piede schiacciato sull'acceleratore. Menomale che la strada era libera. Non ti preoccupare, ho subito rallentato.
    Scrivo per spiegarti un concetto semplice, una cosa da poco, senza alcuna pretesa. Scrivo per dirti che ti amo, non con tutto il mio cuore, e neanche con tutta me stessa. Ti amo con la testa. Perché è facile amare con la milza o coi polmoni, è facile amare con le cosce o con la pancia, è facile amare con le labbra e coi capelli, ché se pure stanno sulla testa non sono dentro la testa. Perché io ti amo col cervello, che è la sede della razionalità, a quanto dicono. Come il cuore è la sede del sentimentalismo spicciolo.
    Ti amo con la ragione che mi dà la certezza che non riuscirei più a vivere se, avendoti avuto, non ti avessi più. Con la stessa ragione che mi fa pensare al nostro passato e al nostro futuro, e mi fa dire che è stato bello, e ancora più bello sarà. Ti amo in un universo sconosciuto, senza Marte o Venere. Ti amo in un posto dove c'è un solo pianeta, quello dove abitiamo insieme in una grotta fatta di cristalli e di desideri.
    Amo la tua voce quando ti arrabbi, amo il modo in cui mi guardi, come ti brillano gli occhi e so già a cosa stai pensando. Amo la tua nuca, quando sei chino su un libro interessante. Amo come prendi accendino e sigaretta, e la smorfia che fai quando tiri la prima boccata.
    Ti amo perché sei il più grosso bugiardo che io abbia mai conosciuto, perché mi dici "sei bellissima" pur sapendo che non è vero, ti amo perché mi nutri delle illusioni di cui tu stesso ti nutri.
    Lo so che non mi credi, visto che non mi hai mai sentita dire qualcosa del genere. Mi rendo conto che per te, tutto questo, possa essere nuovo.
    Ti amo in musica, chè se sette note si coniugano a formare melodie sconosciute, noi due soltanto suoniamo una sinfonia delicata ed intensa. Ti amo coi colori dell'arcobaleno, meraviglioso dopo una giornata di pioggia intensa. Ti amo, e sono cinque lettere che raccontano un mondo di respiri che si compenetrano.
    Sono tante, queste parole. E sono facili, affinché non si nascondano dietro doppi significati o ambiguità di sorta.
    Sono morte, queste parole. Proprio perché sono parole, inchiostro nero su pagina bianca, sgualcita.
    Sono finite, queste parole. Non ho la più vaga idea di cos'altro potrei dirti, dal momento che mi sono svuotata, come un contenitore che ha gettato al vento tutto il suo contenuto, il quale si è perso nell'aria ed è approdato in luoghi lontani dallo sguardo e dal pensiero.
    Ciao, un finale degno dell'apertura, in fondo.

    Temporaneamente solo tua,
    LaCapa

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    Chasing cars

    lunedì, 07 luglio 2008 @ 17:08
    in riflettevo

    Ci si perde per strada, non credete?

    Comincio a maturare la convinzione che la vita sia, sostanzialmente, un vilissimo inceppo nella programmazione del navigatore satellitare di ognuno di noi.

    Parlo proprio di quell'oggettino, che non si capisce bene dove si trova, che produce quella voce stridula che ci dice, di quando in quando, di svoltare a sinistra appena possibile, di proseguire dritto per un paio di mesi, di invadere la corsia opposta, tentare il suicidio e godersi l'adrenalina del rischio.

    L'aggeggio, il navigatore satellitare intendo, tace. Ci dà quelle quattro indicazioni, e se ne va in vacanza, a giocare a ping pong in Corea del Nord.

    E quando non si fa sentire per anni, allora in quel caso è un bel problema, perché si profila all'orizzonte un bivio, e tu ti ci stai avvicinando troppo velocemente, e pensi che avresti bisogno della vocina stridula che ti avverta che, caspita!, devi girare a destra perché quell'altra è una strada senza sbocco, non asfaltata, che finisce a strapiombo su una scogliera scoscesa, irta di rocce appuntite, violentata dalle onde del mare.

    Freno. Frizione. Fermo. Tu sei fermo, a due passi dalla biforcazione. Per te, a sinistra e a destra c'è esattamente la stessa cosa: la possibilità.

    Speri che un altro automobilista dissolva il tuo dubbio amletico, che ti indichi la retta via. Decidi che seguirai chiunque passi. Poi ci ripensi. No, non puoi metterti dietro a nessuno, tu devi trovarla da solo, la tua strada.

    E se sbagliassi? E se sbagliassi. E se sbagliassi... E se sbagliassi!
    E se facessi la cosa giusta? E se facessi la cosa giusta. E se facessi la cosa giusta... E se facessi la cosa giusta!

    Dannato navigatore satellitare che ha deciso di andare ad un concerto heavy metal proprio quando tu hai deciso di interpellarlo, esattamente nell'istante in cui ti sei reso conto di averne bisogno. Tipo una bussola.

    Nord? Il nord. Che alzi la testa, di giorno, e cerchi di capire da che lato devi voltarti per vedere il nord. E proprio non ne hai idea. Il Sole non c'è, o meglio, c'è eppure non si vede, che ci sono certi nuvoloni grigi che lo nascondono. Povero Sole.

    Metti la prima. Lasci il freno. Lasci la frizione. Premi leggermente sull'acceleratore. Giri lo sterzo.

    A sinistra, hai deciso di andare a sinistra.
    Più ti inoltri su quel sentiero, più senti odore di mare e di salsedine, più avverti lo scrosciare dell'acqua contro la pietra, più sorridi, perché ti dici che quella che porta al mare non può mai essere la strada sbagliata.
    Perché tu, con il mare, hai sempre avuto un rapporto privilegiato, in fondo.

    Canticchi qualcosa, acceleri, ti senti sicuro.

    Che succede? Niente più asfalto? Capita.
    Che può mai essere? Nulla di preoccupante.

    La vocina stridula si ricorda, per un attimo, della tua esistenza.

    << Stupido! >> urla, << Hai sbagliato strada. >>

    L'unico problema è che è troppo tardi.

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    Casi giornalistico-giudiziari

    sabato, 14 giugno 2008 @ 19:28
    in fuck, riflettevo, altrui ignoranza

    Ormai è diventata un'abitudine per i giornalisti trovarsi in un'aula di tribunale. Certo, loro si divertono. Ci vanno volentieri, che pensate? Un giorno sì, quello dopo no, l'altro ancora nuovamente sì. Per tutto l'anno. Praticamente, potrebbero fare gli avvocati come secondo mestiere, che tanto la giustizia la conoscono meglio di blasonati professionisti.

    Oggi mi trovavo a leggere il blog di Beppe Grillo, e lì ho potuto apprendere la storia dell'ennesimo giornalista con la posta intasata di querele.
    Si tratta di Antonino Monteleone, il cui blog è stato addirittura posto sotto sequestro. Ma vi sembra una cosa possibile? No. Sul serio. Non scherzo. Vi sembra una cosa normale in uno stato democratico?
    Ho letto tutto il post e, alla fine, ero arrabbiatissima.

    Qua stiamo arrivando a livelli di anti-libertà che non avrei mai ritenuto possibili. Qualche post fa scherzavo sul reato di informazione a delinquere, eppure se i presupposti sono questi non ci vorrà molto prima che lo creino davvero. Anzi, non vorrei essere stata fonte d'ispirazione.

    Ad ogni modo, ho deciso di scrivere una e-mail di supporto ad Antonino.
    Ve la posto:

    Caro Antonino,
    mi permetto di darti del "tu" perchè, avendo io diciannove anni, non sei poi tanto più grande di me; mi permetto altresì di dirti "caro" giacché, dopo aver letto della tua situazione sul blog di Beppe Grillo, mi pare una dimostrazione di stima quanto meno necessaria.
    Da maturanda aspirante giornalista non ho molta esperienza nel campo dell'informazione, del resto, alla mia tenera età, sarebbe presuntuoso pretendere di averne. Eppure credo di essermi fatta un'idea molto chiara dell'informazione pura,corretta e seria, e credo anche che nel nostro Paese, tranne qualche eccezione, non ci sia nessuno disposto a dire le cose come stanno veramente, senza chinare lo sguardo e tapparsi la bocca dinnanzi alle corrotte autorità politiche che, con sfacciataggine sorprendente, pretendono di avere ragione dei media e delle notizie, in nome di un tanto paventato quanto falso impegno sociale e culturale.
    Ti scrivo con l'unico scopo di esprimerti un supporto che, certamente, non è mio soltanto ma di quanti ritengano che i giornalisti non debbano essere imbavagliati con provvedimenti giudiziari chiaramente ingiusti.
    E' assurdo quello che sta capitando negli ultimi tempi in Italia: osceni ddl contro le intercettazioni da una parte, V2-Day a favore di un'informazione libera dall'altra. Mi domando in quale altro Paese civile e democratico del mondo accadano cose del genere.
    Che l'Ordine non ti stia supportando è scandaloso.
     
    Leggendo quello che ti sta succedendo mi risulta impossibile non chiedermi se sia la cosa giusta tentare di fare un mestiere che, per come la vedo io, mi porterà, nel migliore dei casi, ad essere una giornalista di nicchia o, nel peggiore dei casi, nonché più probabilmente, a non poter esercitare liberamente la professione per via di interventi esterni.
     
    Pensavo, ingenuamente, che internet fosse ancora una terra franca. Mi sbagliavo. Anche i blog possono essere messi a tacere, come mi dimostri.
    Forse, il "caso" che ti riguarda, grazie anche alla visibilità del Blog di Beppe Grillo, farà molto rumore. Certo, è inquietante che per sentir parlare di giustizia bisogni cercare sulla pagina web di un comico.
     
    Spero che tu risolva tutto per il meglio.
     
    Un saluto, 
    Luisa Santangelo


    Ero, e sono, indignata.
    Cicerone chiedeva a Catilina: << Quo usque tandem abutere Catilina patientiae nostrae? >> [Cito a memoria, scusate per eventuali errori]. Si traduce in: << Per quanto tempo ancora Catilina abuserà della nostra pazienza? >>

    Non finirò mai di chiedermelo: PER QUANTO TEMPO ANCORA I POLITICI ABUSERANNO DELLA MIA PAZIENZA?
    No, perchè ha un limite. E non vorrei che superando questo limite mi passi anche la voglia di scrivere.

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    Paura, eh?

    mercoledì, 04 giugno 2008 @ 21:22
    in riflettevo

    Ultimo giorno di liceo, ultima volta tra i banchi, ultime ore con la mia classe. Ultimo tutto. Ultimo e spaventoso. Terribilmente spaventoso. Ci sono tante cose che incombono sulla mia vita e su quella delle persone a cui voglio bene.
    Tante cose.
    C'è stato un momento, stranissimo, più o meno alle 11.
    Ero tranquilla, stamattina. Triste, sì, ma normale.
    Dearfriend Ballerina ed io, forse, negli ultimi tempi eravamo un po' in freddo. Ma noi non ce ne rendiamo conto, perchè per noi essere in freddo è solo non sentirci ogni giorno ma ogni due.
    Parlavamo del viaggio post-diploma.
    Io pensavo, per questioni economiche e di calma mentale, che partire la seconda settimana di settembre non sarebbe stata cosa malvagia.
    Propongo a Dearfriend Ballerina.

    Lei: << Non posso. Se passo i test, dovrò pur cercare casa. >>

    Cazzo, cercare casa.
    Non so come ma non sono riuscita neanche a frenarmi. Non è stato uno scoppiare in lacrime graduale. E' stata proprio una sorta di esplosione istantanea.
    Così, dalla tranquillità ai singhiozzi.
    Non mi sono capita neanche io.

    Dopo qualche minuto ho capito tutto: Dearfriend Ballerina, Dearfriend Bellissima e, soprattutto, Miamiglioreamica, a settembre vanno via. Via.
    Con Miamiglioreamica, da 1826 giorni a questa parte, stiamo nello stesso banco per cinque ore al giorno, per non parlare delle vacanze in cui eravamo nella stessa camera, delle giornate intere passate nella reciproca compagnia.
    Quindi, tra poco più di tre mesi, tutto questo sarà finito.
    Ci saranno conversazioni telefoniche, forse il vedersi un paio di volte al mese se tutto va bene, ci saranno le nuove conoscenze, le amicizie future. Ci sarà il non condividere quello che abbiamo condiviso finora.

    Inseguiremo ognuna i nostri sogni. E' arrivato il momento in cui dobbiamo pensare per noi stesse, e non per la nostra amicizia, come abbiamo sempre fatto.
    E lo so che se siamo state sincere finora, cambierà ben poco.

    L'ultimo giorno di scuola. Tante foto di questi anni attaccate alle pareti, e non le staccherò.

    Ho paura, sono fottutamente terrorizzata. Nonostante il turpiloquio, avete capito che intendo.
    In questi anni, ho avuto delle priorità. E' la prima volta che l'amicizia non è al primo posto, è una sensazione strana, che mi appare quasi sbagliata.

    Eccolo. E' quello che ho sempre temuto.
    E' quando capisci che stai, lentamente, perdendo il controllo della tua vita perchè i treni, adesso, passano una volta sola e non tornano.
    Ne prendi uno e non sai dove ti porta.
    Un aspetto di questo viaggio, nonostante tutto, lo conosci: qualunque sia la destinazione, è lontana anni luce da tutto quello che stai lasciando.

    Chissà se mi saranno mai familiari galassie che non ho mai visto prima.

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    Cronache berlinesi - 2 di 2

    mercoledì, 23 aprile 2008 @ 18:08
    in riflettevo

    Berlino, 17 Aprile 2008. Ore 21:01.

    “When you believe”. Davanti a un punto informazioni sulla storia del Muro, c’è un grande cartellone pubblicitario con il quadro di un artista orientale, tale Lao Jiang. Descriverlo non è semplice, però ci provo lo stesso… Sfondo scuro, grigio, un uomo, in primo piano, tiene le mani sollevate. Ha una benda rossa sugli occhi, e una stella del medesimo colore appuntata sul petto, sovrapposta al luogo dove sta il cuore. Ai suoi piedi una neve candidissima; alle sue spalle una serie di croci rovesciate, inclinate ed incrinate, distrutte. E poi, in un angolino basso sulla destra, in verde militare, c’è scritto, con tratti precisi e puliti: “WHEN YOU BELIEVE”.

    Nient’altro. Forse è vero che, quando credi in qualcosa [un’idea politica, un dio, un rapporto umano], sei totalmente disarmato, proprietario solo di quello, in sua completa balìa.

    E’ buffo, strano e tragicomico che, di fronte a un simile quadro, ci fosse l’unica rovina che conserva intatte le due porzioni opposte del Wall per eccellenza. Ovest ed Est, vicine, l’una a qualche passo dall’altra, separate da un lembo di terra battuta. Una zona di nessuno che non poteva essere attraversata. Pare che i soldati che stavano di vedetta avessero ordini di sparare a vista a chiunque tentasse di valicarla. Centinaia di uomini che credevano nella libertà, trucidati a sangue freddo da altri uomini che credevano nel loro Governo. Entrambe le categorie lo facevano, di credere intendo, poiché si ritenevano nel giusto… La Storia [proprio con la s maiuscola] e la dignità umana hanno deciso quale fosse il giusto giusto e il giusto sbagliato. Non ho dubbi che il responso dato sia stato corretto.

    Da grande avrò una casa con un corridoio stretto stretto, che on porterà da nessuna parete. Attaccherò a quelle pareti delle tele bianche e terrò a portata di mano dei pennelli con inchiostro verde militare, sempre pronti ad essere usati. Ci sarà la moquette a terra, bordeaux. Mi siederò là, come sono seduta adesso sul pavimento dell’Holiday Inn Berlin City West di Konfuerstenstasse 78, e scriverò, spero. Di tanto in tanto, quando ci sarà qualcosa che mi colpirà particolarmente, prenderò il pennello, lo intingerò nell’inchiostro e scriverò su una tela. Suppongo che, dopo poco tempo, le tele saranno piene. Allora cambierò il colore dell’inchiostro e sovrapporrò le parole. Poi, quando non ci sarà più spazio anche avendo usato un’altra tinta, toccherà alle pareti. Tutto così…

    Queste cose mi piacciono parecchio, però dubito che altri mi capirebbero. Sto pensando ad una storia, da ieri notte. Tornata a casa la scrivo, sperando che le immagini si mantengano vive come adesso nella mia testa. Intanto, ho capito di me una cosa che, in fondo, ho sempre saputo: i viaggi m’ispirano. Vedere posti nuovi, osservare gente diversa e conoscere cose interessanti che prima ignoravo stimola la mia fantasia e, oserei dire, la mia immaginazione.

    Frattanto, si transita.

    E questa cosa del transitare mi fa sorridere.

    Pensavo: non mi dispiacerebbe per nulla venire a stare qua a Berlino, a concludere gli studi universitari magari. Qui tutto mi affascina, perfino l’austerità delle costruzioni e l’apparente rigidità dei cittadini. Pensate, mi stanno simpatici pure i segnali stradali che ho visto sparsi per queste vie per la prima volta, dopo averli conosciuti solo sui libri della scuola guida.

    Respiro un’aria nuova.

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    Cronache berlinesi - 1 di 2

    mercoledì, 23 aprile 2008 @ 18:06
    in riflettevo

    Berlino, 17 Aprile 2008. Ore 18:20.

    Forse è vero che, come qualcuno sostiene, le città in cui si vive condizionano l’umore e i sentimenti. Berlino… Una città intrisa fino al midollo di storia. Guardo fuori dalla finestra e mi sento un po’ persa e confusa.

    E’ una metropoli che cambia faccia ad ogni angolo di strada, e mi rende insicura. Sarà il cielo uggioso, la pioggia che riga i finestrini del pullman. Sarà che [anche quando ero a Roma è successo] mi credo partecipe della sua vita e del suo passato. Chennesò. Guardo i resti del Muro, alcuni video di quegli anni, immagini reali e realmente agghiaccianti. Berlino mi piace, oserei dire che l’adoro, ne ammiro la capacità di adattarsi e di cambiare nel giro di poco tempo. La versatilità, insomma… Qualità che sento assente in ciò che mi circonda a casa.

    13 Agosto 1961: la storia del mondo è cambiata per sempre, è stata rivoltata come un calzino, per poi essere rammendata ventotto anni dopo, il 9 Novembre.

    Io che avrei fatto se, d’un tratto, mi fossi trovata sola, separata dal resto del mio mondo? Mi sarei auto crocifissa sul filo spinato, cercando di ricongiungermi coi miei cari, o sarei rimasta in compagnia di me stessa, magari cercando di andare ancora più lontano? Probabilmente la seconda. Dannata me e dannato il mio carattere di merda. In occasioni come queste, i viaggi intendo, scopro di avere una specie di doppia natura. Jekyll o Hyde? Non me ne importa granché. E’ che amo stare con i miei amici, parlare, ridere, scherzare. Però, quando la strada mi scorre innanzi, le strisce bianche hanno come un effetto ipnotico, e desidero solo che non finiscano, che non s’interrompano mai. Che la strada continui.

    Una metafora logora e abusata, ma non esattamente impropria. Almeno non per me, e non adesso.

    Una strada lunga lunga davanti, e una breve breve dietro.

    Voglio un caffè.

    Oggi ho saputo, anzi, ieri ho saputo che alcune cose che mi riguardano molto da vicino sono state oggetto di conversazioni nelle quali io non ero inclusa quale interlocutrice. Una piccola umiliazione che mi ha umiliata e innervosita. Però, non so se considerarlo strano o meno, mi è scivolata addosso pure questa. Comincio a temere che l’apatia emozionale in cui mi sono rifugiata sia irreversibile.

    Voglio una birra.

    Dovrei scrivere una cartolina e spedirla a me stessa, con queste stesse parole. Per ricordarmi di ora, un momento in cui Jekyll e Hyde stanno tranquillamente assieme, a braccetto come due vecchi che vanno a ritirare la pensione.

    Ahhh, il Governo. I soldi non bastano mai fino alla fine del mese.

    La cartolina, ad ogni modo, dovrebbe concludersi pressappoco così: “Qui il tempo non è il massimo, eppure la città è bellissima.”

    Ok, va bene.

    Voglio una camomilla.

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    Personaggio in cerca d'autore

    lunedì, 07 aprile 2008 @ 17:14
    in riflettevo

    Oggi è il 6 Aprile 2008.

    Slip inside the eye of your mind, don’t you know you may find a better place to play?

    Amo profondamente questa canzone, "Don’t look back in anger" degli Oasis.

    Parentesi musicale chiusa.

    Pirandello, quel gran geniaccio che non era altro, ha immaginato una storia in cui dei personaggi già creati cercano disperatamente un autore, giacché il loro si rifiuta di riconoscerne la paternità. Vogliono essere messi in scena, perbacco, vogliono poter dar voce alla loro storia davanti ad un pubblico che li ascolti.

    In teatro, l’immaginazione di Luigino trovava libero sfogo ed era apprezzata, a giusta ragione, dagli spettatori che, di volta in volta, rimanevano avvinti alla poltrona ad osservare lo svolgimento delle più varie commedie.

    Pensavo che non c’è bisogno di guardare su un palco per trovare dei personaggi che vagano sperduti sulla scena del mondo, volendo disperatamente trovare una collocazione che li soddisfi.

    Ogni tanto mi è capitato di incontrarne e, inevitabilmente, ne sono rimasta profondamente affascinata.

    Il primo di questi è AutoreTeatrale. Avevo quattordici anni quando, per scherzo, partecipai ad un concorso regionale indetto dal Teatro Stabile. La mia prof. di italiano dell’epoca ci aveva chiesto se qualcuno fosse interessato e, per invogliarci, ci promise che l’elaborato che avremmo presentato sarebbe stato valutato. Io volevo un voto più alto, ma non me ne importava nulla del concorso. In un pomeriggio scrissi un piccolo copione di quattro pagine incentrato sul tema della competizione: "I Ragazzi Del Sabato Sera". A quell’età non ero ancora mai uscita di sera con gli amici, i miei erano molto severi e non mi lasciavano alcun tipo di libertà. Immaginate la mia difficoltà nel cimentarmi nello scrivere una storia con quell’argomento…

    Mi basai sulle cronache dei TG e, modellandola su storie vere, costruii la struttura della mia brevissima sceneggiatura.

    La prof. la lesse e non la giudicò affatto valida, però la presentammo lo stesso. Due mesi dopo, arrivò a scuola una telefonata dal teatro. Il mio scritto aveva passato tutte le selezioni necessarie ed era stato scelto, assieme ad altri dieci, da AutoreTeatrale.

    Un pomeriggio di una settimana dopo, mi ritrovai in teatro, con dieci persone che non conoscevo ed AutoreTeatrale che ci comunicava che, in due mesi, avremmo dovuto scrivere uno spettacolo teatrale che poi sarebbe stato mandato in scena.

    Esordì così:

    << Ho scelto i vostri lavori perché erano i migliori tra i peggiori. Brutti, scritti male, banali ed inutilmente buonisti, tranne qualcuno. Però m’è arrivata roba decisamente più orrenda, quindi mi sono accontentato. Non credete di avere questo grande talento, anzi, in base a quello che ho letto ne siete assolutamente privi… Ora, presentatevi! >>

    Io sprofondavo nella poltrona di velluto e, mentre gli altri si arrabbiavano, io combattevo coi miei occhi lucidi.

    Il Gruppo si presentò: erano tutti dell’ultimo anno di vari licei classici ed artistici siciliani, c’erano tre rappresentanti d’istituto, una ragazza che collaborava con una testata giornalistica abbastanza nota, due artisti nel vero senso della parola, un musicista, un’aspirante scrittrice che avrebbe voluto vivere il ’68, una donna fatta e finita che anagraficamente aveva diciotto anni ma che, per portamento ed argomenti, era già un’adulta, e un’altra aspirante scrittrice che stava già lavorando al suo primo romanzo. E poi c’ero io, seduta in un angolo distante da tutti, piccola, imbarazzata ed emozionata.

    AutoreTeatrale: << E tu? Chi sei? Perché hai partecipato? >>

    Io: << Io sono LaCapa e, se devo essere sincera, non so cosa ci faccio qua. Ho partecipato perché volevo un voto più alto in italiano, ho quattordici anni da qualche giorno, e non sono mai uscita di sabato sera. >>

    Parlai tutto d’un fiato, e poi tacqui. Il silenzio era collettivo. Tutti mi guardavano.

    << Non sei mai uscita di sabato sera? Hai quattordici anni? >>

    In ordine sparso, tutti mi fecero le stesse domande.

    AutoreTeatrale era rimasto in silenzio, osservandomi senza dire una parola.

    Un quarantenne calvo e non magrissimo, occhi piccoli, scuri e profondi, fumava dentro al teatro, in platea, e mi fissava. Io ero a disagio come mai in vita mia.

    Cominciammo subito a definire la storia, parlavamo. AutoreTeatrale ci stroncava qualunque cosa dicessimo: una volta, durante un nostro incontro, AspiranteScrittriceSessantottina scappò via piangendo e non tornò più.

    Con me, però, lui era buono e gentile. Voleva sempre che i miei scritti fossero letti per primi, mi aiutava, non era mai cattivo come con gli altri, mi disse che io gli piacevo più di tutti gli altri, perché ero la più schietta, quella che usava meno mezzi termini.

    Si arrabbiava spesso, perché diceva che non sfruttavamo l’occasione che ci era data. Secondo lui, non riuscivamo a tirare fuori quello che avevamo dentro.

    Non dimenticherò mai quando, nervoso, ci disse:

    << Siete stupidi, inetti. Non avete nemmeno rispetto per questo teatro e per quello che rappresenta: io sto qua da vent’anni, potrei anche pisciarci su queste pareti e nessuno mi direbbe di non farlo, perché scrivo e produco, ed è come se fossi a casa mia. Volete decidervi o no a scrivere come si deve? Volete mettervi in testa che il pubblico vuole vedere un po’ di realtà e non gliene frega niente a nessuno delle belle parole che usate? Volete capire, finalmente, che tra un mese si va in scena e non abbiamo uno schifo di copione perché voi pensate che i protagonisti della storia debbano parlare pulito e non conoscono la parola "cazzo"? >>

    Gli altri risposero che se lui voleva la classica storia di "sesso, droga & rock’n’roll", bastava che lo dicesse e noi ci saremmo comportati di conseguenza, che però non saremmo stati felici di lavorare in quella maniera.

    Io non dissi nulla.

    AutoreTeatrale: << Che ne pensi? >>

    Io: << Penso che pisciare sulle pareti di casa propria non sia affatto il caso e che probabilmente qua non servo a nulla, visto che se lei vuole sesso, droga e rock’n’roll, io non saprei cosa scrivere giacché non conosco nessuna di queste tre cose. >>

    Gli altri mi guardarono e sorrisero della mia ingenuità, credo. Lui non disse niente e si calmò. Poi, quando uscimmo e ci salutammo, lui mi disse che ero la sua preferita.

    Cominciarono a venire i giornalisti ad intervistarci e, mentre gli altri davano le loro risposte preparate, io parlavo poco e sorridevo quando AutoreTeatrale mi presentava ai critici come la sua prescelta, la piccola mascotte.

    Il copione non aveva quasi niente di quello che avevamo scritto noi, però aveva tutto di nostro. AutoreTeatrale aveva costruito le scene in base ai nostri dialoghi, aveva caratterizzato i personaggi dando loro peculiarità di ognuno di noi. La scaletta della storia mi stupì: era proprio quella del lavoro che avevo presentato all’inizio. E poi c’era un personaggio, una ragazzina, la più piccola del gruppo, quella che i suoi non facevano mai uscire da casa e che non sperava altro se non scappare. E, alla fine, scappa.

    La sera della prima è stata una delle più emozionanti della mia vita. Alla fine, gli attori ci chiamarono sul palco, AutoreTeatrale mi prese per mano e mi ci accompagnò sopra.

    Oltre al valore formativo che quella esperienza ebbe per me, oltre alla bellezza di trovarsi con gli attori a scherzare, e di scoprirsi studiati e poi rivedere alcuni propri atteggiamenti riprodotti sul palco da professionisti, oltre alla soddisfazione di aver instaurato rapporti di amicizia con tutti gli altri ragazzi… Oltre a tutto questo, quello che per me è stato veramente essenziale, è stato il cambiamento che ha determinato in me AutoreTeatrale, le prospettive di scrittura che mi sono state aperte davanti, la stima ed il rispetto di un uomo che io per prima stimavo e rispettavo.

    Non l’ho più visto né sentito, però, dopo cinque anni, ho avuto il suo indirizzo e-mail da Altradearfriend, il cui padre è regista teatrale e che lo conosce. E’ un po’ di tempo che penso di scrivergli, chissà se si ricorda.

    Chissà se ci crederà quando gli dirò che, se sono come sono, lo devo tantissimo alle sue parole dure ed ai suoi rimproveri.

    Ancora non sono riuscita a mettere in quello che scrivo ciò che ho dentro, ma se non ci fosse stato AutoreTeatrale magari adesso starei leggendo per la quindicesima volta "Tre Metri Sopra Il Cielo" considerandolo un gran capolavoro, e penserei di avere un talento che mi porterà lontano.

    Invece, mi mantengo coi piedi per terra, ricordando che sono una delle migliori tra i peggiori, se voglio essere gentile con me stessa.

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    Concordanze

    lunedì, 07 aprile 2008 @ 17:12
    in fuck, stronzate in libertà, riflettevo

    Oggi è il 2 Aprile 2008.

    Mi rimetto in pari con gli interventi del blog, perché negli ultimi giorni non ho avuto troppe occasioni per scrivere.

    Due giorni fa ho avuto modo di guardare una puntata di Anno Zero. Niente di strano, lo vedo quasi ogni volta, giacché il mio Marcuccio è fisso là, ed è sempre pronto a dispensare piccole perle di saggezza.

    Gli ospiti erano: la tizia della Sinistra Critica [femminista, comunista, antifascista: a good choise], Casini e Franceschini.

    Il tema è sempre quello: la campagna elettorale.

    La serata si è svolta più o meno così:

    Casini parla.

    Franceschini annuisce.

    Flavia D’Angeli storce il muso.

    Franceschini parla.

    Casini annuisce.

    Flavia D’Angeli dissente vistosamente.

    Flavia D’Angeli parla.

    Casini storce il muso.

    Franceschini dissente vistosamente.

     

    Qualcosa non mi quadrava. Ci ho riflettuto, ho continuato a pensarci, ho perseverato nelle mie cogitazioni… Alla fine ho capito: erano le concordanze che non andavano!

    Casini e Franceschini tra un po’ si prendevano per mano e scappavano a correre insieme nei prati come Heidi e la sua capretta, Fiocco Di Neve.

    Non hanno litigato, non si sono lanciati le sedie addosso, non si sono insultati, non si sono sputati in faccia a vicenda, non hanno menzionato il nonno l’uno dell’altro [anche perché nonno Casini suppongo sia un SignorNessuno in confronto a Benito Mussolini, quindi alla Santanchè, in questo senso, è andata molto bene contro AlessandraOcchiLampadinosiMussolini].

    Direte: un bell’esempio di politica e civiltà.

    No. Per due ragioni:

    1)Politica e civiltà non possono stare nella stessa frase, tranne che la frase in questione non la pronunci Crozza, allora sarebbe evidente che si tratti di una battuta.

    2)Non è che parlavano educatamente di concetti opposti: discutevano ordinatamente della stessa cosa!

    E poi certo che gli elettori sono confusi. Non capiscono che differenza ci sia tra segnare una croce su un simbolo piuttosto che su un altro.

    Rimango sempre convinta che quasi tutto sia meglio del Berlusca [si legga: la Santanchè è peggio, e per essere peggio di Silvio, ce ne vuole!], però iniziano ad affacciarsi in me seri dubbi sul significato di queste elezioni.

    Casini raccontava un aneddoto: suo padre commosso davanti al seggio elettorale. NonnoCasini era un emotivo, evidentemente.

    C’è che, però, mi emoziono anche io al pensiero di votare, nonostante non sia un’emotiva.

    Ve l’ho detto che mi hanno scippato la borsa, no? Dentro c’era la carta d’identità. Non scherzo quando dico che mi sentivo nuda senza. Ho resistito solo un giorno [Pasqua], poi sono corsa a rifarla. Avevo la sensazione di non esistere, la mia carta d’identità dice CHI io sono, afferma che io SONO. Non avendola, non esistevo. E percepivo di non esistere.

    Non credevo di essere così cittadina.

    E votare è un grandioso diritto, nonché un sostanziale dovere. Andando alle urne, esercitiamo il nostro potere. Non dimentichiamolo: il Governo è un nostro dipendente. Noi siamo i datori di lavoro, noi forniamo loro un contratto [cazzo, dovremmo fargliene uno a progetto], noi possiamo licenziarli.

    La sovranità popolare. Oddio, quanto amo la Costituzione.

    Ancora non ho la tessera elettorale. Domani, al più tardi martedì prossimo, vado a ritirarla. Sono emozionata, come NonnoCasini.

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    Ora di religione - ultima parte

    lunedì, 07 aprile 2008 @ 17:11
    in fuck, requiem per il mio neurone, riflettevo, altrui ignoranza

    Oggi è il 2 Aprile 2008.

    Allarmatevi pure, è proprio come pensate. Non scriverò più delle mie ore di religione, non perché il professore abbia smesso di dire cose che meritino di essere riportate, bensì perché alla sottoscritta basta sentirle una volta, e non avverte il bisogno di scriverle e, di conseguenza, think about it two times in the same day.

    La scorsa lezione, ad esempio, s’è parlato dell’anima, della vita dopo la morte et cetera et cetera.

    Lui, il grand’uomo, il mal celato più grande amore della mia esistenza, ha accennato alla resurrezione di Cristo.

    Il terzo giorno, bla bla bla, com’era stato scritto, bla bla bla, il mistero della fede, bla bla bla, il corpo che non era corpo.

    Il corpo che non era corpo?

    Questa non l’ho capita. Visto che non sono una profonda conoscitrice del cattolicesimo, sebbene io abbia letto la Bibbia e abbia frequentato per sei anni il catechismo [comunione, cresima, post-cresima], ho pensato che forse era il caso di chiedere, per trovare un chiarimento ai miei dubbi.

     

    Io: << Prof, scusi, non capisco. Che significa che il corpo non era corpo? >>

    Prof: << Cristo, quando è resuscitato, non era proprio in carne ed ossa. Era in una sostanza divina… >>

    Io: << Ma io ci vedo un po’ una contraddizione. San Tommaso dice che non crede finché non può toccare la carne di Cristo, allora, se Cristo non era in corpo, San Tommaso, quando tocca, che tocca? >>

    Prof: << Questo non possiamo saperlo, lo accettiamo per fede. >>

     

    Se devo essere sincera, mi sono rotta definitivamente le scatole di sentir parlare di accettare roba per fede. Non chiedo che mi si provi l’esistenza di un qualsiasi dio, però gradirei che le religioni fornissero almeno dei dati fondati su qualcosa di certo, e non delle verità date per plausibili perché col tempo sono state accettate.

    Diamine, sono meglio disposta ad abbracciare il culto della Grande Madre!

    Scusatemi, ho la spiritualità di un lavandino rotto abbandonato in mezzo alla strada.

    Quindi è finita, salutate con la manina Prof, le sue frasi fatte e le sue assurdità, perché se non ne dirà qualcuna di veramente abnorme, non intendo veicolare ancora il suo pensiero, non poiché è sbagliato [chi sono io per giudicare?], ma poiché rischio di cominciare a diventare intollerante. Io amo la tolleranza. Io sono la tolleranza fatta persona. Ecco, la tolleranza si è reincarnata in me. Su, adoratemi. No, eh? Uff, non può capitare una seconda volta? Se convertissi Berlusconi al LaCapanesimo, lui potrebbe fare una leggina, piccola piccola, che tolga la libertà di culto e che mi faccia diventare una nuova divinità. Una sorta di Zeus al femminile… Già vedo i templi sulle montagne, il mio simulacro sparso in ogni dove, le offerte.

    Think big.

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