mercoledì, 11 novembre 2009
Cara Dearfriend Porno,
so per certo che ti guarderai indietro, tra un po', e riderai di gusto di tutto questo. Ne riderai quando avrai la tua storia da raccontare, quando avrai abbastanza vita alle spalle da poter parlare di quello che hai fatto, di quello che eri, di quello che sarai diventata e di quello che ancora hai da vedere.
Sì, Dearfriend Porno, perché a vent'anni, vent'anni, che pretendi da te stessa? Cosa chiedi alla tua vita?
A vent'anni non sei donna e ti arrabbi se ti danno della ragazzina, ti piace tutto e non cominci niente, non ti piace niente e ti metti a fare di tutto, giochi con gli spasimanti e non ti vuoi innamorare, ma poi t'innamori e non vuoi, fai esami all'università ma mica lo capisci a che ti servono, esci con gli amici, bevi, ti ubriachi, parli con dio, lui non ti risponde e te la prendi con le amiche.
A vent'anni, cara Dearfriend Porno, i racconti sono aneddoti, le fantasie sono possibilità e le speranze non cascano dal cielo, mettitelo in testa.
A vent'anni è tutto più intenso, tutto più vivo, tutto più nuovo.

Hai detto che io non posso capire, che io so quello che voglio e che la mia storia personale ce l'ho. Hai detto che non ho di che lamentarmi, che la tua vita è frustrante, e la mia no, la mia è piena, divertente, senza vuoti, hai detto che sei disillusa e che essere disillusa a vent'anni è una brutta cosa.

Sai, Dearfriend Porno, non è che io campi di illusioni.
E' vero, io so quello che vorrei fare da grande e so che tipo di persona voglio diventare. Però so anche che ci vuole talento, fatica, passione, sacrificio, sudore e costanza. E so che io non ho abbastanza talento, che non mi piace faticare, che la passione brucia per un po' ma poi si spegne, che non so sacrificarmi, che odio sudare e che sono la persona più incostante che io abbia mai conosciuto.
Avevo un sacco di prospettive un paio di anni fa, e adesso mi sembra sia passata una vita. Te lo ricordi, vero, quando io e DearLowe siamo uscite di casa alle 7, a Roma, solo per andare a vedere Tor Vergata? Sì, te lo ricordi. Te lo ricordi quando ho passato mezza estate a studiare per i test di quell'altra università e poi non mi hanno ammessa? Sì, ti ricordi pure questo. E quando avevo considerato che mi mettevo sotto a lavorare per due anni e poi avevo il tesserino da pubblicista e, alla fine, sono rimasta fregata?

Dearfriend Porno, vogliamo parlare dei vuoti?
No, perché qui c'è chi è come l'Emmenthal svizzero, e tu fai finta di non badarci.

Mi risponderai: «Vuoi accontentarti? Accontentati. Io non voglio».

Vedi, mica si tratta di accontentarsi, si tratta di reagire, si tratta dell'aver preso coscienza che la storia la scriviamo noi e mica puoi stare là ad aspettare che qualcuno metta punti e virgole al posto tuo.
La vita te la smuovi tu, sei tu che ti guardi attorno e decidi di darle una svolta, di cambiarla. Sei tu che ti rendi conto che hai pianto abbastanza per uno che ti sembrava il centro del mondo e poi era solo un ragazzo normale; sei tu che inizi a studiare un sacco perché prima ti laurei prima puoi andare da qualche altra parte; sei tu che sali su un treno, con dieci euro in tasca, senza biglietto, e ti prepari mentalmente all'idea di scendere soltanto quando il controllore ti scoprirà, da sola, senza un posto dove andare soltanto perché hai bisogno di viaggiare; sei tu che scegli se affrontarli, i problemi, o fuggirli.

Io, ad esempio, i problemi li circumnavigo. Li osservo a tutto tondo, scopro che non mi piacciono e vado da un'altra parte. Poi mi dicono che sono strafottente, che ho l'aria svagata e magari un po' stupida e chissà che non abbiano ragione, tutti.

Non puoi chiederti di saltare a piè pari i casini che hai se poi non sei disposta a darti la forza per atterrare dall'altra parte senza cadere e sbucciarti un ginocchio, e tu questo non lo vuoi capire.

Dearfriend Porno, io non mi arrabbio mai, e lo sai, eppure sei riuscita a farmi alzare la voce, a farti mandare a quel paese senza ricevuta di ritorno. Giusto per farti capire quanto le hai sparate grosse.
Adesso svegliati, apri gli occhi e fatti un favore: riaccendi il cervello.
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categoria:fuck, stronzate in libertĂ , riflettevo
domenica, 25 ottobre 2009
Mi si sono smagliate le calze e ho un ginocchio rosso, viola e gonfio, che fa male.

Ero all'Università e fingevo di darmi un tono, fingevo di studiare, di essere una ragazza per bene che nella vita fa qualcosa. Ero là e avevo il computer acceso, per leggere le e-mail, ché sennò si accumulano e il coraggio di smistarle io non ce l'ho. E' arrivato Scrittore Silenzioso, fresco fresco d'America, e abbiamo scambiato due parole. Poi abbiamo saputo cos'era successo e siamo corsi fuori, sotto la pioggia, con la strada bagnata, e io adesso, per la fretta e l'asfalto scivoloso, c'ho un ginocchio rosso, viola e gonfio, che fa male.

C'è quella cosa che chiamano Onda, che è un movimento studentesco di cui s'è sentito, qua e là. Insomma, quest'Onda ribatte e sbatte contro i portoni, urla, li spalanca e poi occupa gli edifici. Se occupa il Rettorato è una cosa importante, almeno per il giornale degli universitari che segue la cosa, perché se è giornale degli universitari è giusto che parli di quello che agli universitari interessa sapere. Tipo che la rediviva Onda ha occupato il Rettorato all'improvviso, e nessuno se l'aspettava.

Il giornale degli universitari ha redattori universitari, tipo la sottoscritta, Scrittore Silenzioso e l'Agnello Sacrificale. Ce ne sono pure altri, ma noi avevamo da fare insieme, quel giorno. Era il compleanno di Agnello Sacrificale, ma lo faranno santo, prima o poi, perché s'era preso lo stesso del lavoro da svolgere e mica s'era lamentato, lui. Insomma, io avevo un vestito nero e le calze, perché sennò non mi facevano entrare nel posto dove c'era il lavoro di cui sopra da sbrigare, e col vestito nero e le calze -smagliate- sono finita in mezzo ad alcune gocce dell'Onda, che mi guardavano un po' infastidite, e mica c'avevano voglia di spiegarmi che avevano fatto e perché.
Non solo m'ero smagliata le calze, in più dovevo sentirli sbuffare prima di dirmi che gli passava per la testa. Non avessi avuto il ginocchio ammaccato, li avrei presi a calci tutti. Pure con la gonna. Le signore, del resto, si riconoscono dai dettagli: se pestano a sangue qualcuno, pur avendo la gonna, senza mostrare le mutandine nell'atto di dare calci rotanti che neanche Chuck Norris, tipo.

Scrittore Silenzioso rideva, Agnello Sacrificale tardava ad arrivare e io bestemmiavo, la femminilità fatta aspirante giornalista con una sigaretta in bocca.

In quindici minuti avevamo finito di scrivere la roba dell'occupazione e mica potevamo riprendere fiato, perché c'era da sentir parlare politici e ingegneri dalle parti del sindaco, c'era da ascoltarli declamare provvedimenti anticrisi e tessere le lodi di decreti nuovi di zecca. Giusto per dare materiale fresco -come il pesce al porto- a Report, ché la Gabanelli ormai su Catania ci campa e fa pure bene.
Il sindaco s'aggiustava la cravatta e io, in terza fila, col computer portatile riferivo di risse ed occupanti confusi, arrabbiati e, già che ci sono, disgraziatamente arroganti.

Mica non avevo nient'altro a cui pensare, però. Ci sono giornate in cui le cose insensate si concentrano nel giro di poche ore e uno vorrebbe tanto fermare il tempo, dire "aspettate, datemi almeno il tempo di cambiarmi le calze, ché queste si sono smagliate", però deve correre da un'altra parte ancora, in mezzo a ministri e gente per bene, si fa per dire. In mezzo a cappotti pesanti, tacchi con la suola rossa, cravatte di seta finissima e acconciature ideate per l'occasione. In mezzo a labbra rifatte e nasi incipriati, a scarpe di pelle fatte su misura e toghe resuscitate dagli armadi impolverati.
E uno deve proprio starci, là dentro, nonostante abbia un po' la nausea a sentire certi discorsi e nonostante non sia visto proprio di buon occhio, perché il vestito è più sportivo della media, e in quelle calze c'è un buco.

Però, poi, è bello sapere che lo fai per una ragione. Una valida ragione.

Non prendi un centesimo, non hai il tempo di respirare e qualcuno si permette di guardarti dall'alto in basso, eppure lo scopo c'è. Imparare a raccontare.

E non si dica che mi accontento di poco.
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categoria:fuck, stronzate in libertĂ , requiem per il mio neurone
domenica, 11 ottobre 2009
Eccomi ancora, sono Agata, la solita autostima.
Non sono stata interpellata per un po', ma solo per pigrizia, mica perché la situazione sia migliorata. Poi, certo, ci sono quelle cose che rendono necessario un mio intervento, e a quel punto astenersi da un commento sarebbe codardo perfino per chi vi scrive.

«Ma LaCapa crede a tutto quello che le dicono?», ha chiesto il fidanzato di Miamiglioreamica proprio a Miamiglioreamica, qualche giorno fa. Si riferiva al presente con futuro scontato, secondo lui, della mia datrice di lavoro.

No, LaCapa non crede a tutto quello che le dicono. LaCapa, però, crede che la gente, quando afferma qualcosa, la pensi, non crede nella cattiveria ma è fermamente convinta che esista la stupidità, e che anche quella sappia ferire.

LaCapa non concepisce l'idea della "presa in giro", perché la trova una perdita di tempo, oltre che una dimostrazione di infinita infantilità. Sostiene che, soprattutto quando ci sono i sentimenti di mezzo, non ci sia chi vince o chi perde. Un uomo a cui non importa niente di una donna e che la illude solo per portarsela a letto non ha vinto, ha soltanto dimostrato di essere un po' vuoto. Lo stesso dicasi per una donna, intendiamoci.

LaCapa, in fondo, è romantica. Arrossisce per i complimenti, e adora sentirli, però la imbarazzano tantissimo, perché si sente proprio una ragazzina quando sorride perché le hanno detto "oh, quanto sei carina oggi!". E si schermisce, quando li sente, visto che non le hanno mai spiegato come si risponde ad una cosa simile e dire soltanto "grazie" le pare arrogante.

LaCapa non concepisce le bugie e la mancanza di fiducia, non sopporta l'idea che si possa mentirle, perché lei non si arrabbia mai, quindi sarebbe proprio uno smacco volontario. E' la persona più comprensiva ed accondiscendente dell'universo conosciuto, e pure di quello ignoto. Prende tutto con una risata e giustifica. LaCapa giustifica tutti.
LaCapa ha vent'anni ed è ingenua. Ma non è che è ingenua perché ha vent'anni, ché qualcosa le dice che continuerà ad esserlo pure a trenta e a quaranta.

LaCapa non è più di una bambina, e se sapeste quanto sa essere insicura vi domandereste come ha fatto a mettersi in gioco tutte quelle volte che faceva un salto nel vuoto, col rischio di cadere sul duro e farsi molto male. E' che LaCapa ha vent'anni, le dicono tutti che ne dimostra di più, ed è tonta, quindi ritiene che tutto faccia brodo. Che tutto sia utile a capire qualcosa, di sé e degli altri.

LaCapa ha vent'anni. Da oggi.

Una notte, in spiaggia, Dearfriend Ballerina l'ha invitata a riprendersela, la sua età, a smetterla di cacciarsi in situazioni strane più grandi di lei, a mettersi in pausa dal finto gioco che le fa rincorrere un tesserino da giornalista, a concentrarsi sull'hic et nunc, che prevede shopping, discoteche, niente notizie, alcoliche visioni, pochi romanzi, nessuna responsabilità e, soprattutto, una certa dose di immaturità.

Io, che di mestiere faccio l'autostima e la mia datrice di lavoro la conosco come le mie tasche, so che lei non riuscierebbe a vivere così per più di ventiquattro ore.
Le ventiquattr'ore del giorno del suo compleanno.
giovedì, 17 settembre 2009
E' capitato, una volta, che io e Dearfriend Porno ci trovassimo in macchina e parlassimo. Eravamo stanche entrambe, stanche di tante di quelle cose che non saremmo neanche state capaci di elencarle tutte. Vanda macinava chilometri e io e Dearfriend Porno ridevamo di noi, sotto un cielo buio e nero, in mezzo a vie senza illuminazione in pieno centro città.

Dearfriend Porno ha abbassato il finestrino, nel freddo di febbraio, ha messo la testa fuori e ha urlato verso le stelle che non c'erano: «Dio? Ci sei, dio?»

Io e lei non siamo proprio credenti, cioè, non lo siamo per nulla.

«Dicono che esisti, dio», ha continuato Dearfriend Porno «quindi, se ci sei, ti pregherei di battere un colpo, come in una seduta spiritica. Dai: uno, due, tre. Batti un colpo!»

Io la guardavo mentre, con gli occhi un po' lucidi, gridava e rideva, rideva e gridava. Gli stessi occhi ce li avevo io, quella sera, e pure la voglia di strillare finché avessi avuto voce, però lasciavo fare lei, ché in comunicazione è più brava di me e, se vuole, sa farsi ascoltare.

«Vedi, dio, ci sarebbe proprio da chiederti qualcosa, tipo: ma non ti senti un pochino in colpa? Non dico soltanto per le cose brutte che succedono in giro per il mondo, dico per me, visto che c'ho una gran voglia di essere egoista, stasera. Il bello è che uno può chiamarti per giorni, e tu non rispondi, non ti fai sentire, non accenni nemmeno a scuoterti dal tuo torpore. Che t'ho fatto? Dimmelo, cosa ho fatto? In un'altra vita devo essere stata una persona pessima, evidentemente... Dev'essere la legge del contrappasso: nella vita andata mi sono comportata male, in questa mi butti addosso una sfiga cosmica qualunque cosa io faccia.
«Dio, non ti offendere, ma in millemila anni di storia non sei riuscito ad imparare a fare il tuo lavoro. Quel povero Cristo di Gesù s'è impegnato, è sceso qua nel sottoscala e ha fatto un po' di scena, tipo sangue e crocifissioni. E dopo? Niente. I tempi cambiano, dio. Ce l'hai un numero di cellulare? Un indirizzo e-mail? Un contatto msn? Un profilo su Facebook? Se non hai un profilo su Facebook è sicuro che non esisti, lo dico sul serio.
«Parliamoci chiaramente, dio, se la gente fosse un minimo furba ti avrebbe mandato a quel paese da un bel pezzo, e se io fossi un minimo furba non starei in questa macchina, adesso, in mezzo alla strada. Forse, se fossi un minimo furba, sarei ad ubriacarmi disperatamente. Con una canna in mano.
«Dio, non vorrei sembrarti infantile: sento spesso che le persone ti chiedono qualcosa, tipo di vincere al superenalotto, di finire di pagare il mutuo prima dei centododic'anni e, soprattutto, d'innamorarsi, sposarsi e non divorziare mai. Sono pazze, totalmente pazze. Ma lo sanno che significa innamorarsi, loro? E' una cosa che fa un male cane, che ti fa perdere non so neanche più quante notti di sonno, che ti fa gli occhi languidi e che ti fa attribuire alla gente diminutivi scemi.
«Dio, un desiderio lo voglio esprimere pure io, neanche tu fossi il genio della lampada: fagli venire, a quel disgraziato che mi sta facendo parlare da sola da mezz'ora, un clamoroso e devastante attacco di dissenteria. E vaffanculo.»
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categoria:fuck, stronzate in libertĂ , requiem per il mio neurone
lunedì, 24 agosto 2009
Io, questi ultimi dodici mesi non li ho mica capiti. Cioè no, non è vero, li ho capiti benissimo ma sono stati talmente, come dire?, pieni, che ancora non sono riuscita a metabolizzarli. Come un hamburger Mc Donald's andato a male.

Così mi ritrovo sveglia quasi ogni notte, con mille immagini che mi girano per la mente, la voglia di scrivere un'altra storia e la sensazione che non ci riuscirò.

Una settimana e i risultati di una tac mi diranno cos'ho nella testa, sì, perché pare che qualcosa di strano debba esserci là dentro, visto che svengo senza ragioni apparenti e l'ultima volta m'è capitato su Vanda, mentre guidavo.
Ho riaperto gli occhi, appena in tempo per vedere il muro fuori dalla strada, frenare e appoggiarci contro il paraurti, senza un contraccolpo troppo forte.

Ho fatto tutti gli esami del mondo: hanno controllato il mio battito cardiaco e verificato che era normale; mi hanno attaccato tanti fili tra i capelli, hanno giocato rincretinendomi con delle luci che mi hanno sparato in faccia, e si sono accorti che pure il mio elettroencefalogramma è normale; mi hanno fatto i test delle droghe, e sono giunti alla ragionevole conclusione che non faccio uso di sostanze stupefacenti. Madre era incredula.

Ho perso il conto di tutti i campioni di sangue che mi hanno prelevato, a me che odio i dottori e ho paura degli ospedali [atavico terrore, superato soltanto da quello per le blatte e i funerali -con cimiteri annessi].

Prima di farmi la tac, m'hanno iniettato una cosa come un litro di liquido di contrasto e mi hanno detto: «Chiudi gli occhi. L'esame durerà un quarto d'ora o poco più. Tieni gli occhi chiusi. Avrai caldo ma non potrai muoverti. E dovrai stare con gli occhi chiusi. Se sentirai il respiro affannato cerca solo di tranquillizzarti, è un po' di normale claustrofobia. Soprattutto, ricordati che gli occhi devono stare chiusi». Quello che non mi hanno detto è che avrei passato l'intera giornata facendo la pipì ogni cinque minuti, per eliminare quel cazzo di liquido di contrasto.

«Se non altro», mi dicevo «dopo che questa storia sarà finita, non vedrò un dottore per almeno dieci anni».

Una settimana e i risultati di una tac mi diranno cos'ho nella testa. Potessero spiegarmi anche i pensieri, non ci sputerei su.
Glielo chiederei volentieri, al medico, di interpretare un po' di frasi sconnesse che continuo a scrivere qua e là, senza sapere quale sia la loro legittima destinazione.
Il medico dovrebbe rispondere ad un certo quantitativo di quesiti irrisolti, dovrebbe trovare il modo per chiarire dubbi incomprensibili e chinare la testa ad ogni mio "ho fatto la cosa giusta, vero che ho fatto la cosa giusta? Sì?".
Se ci riuscisse, poi, il premio Nobel non glielo leverebbe nessuno.
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categoria:fuck, stronzate in libertĂ , requiem per il mio neurone
mercoledì, 12 agosto 2009
[Sottotitolo da cartoni animati Disney: tu sogna e spera fermamente, dimentica il presente, e il sogno realtà diverrà...]

Per quanto io possa capire, la genitrice di Miamiglioreamica non mi sopporta. E non ha nemmeno torto: sono anni e anni che si sorbisce le mie telefonate ad orari improponibili, le mie visite inaspettate, i pranzi e le cene che scrocco senza dignità.

Io e Miamiglioreamica, fino a poco tempo fa, ci chiudevamo nella sua mansarda per ore, mangiando patatine e bevendo chinotto mentre ci raccontavamo stupidaggini, sogni e segreti.
Non siamo di quelle che si chiamano tutti i giorni, che si vedono costantemente e che si tengono perennemente aggiornate sulle vite l'una dell'altra. A dirla tutta, non ci salutiamo neanche e siamo capaci di non parlarci per settimane, però lei c'è e c'è sempre stata.

Miamiglioreamica non fuma, beve solo quando è tesa, ha un caratteraccio, ma è buona come il pane. Arrossisce quando si sconfina in discussioni piccanti e non dice parolacce, figurarsi le bestemmie.

Io, per sua madre (attenta alla forma come quasi tutte le madri), potrei essere l'Anticristo.

Però abbiamo un rapporto cordiale, mi fa piacere parlarle e lo sa anche lei il bene che voglio a sua figlia.

Un paio di giorni fa, esattamente all'ora di pranzo, ho telefonato a Casa Miamiglioreamica.

«LaCapa, mi dispiace, lei non c'è...», ha detto la signoramamma di Miamiglioreamica, lasciando quei puntini di sospensione ad indicare che voleva che la conversazione continuasse.

«Che ne pensi di Teramo?», m'ha chiesto un microsecondo dopo.

Anche se non fossi d'accordo con lei (e non è questo il caso), io a Miamiglioreamica la spalleggerei comunque.

«E' bello che Miamiglioreamica abbia la forza che ha nell'inseguire il suo sogno!», ho risposto.

A quel punto, la signoramamma di Miamiglioreamica s'è trasformata in un fiume in piena.

Sogni? Quali sogni?! Testardaggine, ecco cosa. Ci vuole concretezza, a vent'anni, bisogna pensare alla pagnotta da portare a casa nel prossimo futuro. E poi, come lasciar fuggire via una figlia? Non sapere che fa, con chi è, se sta bene. Non poterla raggiungere se ha un problema, non poterle evitare difficoltà e delusioni.
Inoltre, cos'è una madre senza una figlia? Non è forse lecito volerla al proprio fianco, non nei secoli dei secoli ma quasi?
Sì, Dearfriend Ballerina è a Milano. Ma sono scelte operate da altre famiglie, sicuramente non condivisibili.

«Non dimenticare, LaCapa, che tu sei l'esempio perfetto, per mia figlia. Avevi dei sogni, ricordi? Delle aspirazioni... E le hai messe da parte, sei rimasta qui, rinunciando alle tue prospettive!», ha concluso. Stoccata finale. Ferita che sanguina ancora.

Eh no, signoramamma di Miamiglioreamica, questo non poteva dirlo.

Io non ho rinunciato a niente, ho soltanto perso un treno, a diciott'anni.

Ai sogni non si voltano le spalle, perché poi tornano a bussare. Il mio sogno m'insegue tutti i giorni, si affaccia alla mia finestra quando studio per esami che, altrove, non avrei mai dovuto dare, quando mi tappo da sola le ali perché in questo cielo, quello che m'è rimasto sulla testa, non c'è abbastanza spazio anche per me.

Signoramamma di Miamiglioreamica, ma lei lo sa quanto ho pianto? Lei ha idea di cosa abbia significato uscire da quell'università bellissima, lì a Roma, e sapere che non ci avrei mai messo piede da studentessa? Lei riesce ad immaginare cosa ho provato io iscrivendomi alla facoltà sulla quale ho ripiegato? E' stata un'ammissione di fallimento, una resa forzata e senza bottino.
Volevo altro per me. E lo voglio ancora.

Le prospettive sono cambiate (in questo le do ragione in parte): desideravo non rivedere Catania neanche in cartolina, e poi Step1 mi ha dimostrato che sbagliavo, mi ha fatto capire che restare, per migliorare quello che c'è e dare una mano a creare quello che ancora non c'è, è un bel proposito. Più coraggioso di una fuga.

No, signoramamma di Miamiglioreamica, non intendo essere un esempio che lei usa per dimostrare a sua figlia di non avere torto. Io non ho rinunciato a niente, ho soltanto rimandato la realizzazione di un proposito che non mi toglierò dalla testa tanto facilmente.

Miamiglioreamica se non molla non è per testardaggine, è per passione. E quella non si spegne da un giorno all'altro, brucia dentro e scotta più del sole preso alle 14 senza protezione.

Così, se non ce l'accompagna lei a fare quei test, io prendo il suo posto.

Il sorriso di Miamiglioreamica che, nervosa, corre incontro ad un pezzo del suo sogno non voglio proprio perdermelo.
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categoria:fuck, stronzate in libertĂ 
mercoledì, 08 luglio 2009
[Attenzione: post notturno. Nel senso che fu scritto in piena notte e che, per ragioni di praticità, viene pubblicato ad una decina di ore di distanza. Intervento con alto contenuto di autocommiserazione.]

Casa LaCapa dorme, lo so perché il cuscino di Sorella, nel letto accanto al mio, è bagnato dal suo rivolino di bava, e perché si possono ascoltare tre modi diversi di russare che si alternano: il primo è quello di Cane, poi Padre, poi Fratello. Praticamente una gerarchia del comando.
Madre, ogni tanto, la sento rigirarsi, perché il lettone matrimoniale scricchiola e se sei sveglio, di notte, quando i sensi pare si acuiscano, riesci a sentirlo forte e chiaro, questo scricchiolio.

Sono le quattro e dovrei dormire anche io, no? Sì. Bè, domani, cioè oggi, c'è la premiazione. Non credete che sia quello che non è: insomma, l'importanza della cosa è parecchio relativa e di sicuro non andrò in giro firmando autografi a destra e a manca. Per capirci: se vi mettete a cercare il mio nome in libreria, morirete scavando tra gli scaffali.

Il problema, ad ogni modo, è che sono sveglia mentre attorno tutto dorme. E l'effetto non è piacevole, perché c'è un po' di paura e un po' di pensieri che si agitano e cozzano tra loro. Uno finisce col guardarsi indietro e accanto, e se quello che vede non lo aggrada?
Poniamo il caso che il mio passato raramente mi soddisfi e che il mio presente non mi piaccia. Poniamo il caso che avesse ragione Batteristalcolizzato quella volta che ha detto che gioco a fare la donna.

E' che i personaggi te li cuci addosso e finisce che diventano parte di te, finisce che ti ritrovi una notte, con le guance bagnate di lacrime, e pensi che -porcamiseria- non hai neanche vent'anni e donna non lo sei, ed è inutile che fai finta.

Sei la stessa bambina che mangiava il gelato dalla coppetta perché col cono ti sporcavi tutta, e questa cosa t'è rimasta e la dici scherzando, come scherzando dici che non sai leggere l'orologio e non sai distinguere la destra dalla sinistra. Pensi che, se sorridi, rendi la cosa più leggera, però è vero e solo le Dears ci credono.

Chi sei, LaCapa?

Sei quella che quando ti piace veramente un ragazzo non vuoi farti vedere mentre mangi, un po' perché ti si chiude lo stomaco e non ti viene fame, un po' perché la cosa più imbarazzante del mondo è che tu parli e parli e parli e lui fissa la pianta di basilico che t'è rimasta attaccata agli incisivi.

Sei quella che si vergogna del suo corpo talmente tanto da pretendere la luce spenta, perché se non ti piaci da sola come puoi piacere a qualcun'altro?

Sei quella che non riesce a stare in posa per le fotografie, quella che odia essere al centro dell'attenzione, quella che è facile trovare seduta per terra, ovunque, con le spalle poggiate al muro e le gambe raggomitolate strette sul petto, un po' per abituarsi al futuro da barbona che l'attende, un po' perché solo gli arroganti e gli stupidi guardano la gente dall'alto verso il basso, per cui è meglio la prospettiva opposta.

Chi sei, LaCapa? Te lo ricordi ancora?
Da quanto tempo non fai un discorso che non sia macchiato dall'ironia o dalla disillusione? Da quanto tempo non tiri le fila di quello che stai facendo? Da quanto tempo non dormi una notte tutta intera?

E così, tra qualche ora ti danno un premio, e per cosa non ti è chiaro.

Sì, tra qualche ora mi danno un premio e il fondotinta dovrà fare miracoli per nascondere le occhiaie, la voce dovrà uscire, le mani non dovranno tremare, i piedi dovranno evitare di inciampare e Poisonzula dovrà avere torto.

«Piangerai», mi ha detto.

Ti prego, Poisonzula, cerca di avere torto.
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categoria:fuck, requiem per il mio neurone, riflettevo
giovedì, 25 giugno 2009
Io non lo so che dovrei dire, adesso.
Forse dovrei solo ringraziare la mia buona sorte, che ogni tanto mi accompagna. Forse dovrei congratularmi con Agata, che penso una certa soddisfazione se la sia presa pure lei.
Forse dovrei spiegarvi quello che è successo.

Io della mia vita voglio farne un romanzo, non nel senso che mi piacerebbe scrivere la mia autobiografia, bensì nel senso che vorrei il mio nome su una copertina, almeno una volta, una soltanto.

Non so se ho il talento che serve, non so se ho la forza d'animo per accettare le critiche che, sicuramente, riceverei, non so se ho il coraggio per perseguire un sogno grande quanto una casa, o meglio, grande quanto una libreria immensa.

So che quando mi capita qualcosa, scrivo. Scrivo, perché metabolizzo, per il piacere sottile di raccontare, per la passione indefinita che cresce ogni volta che una parola segue un'altra parola, e poi un'altra e ancora una.

Avevo una storia, tempo fa. Una storia in cui avevo riposto tanto amore, e non solo quello. C'era un Parolaio che era l'uomo di cui parla Eugenio Finardi in una bellissima canzone. Un uomo dolce e duro nell'amore, che sa come prendere e poi dare, che fa sentire la sua donna intelligente, bella, porca ed elegante, come se fosse nuda tra la gente, oppure santa come un diamante. Un uomo che ricordi alla sua donna che sa amare, un uomo che sappia rassicurare, che la faccia osare di sognarsi come non è mai riuscita ad immaginarsi.

Avevo questa storia e la stringevo tra le dita, finché m'è scivolata.

Dopo, ho scritto. Ho raccontato. Pagine e pagine di emozioni senza filtro, di descrizioni di quell'uomo che odora di fumo denso, di tabacco e vino.

Ne è uscito qualcosa. Dieci pagine di verità, di rabbia e di dolore.

Spremute d'occhi, lacrime da bere, pianto di cui ubriacarsi.

Non avevo più niente, eccetto questo. E questo ho dato, con tutta me.

Ho scritto. E ho lasciato il giudizio ad una giuria per un concorso, sicura di non vincere.

Non l'ho più riletto, eccetto una notte, nel posto dove tutto era ambientato, accanto al Parolaio che mi ascoltava, a cui stringevo la mano ogni tanto, e che fingeva di non rendersi conto quando la mia voce usciva rotta, incerta e strozzata.
Ridevo, di momento in momento. Perché non ricordavo quante cazzate avessi scritto, non m'ero resa conto di quanto mi fossi aperta e di quanto avessi lasciato di me, là dentro.

Oggi ho ricevuto una comunicazione, dalla giuria di quel concorso. Pare che la mia storia col Parolaio abbia vinto, sulla carta. Ha vinto 2.500 euro, spendibili in un viaggio, sulla carta.

Il cuore mi batteva forte forte, mentre mi si diceva "hey, sei arrivata prima".

Sì, sono arrivata prima.

Complimenti, abbracci e baci. Felicità, più o meno. Dagli altri, dalla gente.

Batteristalcolizzato non mi ha detto "brava!", il Parolaio s'è limitato ad un "potevi fare di meglio, chissà com'erano gli altri racconti che sono arrivati". Grazie, eh. Grazie mille. Gli uomini che mi scelgo per farmi un minimo sorridere sono i migliori, c'è proprio da ammetterlo.

Ad ogni modo, bè, ho vinto. E parto, vado, via.
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categoria:fuck, stronzate in libertĂ 
domenica, 10 maggio 2009
Ve lo spiego io cos'è.
Intendo, cos'è che ci spinge a legarci alla gente, alle cose, alla vita.

E' il senso di possesso.


Sono tornata a casa, l'altra sera, dopo il concerto dei Modena City Ramblers, ed ero contenta. Senza un filo di voce, ma contenta.

Avevo intervistato quel gruppo là, poi avevo rivisto il tizio delle effusioni alcoliche, che fa il batterista per una delle band che suonavano prima dei Modena, poi c'era E'solounamico e non sapevo che ci sarebbe stato, e poi altre persone, altre situazioni e otto euro per una bottiglia di vino. Ma erano per una giusta causa -l'antimafia è sempre una giusta causa- e io e uno dei colleghi di Step1 li abbiamo spesi quasi con piacere, quegli otto euro per una bottiglia di vino. E so che vi starete chiedendo: almeno era buono? Sì, era buono.

Insomma, ero là che saltavo e ballavo, e poi mi facevo abbracciare da Batteristalcolizzato appena sceso dal palco, da lui che di bottiglie di vino se n'era già scolate due, da lui che spero proprio su questo blog non ci finisca mai.
Non lo vedevo da tanto tempo [tipo una settimana e qualcosa, che non è tanto tempo, ma vabbé] e forse per questo un po' mi mancava, ma che non si sappia in giro.

Dicevo, sono tornata a casa, l'altra sera, dopo il concerto dei Modena City Ramblers, ed ero contenta. Arrivo con Vanda all'imbocco della traversa dove abito, e c'era una gran luce. La luce dei lampeggianti di ambulanze, di auto dei Carabinieri e della Polizia Municipale. La strada era bloccata con il nastro bianco e rosso, e c'era gente che s'affollava tutt'attorno.
Ho posteggiato Vanda, più incuriosita che preoccupata, e mi sono avvicinata al tumulto. Manzoni avrebbe detto che il vortice attrasse lo spettatore.

Al centro dell'incrocio che c'è a non più di dieci metri dalla porta della LaCapa Abitazione, c'era una moto gialla sull'asfalto, e una macchia di sangue.
C'era una ragazza coi capelli scuri che piangeva, sommessamente.
C'era un carrattrezzi che portava via una macchina di media cilindrata.
E c'era, illeso, il ventenne che guidava l'auto. E' di qua, della zona.

C'era anche, e questo non l'ho ancora detto, il corpo dell'uomo che solcava l'asfalto con la sua moto gialla. Il corpo soltanto, senza più una goccia di vita, senza una sola goccia di vita. Dico goccia perché, guardando quella scena, la vita l'ho vista come una goccia di quel sangue che imbrattava la strada.


E ho pensato che il motociclista che è morto la sua vita la possedeva.
Era sua, di nessun altro. Forse un po' l'affittava al lavoro, un po' alla famiglia, un po' all'apparenza. Però, in linea di massima, era sua.
La sentiva propria.

Non mi lego a ciò che non è mio. Non dico che debba essere totalmente ed eternamente mio, basta parzialmente, basta momentaneamente.

Vanda, Cane, le Dears, E'solounamico, le braccia di Batteristalcolizzato e non so dirvi quante altre cose. In ultimo, la vita.

La vita. Che, alla fine, si riduce ad una pozza rossa su suolo nero.
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categoria:fuck
domenica, 03 maggio 2009
Da qui potete scaricare il pdf con la classifica integrale.

Signori miei, in Israele c'è più libertà di stampa che in Italia. Confortante.



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categoria:fuck
domenica, 12 aprile 2009
Mercoledì ho un esame.
Se lo passo, da giovedì in poi tornerete a leggermi come ai tempi d'oro. Datemi tempo, eh.
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categoria:fuck
lunedì, 09 marzo 2009
Di persone strane è pieno il mondo.

Quando mi capita d'incontrarne, io le studio e le analizzo, poi scrivo dei post che parlano di loro.

Dopo qualche tempo dall'inizio della mia [in]gloriosa carriera universitaria, Dearfriend Porno s'è presentata con un ragazzo coi capelli corti, il piercing nel naso, le orecchie traforate e i jeans larghi e strappati.

Era un artista insoddisfatto, con un gran sorriso e l'accento a metà tra il romano, il catanese e il siciliano dell'entroterra. Un miscuglio di dialetti e modi di dire che lo rendeva un interessante soggetto d'analisi.

Artista Insoddisfatto lo vedo ridere spesso, e sorridere altrettanto, ma non ero mai andata oltre, per il vizio che m'è preso di fare la persona superficiale e non domandarmi niente di chi mi sta accanto.
Finché la gente è come sembra, non ci sono problemi.
Quando comincia ad essere altro, là sono cazzi.

Ieri, io, Miamiglioreamica, Dearfriend Porno e Artista Insoddisfatto abbiamo portato Ubriacane [il cucciolo di Artista Insoddisfatto] al mare.

L'appuntamento era alle 15:30 [che sono diventate le 16 e qualcosa] a casa di Artista Insoddisfatto.
 
L'abbiamo trovato coi vestiti del mestiere, una camicia rovinata e dei pantaloni da operaio, i pennelli tra le mani, due nuove tavole in lavorazione e il soggiorno invaso di bottiglie vuote. Tre di lambrusco, non so quante di birra, e una di Martini.

Era di buon umore, s'è cambiato in due secondi, ha messo il guinzaglio ad Ubriacane e siamo usciti, portando con noi altra birra.

Artista Insoddisfatto pare avesse cominciato a bere, da solo, alle dieci del mattino.

Il pomeriggio, al mare, è stato divertentissimo. Lanciavamo l'osso ad Ubriacane, e lei ce lo riportava. Ogni tanto, però, lo scambiava per una carcassa d'alcolico lasciata tra la sabbia da altri avventori, e riportava quella. Immaginate un peluche nero, con una macchia bianca sul muso, e una Moretti tra i denti.

Miamiglioreamica e Artista Insoddisfatto, non so come, sono finiti a parlare di felicità.

Cos'è la felicità? Se lo chiedevano loro, e ce lo chiedevamo anche io e Dearfriend Porno, osservando le onde.

La felicità è una macchina che t'investe quando non stai attraversando sulle strisce, ho concluso io.
Gli altri hanno riso, io pure, amaramente.
Artista Insoddisfatto sosteneva che la felicità è effimera, temporanea, in un mondo di dolore latente.

In fondo, potrei anche essere d'accordo con lui. Il fatto è che, lo sapete, sono un'inguaribile ottimista.
Per distrazione e svagatezza, per stupidità o strafottenza, alla fine, non vedo mai tutto nero. Ho le Dears, tra l'altro, e ci pensano loro a mettere colori e suoni nella mia vita, nelle rare occasioni in cui è un film muto.

Mentre parlava, Artista Insoddisfatto aveva uno strano tono.

In serata, mentre lo riaccompagnavo a casa, siamo rimasti a parlare.

Artista Insoddisfatto ha un vissuto che, alla sua stessa età, io non riesco nemmeno ad immaginare.
A me la sua arte piace, e molto.

Ci credo davvero che abbia talento, e comprendo il suo stato d'animo.

Io, prima di capire che non sono adatta, volevo scrivere nella mia vita. Volevo essere un'artista della parola.
E Madre è stata capace di dirmi: «Prendi un foglio di carta e una penna, e scrivi. Tanto più di questo non sarai mai in grado di fare.»

Così, le parole di Artista Insoddisfatto avrei potuto dirle io.

Lo vedevo disilluso, e triste.

Ha raccontato un aneddoto che m'ha fatta arrabbiare.

«Quando vivevo a Roma sono passato da Via Gallerie -il posto della Capitale in cui si parla d'arte nel vero senso della parola-, con un'innocenza disarmante. Ero andato con il mio book di opere, per mostrarle a qualcuno. In un posto dove si fa arte, non pensavo che mi avrebbero trattato come hanno fatto. Si sono messi a ridere. "Questo è un punto d'arrivo, non di partenza", mi hanno detto.»

Non ho detto niente, ma qualcosa m'è montato dentro.

Artista Insoddisfatto se lo merita di partire da qualche parte, e si merita di arrivare in un posto lontano lontano.
Avere un sogno grande quanto una casa pesa, soprattutto quando, attorno, chiunque ti urla che non c'è spazio per i sogni, quando in famiglia ti chiedono di fare l'avvocato, o d'entrare in Marina, quando nessuno s'interessa a te, che non hai nemmeno vent'anni, troppa voglia di cambiare il mondo, nemmeno un centesimo in tasca, e idee da rivoluzione.

Guardavo Artista Insoddisfatto mentre mi raccontava di come, certe volte, avrebbe voglia di piangere e spaccare tutto e, non lo nascondo, gli avrei dato ragione.

Gli avrei spiegato:

«Sì, Artista Insoddisfatto. Piangi, urla e spacca tutto. E' uno schifo, è tutto uno schifo. Ma sei bravo, molto più bravo di molti altri che avevano metà del tuo talento, e un ego grosso il quintuplo del tuo. Però non bere, ché non ha senso. Bevi e poi? I problemi ci sono, restano lì. E non li affronti. Avresti bisogno di qualcuno che ti dica che, cazzo, devi dipingere. Cazzo, dipingi! Dipingi, perché è quello che vuoi. A me sono secoli che nessuno mi dice che, cazzo, devo scrivere. E non ci credo più. Ma la voglia che hai tu di esprimerti non la conosco, la tua è troppo grande. Una cosa così grande non si può lasciare stare.
Cazzo, Artista Insoddisfatto, dipingi.
E non odiare il mondo, le persone, il cielo. Non odiare nemmeno te stesso. Non odiare i pennelli, la tela, il colore, il legno, la resina o la plastica.
Non odiare il corpo deforme o quello perfetto.
Dipingi e basta.»

Gli avrei detto queste e molte altre cose, eppure m'è uscito solo uno svogliato: "che devo dirti? Ti capisco".

Artista Insoddisfatto è sceso da Vanda, ha comprato altri alcolici, ed è rientrato a casa.

Non so se abbia finito quello a cui lavorava, o se sia rimasto ad ubriacarsi da solo, col cane accanto e i pennelli immobili sui colori ad olio.

So che mi dispiaceva non esserci per farlo sfogare, ché era quello di cui aveva bisogno.

E so che sentire le sue parole ha riaperto ferite che credevo chiuse, e invece sanguinano ancora.
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categoria:fuck, sentimentalismi musicali, riflettevo
lunedì, 23 febbraio 2009
Ieri sera, mio fratello è tornato a casa ubriaco fradicio.

In bagno, ha vomitato una bottiglia intera di vodka, e poi è rimasto lungo disteso per terra, svenuto.

Io, che già dormivo, non mi sarei accorta di niente se Madre non avesse pensato di svegliarmi.

«Contenta? Guarda che hai fatto! E' colpa tua!»

Fratello, a sedici anni, beve fino a star male, e la colpa è di LaCapa, sorella maggiore degenere, portatrice dei vizi, tutti, e di nessuna virtù.

Coi Parents sono due settimane che non ci si parla, eccezion fatta per mugugni scontenti e mal dissimulati. Io faccio finta di non badarci, ché la situazione è già pesante così com'è, figurarsi se ho voglia di mettermi a rivangare discorsi chiusi da mesi, che non hanno soluzione e non ne avranno.

I Parents, del resto, sono soltanto un minuscolo aspetto della mia movimentatissima esistenza, quindi mi turbano relativamente.

Faccio tante di quelle cose, io...

Sì, insomma, ho una pseudo-vita, l'Università, l'impegno per il tesserino di pubblicista...

Ah già, no, volevo dire: ho una pseudo-vita, l'Università e basta.

Signori, vi spiego.

Oggi ho ricevuto una e-mail da Redastrega: la crisi colpisce anche Rivista di Grido. Soldi non ce ne sono e senza quelli non si va da nessuna parte.
Rivista di Grido ha saltato una uscita, e non si sa quante altre ne salterà.

Io mi guardo attorno spaesata, ché quel tesserino a cui puntavo lo sento vacillare ed era stata una di quelle cose a cui m'ero aggrappata, come ha fatto Rose con la porta di legno, in mezzo all'oceano, dopo il naufragio del Titanic.

M'ero attaccata anche ad altro, e pure l'altro, piano piano, sfuma.

Di buono c'è che ho vinto una borsa di studio. Millecinquecentoequalcosa euri, grazie ai miei meriti di liceale. Non sono bruscolini, non per me.

Chissà quante cose potrei farci! Libri, quantità industriali di libri, una piccola puntata da Dearfriend Ballerina e un viaggetto piccolino, un week-end da qualche parte qua, in Sicilia, ché è una cosa che mi vaga per la mente da un po', e non l'ho mai fatto per non so quale ragione.

E poi, concerti, spettacoli e non so che altro.

A proposito di spettacoli, torna Marcuccio mio bello a Catania. Avete capito di chi sto parlando, no?
Marco Travaglio.

Ieri, ho partorito un pensiero geniale.

Ve ne faccio partecipi: Marco Travaglio mi piace. Da quando m'è stato detto che verrà a Catania, sono in attesa di una cosa che mi piace.
L'attesa del piacere, è piacere essa stessa.
Dunque, fino al 18 Marzo [data dello spettacolo del mio futuro marito], sarò immersa nella piacevolezza.


Carissimi, fino al 18 Marzo sono una donna felice.

E poi, immaginate se riuscissi ad ottenere un'intervista per Step1.

LaCapa: «Signor Travaglio, buona sera. Mi chiamo LaCapa, voglio fare la giornalista. Posso darLe del tu, vero? Insomma, mio adoratissimo Marco, cosa pensi di Berl... Ecco, sì, vuoi sposarmi?»

MarcoTravaglio: «E' un piacere conoscerti, LaCapa. Certo che puoi darmi del tu, però, permettimi un appunto: ti sembra, la tua, una domanda da fare? Una cosa pertinente? Dai, un po' di professionalità! C'è un prete nei paraggi, amore mio?»
postato da: LaCapa alle ore 16:29 | Permalink | commenti (8)
categoria:fuck, stronzate in libertĂ , requiem per il mio neurone