domenica, 08 novembre 2009
Vanda è un'automobile diversa dalle altre, è una compagna d'avventure, un porto quieto per chiunque voglia guardare la strada che si allunga alle sue spalle.
Le Dears lo sanno, e ne usufruiscono abbondantemente, consce del fatto che guidare è una delle azioni che mi rilassano di più e che se c'è una cosa che amo è fare benzina al faidate.
Vanda mi trascina all'Ostello e all'università, mi porta in periferia o in pieno centro, naviga sull'autostrada e sopporta lo sterrato bianco di certi posti vicini al mare. Vanda è una Panda pronta per un safari, è comoda per dormirci dentro assieme a DearLowe ed ha un portabagagli che, con centoquindicigradiall'ombra, in pieno agosto, teneva al fresco gli alcolici.

Vanda è la mia compagna d'avventure -lo so che l'ho già detto ma le cose importanti è bene ripeterle- e, qua e là, porta i segni di chi s'è messo comodo, non solo sui sedili, ma pure nella mia vita.

C'è Trentatrè, attaccato allo specchietto retrovisore. E' un piccolo giocatore di basket di legno, con la maglia numero trentatrè, appunto. Me l'ha portato Dearfriend Ballerina da Milano la prima volta che c'è stata, quel giorno che, alle cinque del mattino, sono passata a prendere lei e Dearfriend Bellissima, in quel paese tra le montagne dove stanno, e le ho accompagnate all'aeroporto. I loro genitori sapevano che volavano verso Roma con tutte le Dears, invece raggiungevano i reciproci amanti in quel della Lombardia.

C'è il ciddì di Antichità Italiane, con le maiuscole, perché Cocciante e i Pooh meritano le maiuscole. DearLowe sa che, quando vuole vedermi ridere, deve farlo partire, sa che a "La donna del mio amico" non c'è più strada che tenga ed io mi esprimo al meglio delle mie capacità artistiche, sa che Silvia Salemi e Luca Carboni, messi vicini, sono una miscela esplosiva. E' un ciddì di quelli che non ti lascia scampo: devi cantare.
Lo stesso dicasi per quello dal nome esplicativo "Marco Masini e altre melensaggini". C'è stato un periodo della mia esistenza in cui "Vaffanculo" era il mio motto, la mia filosofia di vita, la mia linea di condotta politica. Era un momento arrabbiato e la voce roca di Masini mi metteva allegria, così mi sono fatta la mia compilation di roba sua e la gridavo con Dearfriend Porno, ché un sano fattelametteredovenonbatteilsole non si nega a nessuno.

C'è Rana, che è una rana di carta, gentilmente concessa da Monsieur Déja vu ed attualmente incastrata nella fessura dell'aria (nome tecnico: fessuradell'aria). Rana è rossa ed è stata prodotta nella biblioteca della mia facoltà col volantino di uno sciopero generale, roba da comunisti. Quel giorno avevamo tutt'e due, io e Monsieur Déjà vu, una chupa chups alla cocacola in bocca e facevamo saltare a turno Rana da una parte all'altra del tavolo. Poi dice che all'università non si fa niente di divertente.

Vanda accoglie ogni minuzia, ogni pezzo di roba inutile che le abbandono dentro, e non si lamenta. Vanda subisce le mie sevizie, le mie dimenticanze (e solo una volta m'ha lasciata a piedi senza benzina, auto fedele quale è), i miei soprusi, ma si accontenta delle mie parole dolci quando ci entro, e del mio accarezzarle lo sterzo o la leva del cambio quando in autostrada supero una lanciatissima bmw da ricconi.

Vanda, però, ha dei limiti. Tipo i marciapiedi spartitraffico nelle notti buie, in zone isolate e sconosciute della città.
Se Vanda ci finisce contro ad una certa velocità (è spuntato dal nulla, lo giuro) accusa il colpo. Lo ammortizza come può, ma ci perde un copertone.

E' così che io e le Dears, un paio di sere fa, ci siamo ritrovate circondate da cani randagi con le facce cattive, in mezzo al nulla, e con una ruota a terra.
SeMiRilasso s'arrabbiava con Dearfriend Porno perché non aveva portato la macchina fotografica per immortalare un simile momento, DearLowe faceva mente locale e cercava di capire dove poter andare per farsi cambiare la ruota, Miamiglioreamica mi chiedeva lamentosa di fare attenzione ai canidi, poverini, e sosteneva che, con la ruota così, potevo continuare a guidare, ché figurarsi se il cerchione si rovinava.
Poco dopo, nel parcheggio di un campo da calcio, cinque giovani donne erano circondate da un posteggiatore abusivo e da una squadra di aitanti aspiranti calciatori che, virili, sistemavano la situazione.
Dentro Vanda, Dearfriend Porno aveva trovato, tra le stazioni della radio, l'ultimo successo di Gigi D'Alessio.

Quando sono rientrata a casa, Vanda rantolava. L'indomani mattina l'ho trascinata dal gommista, il quale ha rimesso in sesto la mia provata e fedele amica, grata per le riparazioni.

Tania, l'automobile di DearLowe, non se la sentiva d'essere da meno. Ieri sera, dopo che le Dears avevano visto l'ultimo di Tarantino al cinema, sono salite sulla piccola e rossa Tania e si sono dirette verso casa (Miamiglioreamica, Dearfriend Porno, DearLowe e SeMiRilasso abitano tutte vicine). Guidava tranquilla, DearLowe, quando s'è resa conto che lei girava lo sterzo verso destra e la macchina sbandava a sinistra. Ha accostato e ha dato un'occhiata: c'era una ruota a terra.

Io ero altrove, e stamattina mi hanno raccontato l'incidente di percorso.

Dev'essere empatia, mi sono detta. Empatia tra automobili.
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domenica, 01 novembre 2009
Io e le malattie non andiamo tanto d'accordo.
Nel senso che quando posso evitare di ammalarmi evito con immensa gioia.
Il 2009, fino all'altro ieri, è stato un anno privo d'influenza. Scoppiavo di salute, eccetto quelle volte in cui mi ritrovavo per terra e non capivo come c'ero finita.

Dall'altro ieri sono a letto con la febbre. Ma non è una febbre di quelle poderose che uno non si può alzare dal letto e pregherebbe per una supposta, non è una febbre da delirio notturno, da stanchezza sovrumana, da inappetenza e perenne mal di testa.
E' una febbre slavata e un po' insensata, a metà tra il serio ed il faceto. Non è alta, ma neanche bassa. Non faccio questa grande attività fisica, non mi muovo dal letto, però sono energica e di ottimo umore, ho una fame che poche persone civili hanno e straparlo, con tutti e su tutto.
Sorella approfitta di questo mio stato per tentare di uccidermi: ieri mi sono svegliata con i pinguini dei Polaretti che, nella mia stanza, tenevano i piedi dentro le bacinelle d'acqua calda per il freddo. Sorella aveva spalancato le finestre e andava in giro per casa con un pastrano, per difendersi dal clima polare.
Il mio letto era giusto in direzione della corrente d'aria gelida più inclemente.
C'era Leonardo Di Caprio morto un'altra volta, sotto le mie coperte.
«Sorella, scusami, ma perché c'è la finestra aperta?», ho domandato con la voce di Chris Griffin, tentando di trattenere colpi di tosse inconsulti.
«Ma come? Non hai caldo?», ha risposto sorridendo, mentre si stringeva in un maglione di lana spesso una decina di centimetri.

In un impeto di forza bruta, ho chiuso i battenti. I pinguini dei Polaretti mi hanno ringraziata, visibilmente commossi.

Nonostante i mal riusciti attentati alla mia salute, la situazione non ha subito alcun sostanziale mutamento.

Probabilmente, devo rendere grazie all'Aspirina C, all'arancia. Fratello mi ha spiegato che se la shakeri un po' ha lo stesso sapore della Fanta. Mi ha detto anche che l'Aspirina al limone, se esistesse, se la shakerassi un po' avrebbe lo stesso sapore della vodka-lemon, ma un effetto più divertente, e io non voglio neanche sapere perché Fratello, che ancora deve fare diciassette anni, pensi a vodka-lemon e a effetti divertenti.

Che poi, a dir la verità, un piccolo mutamento c'è stato. La mia voce. Prima c'era, adesso l'ho persa.

Questo pomeriggio m'ha chiamata Monsieur Déjà vu soltanto per prendermi in giro, ché quando ho risposto poco ci mancava che mi strozzassi e lui è scoppiato a ridere e non ha smesso per una decina di minuti buoni, e io con lui, ché quasi quasi mi facevo tenerezza da sola però continuavo a parlare, per questo discorso che l'influenza mi mette di buon umore, quindi ero contenta.

L'influenza, mia, mette di buon umore pure Madre. Dovreste vederla.

Stamattina, appena sveglia, ho tentato di cacciare un urlo, qualcosa tipo "mamma, la colazione mica si prepara da sola e, soprattutto, da sola non arriva al mio letto!", perché almeno da malata essere servita e riverita è il minimo che tu possa chiedere. Insomma, tento di cacciare quest'urlo e non sento niente. Sorda non ero, perché Cane abbaiare lo sentivo lo stesso, quindi, a rigor di logica, ero soltanto afona.

Mi sono alzata di scatto, sono corsa da Madre e, confidando sul labiale, ho espresso il mio malessere.

«Sono senza voce», mi sono disperata.
«E poi hai il coraggio di dire che dio non esiste», ha sorriso lei, placida.
 

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domenica, 25 ottobre 2009
Mi si sono smagliate le calze e ho un ginocchio rosso, viola e gonfio, che fa male.

Ero all'Università e fingevo di darmi un tono, fingevo di studiare, di essere una ragazza per bene che nella vita fa qualcosa. Ero là e avevo il computer acceso, per leggere le e-mail, ché sennò si accumulano e il coraggio di smistarle io non ce l'ho. E' arrivato Scrittore Silenzioso, fresco fresco d'America, e abbiamo scambiato due parole. Poi abbiamo saputo cos'era successo e siamo corsi fuori, sotto la pioggia, con la strada bagnata, e io adesso, per la fretta e l'asfalto scivoloso, c'ho un ginocchio rosso, viola e gonfio, che fa male.

C'è quella cosa che chiamano Onda, che è un movimento studentesco di cui s'è sentito, qua e là. Insomma, quest'Onda ribatte e sbatte contro i portoni, urla, li spalanca e poi occupa gli edifici. Se occupa il Rettorato è una cosa importante, almeno per il giornale degli universitari che segue la cosa, perché se è giornale degli universitari è giusto che parli di quello che agli universitari interessa sapere. Tipo che la rediviva Onda ha occupato il Rettorato all'improvviso, e nessuno se l'aspettava.

Il giornale degli universitari ha redattori universitari, tipo la sottoscritta, Scrittore Silenzioso e l'Agnello Sacrificale. Ce ne sono pure altri, ma noi avevamo da fare insieme, quel giorno. Era il compleanno di Agnello Sacrificale, ma lo faranno santo, prima o poi, perché s'era preso lo stesso del lavoro da svolgere e mica s'era lamentato, lui. Insomma, io avevo un vestito nero e le calze, perché sennò non mi facevano entrare nel posto dove c'era il lavoro di cui sopra da sbrigare, e col vestito nero e le calze -smagliate- sono finita in mezzo ad alcune gocce dell'Onda, che mi guardavano un po' infastidite, e mica c'avevano voglia di spiegarmi che avevano fatto e perché.
Non solo m'ero smagliata le calze, in più dovevo sentirli sbuffare prima di dirmi che gli passava per la testa. Non avessi avuto il ginocchio ammaccato, li avrei presi a calci tutti. Pure con la gonna. Le signore, del resto, si riconoscono dai dettagli: se pestano a sangue qualcuno, pur avendo la gonna, senza mostrare le mutandine nell'atto di dare calci rotanti che neanche Chuck Norris, tipo.

Scrittore Silenzioso rideva, Agnello Sacrificale tardava ad arrivare e io bestemmiavo, la femminilità fatta aspirante giornalista con una sigaretta in bocca.

In quindici minuti avevamo finito di scrivere la roba dell'occupazione e mica potevamo riprendere fiato, perché c'era da sentir parlare politici e ingegneri dalle parti del sindaco, c'era da ascoltarli declamare provvedimenti anticrisi e tessere le lodi di decreti nuovi di zecca. Giusto per dare materiale fresco -come il pesce al porto- a Report, ché la Gabanelli ormai su Catania ci campa e fa pure bene.
Il sindaco s'aggiustava la cravatta e io, in terza fila, col computer portatile riferivo di risse ed occupanti confusi, arrabbiati e, già che ci sono, disgraziatamente arroganti.

Mica non avevo nient'altro a cui pensare, però. Ci sono giornate in cui le cose insensate si concentrano nel giro di poche ore e uno vorrebbe tanto fermare il tempo, dire "aspettate, datemi almeno il tempo di cambiarmi le calze, ché queste si sono smagliate", però deve correre da un'altra parte ancora, in mezzo a ministri e gente per bene, si fa per dire. In mezzo a cappotti pesanti, tacchi con la suola rossa, cravatte di seta finissima e acconciature ideate per l'occasione. In mezzo a labbra rifatte e nasi incipriati, a scarpe di pelle fatte su misura e toghe resuscitate dagli armadi impolverati.
E uno deve proprio starci, là dentro, nonostante abbia un po' la nausea a sentire certi discorsi e nonostante non sia visto proprio di buon occhio, perché il vestito è più sportivo della media, e in quelle calze c'è un buco.

Però, poi, è bello sapere che lo fai per una ragione. Una valida ragione.

Non prendi un centesimo, non hai il tempo di respirare e qualcuno si permette di guardarti dall'alto in basso, eppure lo scopo c'è. Imparare a raccontare.

E non si dica che mi accontento di poco.
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venerdì, 16 ottobre 2009
Le prime volte sono le cose che nella vita finiscono più in fretta. E quelle che si ricordano con più intensità.

La prima volta che ho letto un libro si trattava d'un tascabile che davano in omaggio con "Famiglia Cristiana". Non facevo ancora la prima elementare ed imparai a leggere su "Cuore di ciccia", di Susanna Tamaro. La prima volta che ho letto un libro ho creduto che scriverne sarebbe stato il mio mestiere, poi mi hanno regalato una Barbie, io le tagliai i capelli e mi convinsi che, da grande, sarei stata una parrucchiera.

La prima volta che ho ascoltato le parole di una canzone e mi sono commossa era Samuele Bersani che raccontava di un mondo di mostri che chiamano mostro l'unico essere vivente un minimo umano. La prima volta che sono andata ad un concerto era Samuele Bersani che è salito sul palco, ha salutato il pubblico e s'è messo a raccontare di un mondo di mostri che chiamano mostro l'unico essere vivente un minimo umano. Ci ho messo tre secondi per scoppiare a piangere, perché per le stupidaggini piango pure io, che credete?

La prima volta che mi sono ubriacata avevo quattordici anni ed ero alla festa per il diciottesimo compleanno di un amico. Una sbronza allegrissima e divertente. Quella sera ho conosciuto un ragazzo, un diciannovenne affascinante, un po' calvo e barbuto, con una fidanzata piena di fiducia che non aveva alcuna voglia di seguirlo ovunque andasse, anche perché lui coi suoi amici parlava di politica e a lei non interessava l'argomento. Due giorni dopo, io e quel ragazzo facevamo colazione assieme. Era la prima volta che mi prendevo una cotta per uno più grande di me, per di più fidanzato.

La prima volta che ho preso un aereo ero con le Dears e volavo verso Roma, per una vacanza organizzata in poco più di un giorno, il tempo di prendere i soldi e prenotare i biglietti, che costavano pochissimo ed erano stati una botta di fortuna clamorosa. Ci credevo ancora che sarei andata a studiare nella capitale, il giorno della partenza. Al ritorno, invece, sapevo che non ce l'avrei fatta. Per la prima volta avevo accantonato un piccolo sogno.

La prima volta che ho baciato sulla bocca (proprio bocca) un ragazzo, in realtà, era un bambino. Tredici anni lui, tredici anni io. Era un mio compagno di classe e, il primo giorno di scuola mi aveva scritto un bigliettino dicendomi ch'ero la più bella. Io decisi che lui sarebbe stato mio per i tre anni delle medie a venire. Così fu. Ero un'adolescente determinata e vincente. Mi baciò davanti al bagno dei maschi.
«Adesso dobbiamo cambiare le basi del nostro rapporto», mi disse, mentre io pensavo che quel bacio sulla bocca era stato la cosa più disgustosa del mondo. Forse s'era scordato di lavarsi i denti, quel giorno.
«Credo che la nostra storia non possa proseguire», risposi seria e compunta. Poi me ne pentii. Il giorno dopo gli chiesi di rimetterci insieme ma lui di me non voleva sapere più niente.

La prima volta che mi sono innamorata ho perso tutta la fiducia in me stessa perché per lui ero come le porte trasparenti dei supermercati: ti accorgi che ci sono solo quando ci sbatti contro. Lui non ha mai sbattuto contro la sottoscritta, e la prima volta che mi sono innamorata è stata anche la prima volta che mi sono chiesta se ne valesse davvero la pena.

La prima volta che ne è valsa la pena è stata la prima volta che sono andata a letto con un uomo. Per lui era la prima volta con una ragazza per la quale fosse la prima volta, e tremava. Io ridevo, scherzavamo, poi non parlavamo. C'era musica: a lui Samuele Bersani piaceva un sacco. Ecco cos'era fare l'amore.
Quel giorno si spezzò un braccialetto della fortuna che avevo comprato più di un anno prima. Si dice che quando lo indossi devi esprimere un desiderio e aspettare che il bracciale si rompa casualmente, a quel punto il desiderio s'avvererà. Quando me lo legai al polso m'ero innamorata per la prima volta, e avevo desiderato d'innamorarmi di nuovo.

La prima volta che ho fatto solo sesso ero arrabbiata, ero triste, ero delusa e il desiderio di cui sopra non me l'ero scordato. Per la prima volta, dopo, mi sono sentita uno schifo, mi sono rivestita in fretta e sono scappata. Per la prima volta non avevo una grande opinione di me e per la prima volta mi sentivo in diritto di giocare, senza farmi troppe domande. Quella è stata anche l'ultima volta, finora.

Le prime volte di piacevole hanno il senso della novità, il sottile brivido della scoperta. Le prime volte hanno il sapore dell'incoscienza, sono come un tuffo in buco nero.

Tipo: oggi, per la prima volta, sono rimasta chiusa fuori di casa. Pioveva, non avevo l'ombrello, Sorella era fuori, Fratello da un amico, Madre non so dove e le mie chiavi dalla parte sbagliata della porta. Mi sono chiusa dentro Vanda, osservando il diluvio dal parabrezza e, per la prima volta, non vedevo l'ora che Casa LaCapa si ripopolasse. Una sensazione del tutto nuova, una serie di sostanziosi brividi (di freddo).

Le prime volte sanno essere elettrizzanti. Ma, per fortuna, durano poco e tendono a non ripetersi.
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domenica, 11 ottobre 2009
Eccomi ancora, sono Agata, la solita autostima.
Non sono stata interpellata per un po', ma solo per pigrizia, mica perché la situazione sia migliorata. Poi, certo, ci sono quelle cose che rendono necessario un mio intervento, e a quel punto astenersi da un commento sarebbe codardo perfino per chi vi scrive.

«Ma LaCapa crede a tutto quello che le dicono?», ha chiesto il fidanzato di Miamiglioreamica proprio a Miamiglioreamica, qualche giorno fa. Si riferiva al presente con futuro scontato, secondo lui, della mia datrice di lavoro.

No, LaCapa non crede a tutto quello che le dicono. LaCapa, però, crede che la gente, quando afferma qualcosa, la pensi, non crede nella cattiveria ma è fermamente convinta che esista la stupidità, e che anche quella sappia ferire.

LaCapa non concepisce l'idea della "presa in giro", perché la trova una perdita di tempo, oltre che una dimostrazione di infinita infantilità. Sostiene che, soprattutto quando ci sono i sentimenti di mezzo, non ci sia chi vince o chi perde. Un uomo a cui non importa niente di una donna e che la illude solo per portarsela a letto non ha vinto, ha soltanto dimostrato di essere un po' vuoto. Lo stesso dicasi per una donna, intendiamoci.

LaCapa, in fondo, è romantica. Arrossisce per i complimenti, e adora sentirli, però la imbarazzano tantissimo, perché si sente proprio una ragazzina quando sorride perché le hanno detto "oh, quanto sei carina oggi!". E si schermisce, quando li sente, visto che non le hanno mai spiegato come si risponde ad una cosa simile e dire soltanto "grazie" le pare arrogante.

LaCapa non concepisce le bugie e la mancanza di fiducia, non sopporta l'idea che si possa mentirle, perché lei non si arrabbia mai, quindi sarebbe proprio uno smacco volontario. E' la persona più comprensiva ed accondiscendente dell'universo conosciuto, e pure di quello ignoto. Prende tutto con una risata e giustifica. LaCapa giustifica tutti.
LaCapa ha vent'anni ed è ingenua. Ma non è che è ingenua perché ha vent'anni, ché qualcosa le dice che continuerà ad esserlo pure a trenta e a quaranta.

LaCapa non è più di una bambina, e se sapeste quanto sa essere insicura vi domandereste come ha fatto a mettersi in gioco tutte quelle volte che faceva un salto nel vuoto, col rischio di cadere sul duro e farsi molto male. E' che LaCapa ha vent'anni, le dicono tutti che ne dimostra di più, ed è tonta, quindi ritiene che tutto faccia brodo. Che tutto sia utile a capire qualcosa, di sé e degli altri.

LaCapa ha vent'anni. Da oggi.

Una notte, in spiaggia, Dearfriend Ballerina l'ha invitata a riprendersela, la sua età, a smetterla di cacciarsi in situazioni strane più grandi di lei, a mettersi in pausa dal finto gioco che le fa rincorrere un tesserino da giornalista, a concentrarsi sull'hic et nunc, che prevede shopping, discoteche, niente notizie, alcoliche visioni, pochi romanzi, nessuna responsabilità e, soprattutto, una certa dose di immaturità.

Io, che di mestiere faccio l'autostima e la mia datrice di lavoro la conosco come le mie tasche, so che lei non riuscierebbe a vivere così per più di ventiquattro ore.
Le ventiquattr'ore del giorno del suo compleanno.
venerdì, 09 ottobre 2009
L'università è una specie di scarico del gabinetto, nel senso che risucchia tutto, pure le energie.
Sostenere esami, mica tanti, è una fatica che avvince, che lascia con la testa un po' sospesa tra il fatto e il da farsi, che congela la forza di volontà.

Le performance universitarie della sottoscritta, poi, sono indubbiamente sopra la media. Non certo per la valutazione (la mediocrità, in tal senso, è una fanghiglia nella quale crogiolarsi con immenso gusto), ma per la mia provata abilità nel tirarmi fuori, con una battuta o una risposta ironica, dalle situazioni in cui la mia imbarazzante ignoranza potrebbe rendersi evidente.

Quando ho fatto Letteratura Italiana ho domandato alla giovane assistente cui sono toccata in sorte se avesse voglia di vedermi mimare il salto di Giovanni Grasso, attore non troppo gradito a Luigi Pirandello che fu protagonista di una delle prime opere del celebre drammaturgo.
L'assistente mi guardò allibita, sorrise e dichiarò concluso il nostro esame. Avevo preso trenta.

In un'altra occasione, impegnata a discutere di cinema con un critico che seguiva un corso straordinario, non sapevo più su quali specchi arrampicarmi. Avevo dato fondo a tutte le mie conoscenze specifiche e stavo per inventare trame di film non ancora girati. Lui, prima che io palesassi il resto della mia impreparazione, mi interruppe: «Che sa dirmi del regista Antonio Pietrangeli?».
Assolutamente niente, avrei risposto, ma non potevo. Per genialità incompresa o per puro spirito di sopravvivenza, la mia memoria fece uno sforzo immediato: ricordò di quella volta, a lezione, in cui il critico aveva detto, per inciso, che Pietrangeli non era un regista, ma un genio della poesia.
«Bè, professore, Pietrangeli non è un regista», ammiccai. «Pietrangeli è un poeta!»

Le labbra del docente si allargarono, mostrarono i denti, disegnarono sul suo viso una smorfia di pura felicità. Il mio esame terminò lì: ottenni il massimo.

Questa mattina ero tremendamente nervosa. Sapevo di non essere preparata come avrei voluto, di non aver studiato abbastanza, di non essere lucida per via delle notti insonni (ragioni trascendenti, mica lo studio), e poco concentrata per i tanti pensieri.
Il professore in questione è un uomo affascinante e colto, di sinistra e ironico, gioviale e umano. E', sicuramente, uno dei migliori che io abbia mai incontrato lungo la mia strada. Mi dispiaceva, in fondo, rischiare una figuraccia con colui che, senza saperlo, ha pure un cameo nel racconto col quale ho vinto il concorso di qualche mese fa.

Insomma, quando mi hanno chiamata per invitarmi a dar fondo alla mia cultura sulla Filologia Romanza, ho pensato di scappare lontano e non farmi più vedere da quelle parti. Invece, ho deglutito e ho affrontato il mio destino, col piglio di una martire.

Stavolta, si sarebbero occupati di me un paio di giovani ed aitanti assistenti. Cercando di non mostrarmi troppo civettuola col più carino dei due, ammassavo parole, una dietro l'altra, ringraziando i miei poveri neuroni per la buona memoria che mi hanno concesso.
Il professore, che esaminava una mia collega nella scrivania accanto, s'è distratto e ha iniziato a seguire i miei discorsi. Ha voluto vedere il mio libretto, compiacendosi della quantità di materie e complimentandosi per la dialettica con la quale affrontavo l'esposizione del libro che lui aveva dato da studiare. Finito con l'altra ragazza, il professore è intervenuto ancora, questa volta raccontando un aneddoto sui suoi studi.

«Una volta ho analizzato le 1600 occorrenze della parola "come" nella poesia della Scuola Siciliana. Solo per comprendere in quante forme potesse esprimersi la proposizione casuale... »

Io non sono una studentessa modello, non sono una che tace e annuisce. Spesso, sono fuori luogo.
Non sono riuscita a trattenermi.

«Beddu sbaddu», ho commentato sarcastica, in dialetto. Significa, come avrete intuito, "gran bel divertimento".

Gelo.

"Ecco", ho pensato. "Mi sono giocata l'esame. Mannaggia a me e alla mia lingua!"

Il professore è rimasto un attimo in silenzio, poi ha riso di gusto.

«Dialettofona? Mi piace!»

Cinque minuti dopo, stringevo tra le mani un libretto firmato e avevo ancora in testa i complimenti del grand'uomo: trenta.

Io non sono solo due braccia rubate all'agricoltura, sono anche, e soprattutto, una comica rubata a Zelig.
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giovedì, 01 ottobre 2009
Dearfriend Porno è indubbiamente una femme fatale.
Non so se attribuire i suoi successi alla simpatia o allo sguardo ammiccante, alla spigliatezza o alla spontaneità, so soltanto che ho smesso di contarli.

C'è stato il bel cantante-musicista con la voce vellutata, gli occhi grandi, le labbra carnose, un fisico niente male e una chiave di violino tatuata sul piede. Lui le canticchiava Alex Britti, la stringeva come se avesse paura che si allontanasse troppo e la portava, in piena notte, alla ricerca di farmacie ancora aperte. Sì, se Dearfriend Porno aveva mal di testa lui non la lasciava andare senza averle prima comprato le Moment.

C'è stato il milanese bellissimo, quello che Dearfriend Ballerina è rimasta a bocca aperta, la prima volta che l'ha visto, e Miamiglioreamica, prima di stringergli la mano, ha esclamato "minchia" e poi s'è messa le mani sulle labbra, arrossendo, sperando di non aver pensato a voce alta. Lui l'ha preferita a tante altre e, ogni estate, quando torna nel profondo sud, non riesce a fare a meno di saltarle addosso se solo la incontra per strada.

C'è stato CameriereFigo, all'Ostello. Il giorno che i suoi occhi hanno incrociato quelli di lui, gli ormoni di Dearfriend Porno sono saliti sulle montagne russe. Lui aveva un piercing sul labbro inferiore, lei disse, sussurrando a DearLowe, che glielo avrebbe strappato volentieri nella foga della passione. Due settimane dopo, Dearfriend Porno mordicchiava quel delizioso piercing, mentre CameriereFigo badava che nessun altro le si avvicinasse. Nel frattempo, ovviamente, MisterCameriere2008 taceva e sorrideva, e io mi disperavo.

C'è stato l'amore di tutta una vita, l'indimenticabile batticuore adolescenziale. Lui, bello e simpatico, neanche a dirlo. Lui, che non può sopportare di vederla con qualcun altro senza dar di matto; lui, che le prepara sorprese che neanche nei film; lui, che la bacia, l'ama mentre lei scappa, la rincorre e poi si tira indietro, orgoglioso.

C'è stato il triestino (neanche ve lo dico che era bello pure questo) che, quando lei ha compiuto diciott'anni, le ha scritto una lettera lunga diciotto pagine, con le diciotto ragioni per le quali non si può non avere voglia di baciarla.

Dearfriend Porno, lo ribadisco, è indubbiamente una femme fatale.

L'ultima vittima è Comelovuoi. Comelovuoi lavora nella più nota gelateria del centro, ha ventott'anni, è sempre abbronzato, i denti dritti e bianchi, gli occhi e i capelli scuri. Comelovuoi ha sempre avuto un sorriso particolare per Dearfriend Porno. Non si sa come, ha scoperto il suo nome, l'ha cercata su Facebook e l'ha aggiunta tra i suoi amici. L'ha tampinata in chat e s'è mostrato concorde con un biscotto della fortuna che diceva, cito testualmente, "qualcuno desidera il tuo corpo".
Dearfriend Porno m'ha mostrato le foto di Comelovuoi e io ho esclamato: "minchia". Fortuna che lui non era presente, ché pensare ad alta voce, in quel caso, sarebbe stato parecchio imbarazzante. I quadratini della tartarughina addominale, in Comelovuoi, si potevano contare.

Qualche sera fa, io e Dearfriend Porno ci siamo ritrovate in gelateria. Comelovuoi s'è illuminato.
Dearfriend Porno non ci ha fatto caso e, sovrappensiero, ha deciso i gusti che voleva.

«Yogurt, fragola... Comelovuoi, ti spiacerebbe metterci anche una puntina di banana?»

Comelovuoi ha sgranato gli occhi, quasi non credeva alle sue orecchie. Le ha chiesto di ripetere, Dearfriend Porno è arrossita, io respiravo a stento, tra una risata e l'altra.

Comelovuoi ha accontentato Dearfriend Porno, ammiccando. Preparava il gelato come se non potesse fare niente di più bello, come se la fatica di un'intera giornata dietro al bancone gli fosse scivolata di dosso.

Dearfriend Porno deve avere qualcosa addosso, qualcosa di speciale. Prima o poi, riuscirò a farmi spiegare cos'è, lo giuro.
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categoria:stronzate in libertĂ , requiem per il mio neurone
giovedì, 17 settembre 2009
E' capitato, una volta, che io e Dearfriend Porno ci trovassimo in macchina e parlassimo. Eravamo stanche entrambe, stanche di tante di quelle cose che non saremmo neanche state capaci di elencarle tutte. Vanda macinava chilometri e io e Dearfriend Porno ridevamo di noi, sotto un cielo buio e nero, in mezzo a vie senza illuminazione in pieno centro città.

Dearfriend Porno ha abbassato il finestrino, nel freddo di febbraio, ha messo la testa fuori e ha urlato verso le stelle che non c'erano: «Dio? Ci sei, dio?»

Io e lei non siamo proprio credenti, cioè, non lo siamo per nulla.

«Dicono che esisti, dio», ha continuato Dearfriend Porno «quindi, se ci sei, ti pregherei di battere un colpo, come in una seduta spiritica. Dai: uno, due, tre. Batti un colpo!»

Io la guardavo mentre, con gli occhi un po' lucidi, gridava e rideva, rideva e gridava. Gli stessi occhi ce li avevo io, quella sera, e pure la voglia di strillare finché avessi avuto voce, però lasciavo fare lei, ché in comunicazione è più brava di me e, se vuole, sa farsi ascoltare.

«Vedi, dio, ci sarebbe proprio da chiederti qualcosa, tipo: ma non ti senti un pochino in colpa? Non dico soltanto per le cose brutte che succedono in giro per il mondo, dico per me, visto che c'ho una gran voglia di essere egoista, stasera. Il bello è che uno può chiamarti per giorni, e tu non rispondi, non ti fai sentire, non accenni nemmeno a scuoterti dal tuo torpore. Che t'ho fatto? Dimmelo, cosa ho fatto? In un'altra vita devo essere stata una persona pessima, evidentemente... Dev'essere la legge del contrappasso: nella vita andata mi sono comportata male, in questa mi butti addosso una sfiga cosmica qualunque cosa io faccia.
«Dio, non ti offendere, ma in millemila anni di storia non sei riuscito ad imparare a fare il tuo lavoro. Quel povero Cristo di Gesù s'è impegnato, è sceso qua nel sottoscala e ha fatto un po' di scena, tipo sangue e crocifissioni. E dopo? Niente. I tempi cambiano, dio. Ce l'hai un numero di cellulare? Un indirizzo e-mail? Un contatto msn? Un profilo su Facebook? Se non hai un profilo su Facebook è sicuro che non esisti, lo dico sul serio.
«Parliamoci chiaramente, dio, se la gente fosse un minimo furba ti avrebbe mandato a quel paese da un bel pezzo, e se io fossi un minimo furba non starei in questa macchina, adesso, in mezzo alla strada. Forse, se fossi un minimo furba, sarei ad ubriacarmi disperatamente. Con una canna in mano.
«Dio, non vorrei sembrarti infantile: sento spesso che le persone ti chiedono qualcosa, tipo di vincere al superenalotto, di finire di pagare il mutuo prima dei centododic'anni e, soprattutto, d'innamorarsi, sposarsi e non divorziare mai. Sono pazze, totalmente pazze. Ma lo sanno che significa innamorarsi, loro? E' una cosa che fa un male cane, che ti fa perdere non so neanche più quante notti di sonno, che ti fa gli occhi languidi e che ti fa attribuire alla gente diminutivi scemi.
«Dio, un desiderio lo voglio esprimere pure io, neanche tu fossi il genio della lampada: fagli venire, a quel disgraziato che mi sta facendo parlare da sola da mezz'ora, un clamoroso e devastante attacco di dissenteria. E vaffanculo.»
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lunedì, 14 settembre 2009
Madre è entrata in casa, una settimana fa o poco più, e mi ha trovata in pigiama, seduta sul mio letto, impegnatissima in una conversazione telefonica con nonsopiùchi. Erano le 17, o giù di lì. Ha fatto una smorfia a metà tra il disprezzo e il disgusto e ha esordito: «LaCapa, dobbiamo fare qualcosa per la tua faccia».

La mia faccia? Cos'ha che non va, la mia faccia?

Sono rimasta interdetta, con la bocca semiaperta, ho liquidato la conversazione telefonica e mi sono dedicata al delirio materno.

«Ti ho prenotato taglio, piega e colore». Bè, una madre deve fare qualcosa per la propria figlia, ogni tanto.

Ho deglutito. Io, dal parrucchiere. Io, che i miei capelli sono fiori di zucca indomabili. Io, che non me ne potrebbe importare di meno di cos'ho al posto della testa.

Superato lo sbigottimento iniziale, ho cominciato a vedere i lati positivi di un cambiamento radicale, di un rinnovamento totale.

Dicono che le donne siano solite dare una spuntatina ai capelli quando chiudono una relazione e hanno voglia di guardarsi allo specchio e vedersi diverse, rinate, nuovamente desiderabili. Io non ho chiuso nessuna relazione vera, di recente. Ho solo rimesso apparentemente ordine dove il caos ha regnato sovrano per mesi. Metterci di mezzo il mio cranio, per così poco, era davvero eccessivo.
Ma Madre aveva prenotato...

La capa de LaCapa (cit.) bionda. Passare dal somigliare a Maradona all'essere la nuova Marilyn. Sì, mi sarei fatta bionda.

Le Dears ed altri loschi figuri incrociati durante le mie riflessioni sul colore dei capelli hanno tentato di farmi desistere dal mio ossigenato proposito.
Bionda? Ma le bionde sono stupide. Poi non hai la carnagione da bionda. E vuoi mettere la ricrescita? Saresti ridicola.

Con "Le intermittenze della morte" di Saramago nella borsa, sono andata dal parrucchiere, anzi dal mio nuovo hair stylist, ché se lo si chiama parrucchiere ormai si offende.

Il mio nuovo Hair Stylist è un po' in carne, biondo tinto, col caschetto tipo Beatles e la parlata alla Cristiano Malgioglio.

Hair Stylist: «Gioia, che ti serve?»
LaCapa: «Voglio farmi bionda!»

S'è messo una mano sulla bocca, incredulo.

Hair Stylist: «No! No! No! Tesoro, se ti faccio bionda ti rovino».

A quel punto, finalmente, ha ridotto la distanza fisica che ci separava, m'è venuto incontro, m'ha messo una mano tra i capelli (inorridendo: «Oddio, ma questo è un nido di vespe!») e ha messo in atto tutte le sue armi di persuasione.

Hair Stylist: «Sono ricci bellissimi, così nutriti, così tondi, così spontanei. Non posso farteli biondi! Mentre pensi se darmi ragione, vuoi che ti porti un caffé, un bicchiere d'acqua, una barretta di cioccolato, un thé freddo? Comunque, ora ti porto il catalogo dei rossi, così scegli quello che vuoi».

Vista la sua insistenza, vista la mia totale assenza di coraggio, e visto che bionda non mi ci vedevo per niente, mi sono accomodata su una poltrona di pelle fuxia e ho analizzato il catalogo dei rossi.
Hair Stylist, dopo un paio di minuti, è venuto a sedersi al mio fianco.

Hair Stylist: «Ti piace questo?», indicandomi una ciocca di finti capelli tinta come una melanzana.
LaCapa: «Non sarebbe meglio qualcosa di più sobrio e più rosso?»
Hair Stylist: «Allora, hai detto che va bene il color melanzana?»
LaCapa: «Vedi, io non sono proprio convinta. Cioè, è un bel colore...»
Hair Stylist: «Perfetto, proprio come credevo! Vado subito a preparare tutto».

Le mie possibilità di scelta, capirete, sono state totalmente annullate. Davanti ad uno specchio, osservavo il mio Hair Stylist (che canticchiava la nuova canzone di Giusy Ferreri) scolpire in aria i miei capelli, acconciandoli in maniera da farmi somigliare, di quando in quando, alla brutta copia di Helena Bonham Carter in "Sweeney Todd". E ridevo.

Dopo più di due ore, Hair Stylist aveva fatto di me una donna nuova, con la testa color melanzana, i capelli lisci e lo stesso taglio di Sophie Marceau ne "Il tempo delle mele". Un amore, tanto che Fratello non s'è sentito di commentare, per non farmi troppo male, e Sorella s'è accodata, ché ci sono momenti in cui bisogna saper stare in silenzio.

Padre, uomo attento, non s'è accorto di niente.

Madre, però, non poteva astenersi da una qualsiasi osservazione. L'ha fatta nascere e crescere in questi giorni, fino ad esternarla non appena fosse matura.

A cena, stasera, mentre in tv sfilavano le Miss aspiranti al titolo di più bella d'Italia, Madre ha avuto l'illuminazione: «Ecco a chi mi somigli: a Orietta Berti
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lunedì, 07 settembre 2009
Quando siamo sotto casa mia, io e Dearfriend Ballerina discutiamo, e facciamo voli pindarici che neanche Icaro.
Tipo: machicel'hapiùgrosso-domaniportalamacchinafotografica-puttanadieva'stacazzodiautoradiononfunziona.

Tra gli altri argomenti, un evergreen è il futuro. Abbiamo vent'anni, una vita davanti e decine di sogni che prendono polvere in fondo ai cassetti.

«Non sarebbe bello, LaCapa, se avessimo un televisore che ci mostrasse appena un istante della nostra vita tra dieci anni?»

Sì, sarebbe bello. Ma ci toglierebbe gran parte del divertimento e di quel senso di sospensione che ci lascia in bilico, col groppo alla gola e lo sguardo smarrito.

Come saremo tra dieci anni?

Dearfriend Ballerina abiterà a Milano, ancora. Sarà una donna in carriera, sempre di fretta, in tacchi a spillo e tailleur. Lavorerà in uno studio di design e progetterà grandi alberghi, sale conferenze, interni di barche di lusso. Siederà dietro una scrivania di mogano e sarà impeccabile. Capelli lisci, scuri, sempre in ordine, calze mai smagliate e palmare ultramoderno. Arriverà in ufficio con la bicicletta, in tuta, e si cambierà d'abito appena arrivata a destinazione, cinque minuti prima di tutti i suoi colleghi. L'apparenza è importante, ma l'essere, nel profondo, non cambia mai.
Dearfriend Ballerina ci riuscirà, a lavorare nell'ambiente che sogna. Avrà fatto dei compromessi, avrà sudato mille camicie però sarà soddisfatta e, dopo le dieci ore quotidiane di progetti, telefonate e disegni, chiamerà Dearfriend Porno, per un aperitivo al Thirty (che ora si chiama Twenty, ma tra diec'anni...).

Dearfriend Porno sarà tornata da poco da un quinquennio in Spagna, dove avrà lavorato nel mondo dello spettacolo, dietro le quinte. Cinema e teatro, soprattutto. Si occuperà di grandiosi allestimenti, organizzerà le prime delle pellicole più importanti e dei balletti con le etoile più acclamate. Conoscerà sempre la gente giusta e avrà la rubrica zeppa di numeri di telefono. Jeans e t-shirt, capelli biondi e abbronzatura trecentosessantacinque giorni l'anno. In vacanza, niente Rimini o Riccione, né Sardegna bella ed elitaria: tornerà a Catania, lei, perché il suo mestiere le piacerà ma non si potrà dire altrettanto della gente che dovrà frequentare. E avrà un uomo bellissimo, pieno di talento ed intelligente, ne sono certa.

Miamiglioreamica la si vedrà poco, in giro. Finita l'università, avrà lasciato tutto e sarà partita col WWF, in una nave pronta a fare il giro del mondo. Per qualche anno, non studierà che alghe e meduse, poi cederà al fascino di delfini, squali e balene. Sarà una di quelle biologhe che si sdraiano sui ghiacciai per protestare contro la mattanza delle foche, per intenderci. Sorriderà alle telecamere, un po' civettuola, e affermerà, con aria di sfida: «Fa freddino, vero?». Lei si sarà sposata, con un uomo devoto che l'aspetta, paziente, a casa.
Tornerà in città, di tanto in tanto. Farà la cameriera o la commessa, giusto per campare, in attesa di salpare di nuovo. Sarà diventata vegetariana, nel frattempo, lei che pranza un giorno sì e l'altro pure da Mc Donald's.
«L'Alaska è noioso», ci scriverà in qualche e-mail.

DearLowe sarà chiusa, per il 70% del suo tempo, in una casa editrice. La vita l'avrà portata alla deriva e, tra un'occasione persa ed un'altra colta al volo, lei si sarà trovata con gli occhiali sul naso a leggere bozze e creare best-seller. Sarà quella che valuta i manoscritti, per una piccola ma prestigiosa società fiorentina. Le arriveranno storie di tutti i tipi e, col suo piglio pignolo e sarcastico, deciderà chi cestinare e chi innalzare agli allori della buona letteratura. Tratterà con scrittori e manager, vivrà nel backstage, però -quei giornalisti infami non lo diranno mai- quell'arrogantone che ha vinto il premio Strega l'avrà scoperto lei e il romanzo tanto osannato dalla critica per il suo finale a sorpresa-troppo-sorpresa, nella prima versione, si chiudeva con "e vissero tutti felici e contenti".

Io. Bè, io non avrò mollato. Mi sarò laureata un anno dopo DearLowe e, dando ascolto al consigliobattuta di un prof, avrò scritto un romanzo al posto di una tesi. Tanti complimenti e un 109 sudato, ma neanche troppo.
Avrò provato a pubblicare qualcosa e non ci sarò riuscita, finché DearLowe, amica sincera, mi avrà spiegato che scrivo bene, ma non quello che alla gente piace leggere.
Terrò una rubrica di commento all'attualità politica su un quotidiano nazionale, però figuratevi se qualcuno mi prenderà mai sul serio! Sarò sempre la stessa inguaribile ottimista, quella che anche se il gioco non vale la candela perché non tentare?
Lavorerò a Catania, facendo la spola tra la mia città, Roma e, perché no?, la Firenze di DearLowe, cercando di capire cos'è che alla gente piace leggere.

Ogni tanto, impegni permettendo, io, Dearfriend Ballerina, Miamiglioreamica, Dearfriend Porno e DearLowe ci vedremo da qualche parte, per una birra, una sigaretta e quattro chiacchiere nella reciproca compagnia.

Saremo amiche, abitudinarie, legate e sempre più diverse.
Ah, dimenticavo: saremo cinque splendide trentenni.
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lunedì, 24 agosto 2009
Io, questi ultimi dodici mesi non li ho mica capiti. Cioè no, non è vero, li ho capiti benissimo ma sono stati talmente, come dire?, pieni, che ancora non sono riuscita a metabolizzarli. Come un hamburger Mc Donald's andato a male.

Così mi ritrovo sveglia quasi ogni notte, con mille immagini che mi girano per la mente, la voglia di scrivere un'altra storia e la sensazione che non ci riuscirò.

Una settimana e i risultati di una tac mi diranno cos'ho nella testa, sì, perché pare che qualcosa di strano debba esserci là dentro, visto che svengo senza ragioni apparenti e l'ultima volta m'è capitato su Vanda, mentre guidavo.
Ho riaperto gli occhi, appena in tempo per vedere il muro fuori dalla strada, frenare e appoggiarci contro il paraurti, senza un contraccolpo troppo forte.

Ho fatto tutti gli esami del mondo: hanno controllato il mio battito cardiaco e verificato che era normale; mi hanno attaccato tanti fili tra i capelli, hanno giocato rincretinendomi con delle luci che mi hanno sparato in faccia, e si sono accorti che pure il mio elettroencefalogramma è normale; mi hanno fatto i test delle droghe, e sono giunti alla ragionevole conclusione che non faccio uso di sostanze stupefacenti. Madre era incredula.

Ho perso il conto di tutti i campioni di sangue che mi hanno prelevato, a me che odio i dottori e ho paura degli ospedali [atavico terrore, superato soltanto da quello per le blatte e i funerali -con cimiteri annessi].

Prima di farmi la tac, m'hanno iniettato una cosa come un litro di liquido di contrasto e mi hanno detto: «Chiudi gli occhi. L'esame durerà un quarto d'ora o poco più. Tieni gli occhi chiusi. Avrai caldo ma non potrai muoverti. E dovrai stare con gli occhi chiusi. Se sentirai il respiro affannato cerca solo di tranquillizzarti, è un po' di normale claustrofobia. Soprattutto, ricordati che gli occhi devono stare chiusi». Quello che non mi hanno detto è che avrei passato l'intera giornata facendo la pipì ogni cinque minuti, per eliminare quel cazzo di liquido di contrasto.

«Se non altro», mi dicevo «dopo che questa storia sarà finita, non vedrò un dottore per almeno dieci anni».

Una settimana e i risultati di una tac mi diranno cos'ho nella testa. Potessero spiegarmi anche i pensieri, non ci sputerei su.
Glielo chiederei volentieri, al medico, di interpretare un po' di frasi sconnesse che continuo a scrivere qua e là, senza sapere quale sia la loro legittima destinazione.
Il medico dovrebbe rispondere ad un certo quantitativo di quesiti irrisolti, dovrebbe trovare il modo per chiarire dubbi incomprensibili e chinare la testa ad ogni mio "ho fatto la cosa giusta, vero che ho fatto la cosa giusta? Sì?".
Se ci riuscisse, poi, il premio Nobel non glielo leverebbe nessuno.
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giovedì, 20 agosto 2009
Fratello s'è preso una cotta.

La donzella in questione è bella, ma proprio oggettivamente. C'ha un fisico da velina con le tette vere, i capelli rossi e lisci, gli occhi verdi, le labbra lucide e sensuali senza rossetto e i denti dritti e bianchi.
Potrei odiarla per il fatto che è la gnocca che io non sarò mai, invece il primo impatto è stato positivo: parlava poco, rideva alle battute sceme di Fratello e perfino alle mie. Un adorabile soprammobile.

Quando l'ho conosciuta (casualmente, l'ho incontrata in spiaggia con Fratello), ero proprio felice.

Fratello ha diciassette anni ed è totalmente dedito ad amici, calcio e Play Station. Una ragazza, per uno così, significa redenzione, significa acquisire un minimo di maturità, significa che le sorelle non saranno più oggetto di sbeffeggiamenti vari ed eventuali.

Quando ho conosciuto La'Bbona, già la vedevo rendere Fratello un uomo migliore, come soltanto le fidanzate opprimenti e venerate (venerate proprio per il loro essere opprimenti -nonsopperché) sanno fare.

Fratello ha iniziato ad andare in discoteca, ad annegarsi nel profumo, a chiedermi il cellulare per fare telefonate sospette o mandare sms smielati. Fratello ha cominciato a chiedere qualche soldo in più, ché pagare per due è più costoso che pagare per uno soltanto, per fortuna che c'è arrivato in tempo.

Un paio di giorni fa, l'ho interrogato sul proseguimento della sua giovane relazione con la tipetta.

LaCapa: «Dunque, com'è finita con La'Bbona?»

Fratello s'è rabbuiato, ha eluso la domanda e s'è allontanato. Comprendendo che c'era qualcosa che non andava, ho continuato ad indagare, convinta che i fatti di Fratello dovessero essermi noti in toto.

LaCapa: «Non mi dire che t'ha mollato...»
Fratello: «Non stavamo assieme, non poteva mollarmi!»

Ecco, perfetto. Dev'essere di famiglia. Ce l'abbiamo per vizio, noi, di farci non-mollare.

La'Bbona, proprio per la sua avvenenza, trovava poco cortese -nei confronti degli altri diciassettenni della città intera- concentrarsi su Fratello soltanto. La'Bbona, non-stando con Fratello, ha reputato giusto non-stare anche con un'altra decina di fanciulli, tra coetanei e non.

Gli occhi tristi di Fratello non li avevo mai visti, non avevo mai sentito la sua voce incrinata, non avevo mai avuto l'occasione di girare il dito in una sua piaga. E me la sono lasciata sfuggire.

LaCapa: «Eddai, Fratello, che vuoi che sia? Le ragazze vanno e vengono... Certo, una 'bbona così non ti capiterà più, ma dovevi immaginartelo che, prima o poi, sarebbe volata su fiori più avvenenti. E poi, dai, brutto brutto non sei, tu. Sei alto, quando ti alleni c'hai anche un fisichetto niente male e, mi duole ammetterlo, sei pure simpatico. Simpatico davvero, però. Quello che voglio dire è che non è affatto difficile che tu trovi un'altra...»

Fratello gemeva.

Un'altra? Lui non vuole un'altra. Lui vuole lei, La'Bbona che lo prende in giro, che lo usa e poi lo getta come un fazzolettino Tempo, che lo stordisce col profumo dei suoi morbidissimi capelli, ammicca con gli occhioni limpidi e poi gli spezza il cuore facendosi vedere in giro ogni sera con uno diverso. Però a lui dedica il sabato e la domenica.

Fratello odia sentirla nominare, chiede che non si alluda a lei in sua presenza, evita Facebook perché teme di poter scoprire altre cose che non gli vanno a genio.

Fratello. Diciassette anni e il suo primo batticuore. Diciassette anni e le sue prime ferite. Diciassette anni e la sua prima percezione che l'amore fa male. Diciassette anni e pensa che non gli accadrà mai più, pensa che, d'ora in poi, eviterà d'essere dolce con una ragazza, perché lei lo tradirà.

Gli direi, volentieri, che non è il caso che sia così catastrofista adesso, perché in futuro sarà sempre peggio. Ma dubito che la cosa lo solleverebbe.
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giovedì, 06 agosto 2009
Il mondo che mi ruota attorno è strano, gira al contrario e rischia di sprofondare in un buco nero dopo l'altro. E' popolato da buffi personaggi che si comportano in maniera bizzarra, che ridono al momento sbagliato, che fanno a gara di goffaggine con la sottoscritta e che si sono costruiti un piccolo guscio prottetivo di situazioni, eventi e complicazioni.

Alcune cose, però, sembrano proprio da film, e pure se le vedo stento a crederci.

DearLowe mi ha telefonato, questa sera.

«LaCapa, grazie per lo scherzo, adesso puoi dirmelo, su...»

Io non capivo di che parlasse.

«Ma sì, dai, mi riferisco al biglietto!»

DearLowe, rendendosi conto della mia estraneità ai fatti, ha iniziato la sua spiegazione.
Stamattina, nella buca delle lettere, s'è ritrovata un biglietto anonimo. Affrancato, col suo nome, il suo cognome, e il suo indirizzo scritti precisi precisi. Poi c'erano un augurio, un complimento e un saluto.

DearLowe ha creduto che fosse un piccolo pensiero da noi Dears, una cosa diversa dal solito per farle fare quattro risate in tempi non sospetti.

«Vedi DearLowe», le ho spiegato «anche volendo, non potevo essere io. Il tuo indirizzo non lo conosco, e perché avrei dovuto spendere inutilmente i soldi per un francobollo? Le altre, poi... Mi avrebbero avvertita e, sicuramente, si sarebbero fatte scoprire prima di portare a compimento il misfatto».

Insomma, DearLowe ha uno spasimante segreto che non ha il coraggio di dichiararle pubblicamente la sua passione. E anche se così non fosse, non m'importerebbe, perché io ho già deciso tutta la storia.

Costui si strugge, pensando alla dolce DearLowe e al suo dito rotto (sì, c'ha il dito medio rotto, DearLowe, e sapeste quant'è bella quando manda qualcuno a fanculo, col gesso), fantasticando di lei mpegnata in sapienti conversazioni ad alto contenuto filosofico. Sì, perché uno spasimante-da-lettera sogna la filosofia, per la sua amata.

Spasimante la guarda da lontano, all'università, e fa in modo di incrociarla nei corridoi, o di sedersi al suo fianco in biblioteca. Origlia le nostre conversazioni, per capire i di lei gusti, e registra la risata vellutata della Dear, per riascoltarla giorno e notte come una romantica ninna nanna.
Spasimante prova davanti allo specchio la maniera più adeguata per presentarsi e, subito dopo, chiederle la mano, facendole la proposta in maniera che le risulti impossibile dire di no.

Spasimante segue le stesse lezioni di DearLowe, anche se non deve, ché magari è già laureato, o magari è un professore disperatamente invaghitosi di quella bella ed attenta studentessa col capo chino sul quaderno, apparentemente intenta a prendere appunti, realmente appisolata coi capelli davanti agli occhi.

Spasimante finge di parlare al cellulare e segue DearLowe quando esce dall'università, ha imparato a memoria la targa del suo motorino e, a furia di appostamenti, conosce con precisione il suo indirizzo tanto che sarebbe capace di trovarlo pure bendato.

Sì, Spasimante fa un po' di stalking, ma in maniera romantica, quasi. E comunque me lo immagino buono, senza malizia. Me lo immagino timido e perdutamente innamorato di DearLowe, la donna della mia vita e non solo della mia, a quanto pare.

Spasimante è il personaggio dell'estate. A questo punto, non resta molto da fare: bisogna capire chi è.
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