About Me
Io ti amo
e se non ti basta
ruberò le stelle al cielo
per farne ghirlanda
e il cielo vuoto
non si lamenterà di ciò che ha perso
che la tua bellezza sola
riempirà l'universo
Io ti amo
e se non ti basta
vuoterò il mare
e tutte le perle verrò a portare
davanti a te
e il mare non piangerÃ
di questo sgarbo
che onde a mille, e sirene
non hanno l'incanto
di un solo tuo sguardo
Io ti amo
e se non ti basta
solleverò i vulcani
e il loro fuoco metterò
nelle tue mani, e sarà ghiaccio
per il bruciare delle mie passioni
Io ti amo
e se non ti basta
anche le nuvole catturerò
e te le porterò domate
e su te piover dovranno
quando d'estate
per il caldo non dormi
E se non ti basta
perché il tempo si fermi
fermerò i pianeti in volo
e se non ti basta
vaffanculo
Stefano Benni

Questo blog è nato il 17 Giugno 2007 ed è del segno dei Gemelli, io sono Bilancia. La nostra pare sia un'unione magnetica destinata a non durare. Relazione breve, calda e dolce, con una forte componente intellettuale.
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in fuck, stronzate in libertà , altrui ignoranza
Oggi è il 23 Aprile 2008.
Sono tornata da poco più di ventiquattro ore dall’assurdissima Berlino.
Come si supponeva, è stata una gita spettacolare, il classico viaggio dell’ultimo anno in cui una classe è una classe, senza liti o casini. L’unità, la serenità, gli scherzi, l’ironia, la complicità. Veramente bei momenti che porterò dentro come splendidi ricordi, nella certezza che ho vissuto e che continuerò a vivere bene i classici migliori anni della mia vita.
Che sospironi.
Certo, mi sono ritrovata a Catania un po’ persa, senza una precisa cognizione di quanto sia accaduto in Italia. Ignoravo il discorso del ballottaggio per il sindaco della Capitale, e avevo dimenticato che il nostro nuovo Presidente del Consiglio sia Silvio Berlusconi.
Già. C’è bastato un titolo del Tg a ricordarmi ogni cosa all’improvviso. Il contenuto era più o meno il seguente: Maroni-vice-di-Silviuccio & Cuffaro-al-Senato.
Mi sono cadute le braccia a terra. Per un attimo ho sperato che si trattasse di una specie di visione, tipo di n brutto sogno, di un incubo nero nero. Invece no, è tutto vero.
E vabbè, vediamo come vanno a finire questi cinque anni. Io un paio di idee su quello che si farà le avrei: federalismo, agevolazioni fiscali agli industriali, grandi-porcate-infrastrutturali, ministeri assegnati con il professionalissimo metodo della conta…
Già qualche segno del cambiamento si vede.
Un servizio al telegiornale parlava delle bande di teppisti in America. La giornalista diceva testuali parole: “Aspirano al modello mafioso siciliano, ma ne sono ancora lontani. Per quello ci vuole organizzazione e disciplina, qualità di cui questi giovani sono carenti. “
Quando la tipa ha detto queste parole, io e mi fratello, che ascoltavamo, ci siamo guardati sconvolti.
La vedo dura, la vedo molto dura.
Spero di sbagliarmi, però.
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in riflettevo
Berlino, 17 Aprile 2008. Ore 21:01.
“When you believe”. Davanti a un punto informazioni sulla storia del Muro, c’è un grande cartellone pubblicitario con il quadro di un artista orientale, tale Lao Jiang. Descriverlo non è semplice, però ci provo lo stesso… Sfondo scuro, grigio, un uomo, in primo piano, tiene le mani sollevate. Ha una benda rossa sugli occhi, e una stella del medesimo colore appuntata sul petto, sovrapposta al luogo dove sta il cuore. Ai suoi piedi una neve candidissima; alle sue spalle una serie di croci rovesciate, inclinate ed incrinate, distrutte. E poi, in un angolino basso sulla destra, in verde militare, c’è scritto, con tratti precisi e puliti: “WHEN YOU BELIEVE”.
Nient’altro. Forse è vero che, quando credi in qualcosa [un’idea politica, un dio, un rapporto umano], sei totalmente disarmato, proprietario solo di quello, in sua completa balìa.
E’ buffo, strano e tragicomico che, di fronte a un simile quadro, ci fosse l’unica rovina che conserva intatte le due porzioni opposte del Wall per eccellenza. Ovest ed Est, vicine, l’una a qualche passo dall’altra, separate da un lembo di terra battuta. Una zona di nessuno che non poteva essere attraversata. Pare che i soldati che stavano di vedetta avessero ordini di sparare a vista a chiunque tentasse di valicarla. Centinaia di uomini che credevano nella libertà, trucidati a sangue freddo da altri uomini che credevano nel loro Governo. Entrambe le categorie lo facevano, di credere intendo, poiché si ritenevano nel giusto…
Da grande avrò una casa con un corridoio stretto stretto, che on porterà da nessuna parete. Attaccherò a quelle pareti delle tele bianche e terrò a portata di mano dei pennelli con inchiostro verde militare, sempre pronti ad essere usati. Ci sarà la moquette a terra, bordeaux. Mi siederò là, come sono seduta adesso sul pavimento dell’Holiday Inn Berlin City West di Konfuerstenstasse 78, e scriverò, spero. Di tanto in tanto, quando ci sarà qualcosa che mi colpirà particolarmente, prenderò il pennello, lo intingerò nell’inchiostro e scriverò su una tela. Suppongo che, dopo poco tempo, le tele saranno piene. Allora cambierò il colore dell’inchiostro e sovrapporrò le parole. Poi, quando non ci sarà più spazio anche avendo usato un’altra tinta, toccherà alle pareti. Tutto così…
Queste cose mi piacciono parecchio, però dubito che altri mi capirebbero. Sto pensando ad una storia, da ieri notte. Tornata a casa la scrivo, sperando che le immagini si mantengano vive come adesso nella mia testa. Intanto, ho capito di me una cosa che, in fondo, ho sempre saputo: i viaggi m’ispirano. Vedere posti nuovi, osservare gente diversa e conoscere cose interessanti che prima ignoravo stimola la mia fantasia e, oserei dire, la mia immaginazione.
Frattanto, si transita.
E questa cosa del transitare mi fa sorridere.
Pensavo: non mi dispiacerebbe per nulla venire a stare qua a Berlino, a concludere gli studi universitari magari. Qui tutto mi affascina, perfino l’austerità delle costruzioni e l’apparente rigidità dei cittadini. Pensate, mi stanno simpatici pure i segnali stradali che ho visto sparsi per queste vie per la prima volta, dopo averli conosciuti solo sui libri della scuola guida.
Respiro un’aria nuova.
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in riflettevo
Berlino, 17 Aprile 2008. Ore 18:20.
Forse è vero che, come qualcuno sostiene, le città in cui si vive condizionano l’umore e i sentimenti. Berlino… Una città intrisa fino al midollo di storia. Guardo fuori dalla finestra e mi sento un po’ persa e confusa.
E’ una metropoli che cambia faccia ad ogni angolo di strada, e mi rende insicura. Sarà il cielo uggioso, la pioggia che riga i finestrini del pullman. Sarà che [anche quando ero a Roma è successo] mi credo partecipe della sua vita e del suo passato. Chennesò. Guardo i resti del Muro, alcuni video di quegli anni, immagini reali e realmente agghiaccianti. Berlino mi piace, oserei dire che l’adoro, ne ammiro la capacità di adattarsi e di cambiare nel giro di poco tempo. La versatilità, insomma… Qualità che sento assente in ciò che mi circonda a casa.
13 Agosto 1961: la storia del mondo è cambiata per sempre, è stata rivoltata come un calzino, per poi essere rammendata ventotto anni dopo, il 9 Novembre.
Io che avrei fatto se, d’un tratto, mi fossi trovata sola, separata dal resto del mio mondo? Mi sarei auto crocifissa sul filo spinato, cercando di ricongiungermi coi miei cari, o sarei rimasta in compagnia di me stessa, magari cercando di andare ancora più lontano? Probabilmente la seconda. Dannata me e dannato il mio carattere di merda. In occasioni come queste, i viaggi intendo, scopro di avere una specie di doppia natura. Jekyll o Hyde? Non me ne importa granché. E’ che amo stare con i miei amici, parlare, ridere, scherzare. Però, quando la strada mi scorre innanzi, le strisce bianche hanno come un effetto ipnotico, e desidero solo che non finiscano, che non s’interrompano mai. Che la strada continui.
Una metafora logora e abusata, ma non esattamente impropria. Almeno non per me, e non adesso.
Una strada lunga lunga davanti, e una breve breve dietro.
Voglio un caffè.
Oggi ho saputo, anzi, ieri ho saputo che alcune cose che mi riguardano molto da vicino sono state oggetto di conversazioni nelle quali io non ero inclusa quale interlocutrice. Una piccola umiliazione che mi ha umiliata e innervosita. Però, non so se considerarlo strano o meno, mi è scivolata addosso pure questa. Comincio a temere che l’apatia emozionale in cui mi sono rifugiata sia irreversibile.
Voglio una birra.
Dovrei scrivere una cartolina e spedirla a me stessa, con queste stesse parole. Per ricordarmi di ora, un momento in cui Jekyll e Hyde stanno tranquillamente assieme, a braccetto come due vecchi che vanno a ritirare la pensione.
Ahhh, il Governo. I soldi non bastano mai fino alla fine del mese.
La cartolina, ad ogni modo, dovrebbe concludersi pressappoco così: “Qui il tempo non è il massimo, eppure la città è bellissima.”
Ok, va bene.
Voglio una camomilla.
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in stronzate in libertà , requiem per il mio neurone
Oggi è il 12 Aprile 2008.
Che significa essere maggiorenni? Io lo sono da sette mesi e un giorno e, a dirla tutta, i cambiamenti li ho visti. Non è fare quello che voglio, ma assumermi la piena responsabilità delle mie scelte e delle mie decisioni. Certo, non è che io sia indipendente. Mangio a scrocco dai miei, lo stesso dicasi per il dormire, il lavare i vestiti, lo stirare e roba del genere. Non ho neanche fonti di guadagno, il che significa che gli euri che spendo, sono dei parents. In pratica, essere maggiorenni significa una benamata sega, soprattutto perché dipendo da loro anche negli spostamenti serali. Dipendo? Ho usato il presente…
Dipendevo. Eccolo il tempo verbale giusto. Oggi, alle 10.00 spaccate [ho controllato], ho stretto tra le mani la mia patente. Esattamente, cari lettori.
Sono patentata. Finalmente.
Quando la tipa mi ha dato quel tesserino io tra un po’ la baciavo!
Padre e Madre sicuramente non mi lasceranno andare in giro di sera con la macchina, sola, da subito. Ma non importa. Adesso, è solo questione di tempo. Poco tempo, per di più.
Che soddisfazione!
E questa della patente è fatta.
Domani si vota. Il risultato delle elezioni è praticamente scontato. Mi fa rabbia, parecchia rabbia. Comunque andrò alle urne, nonostante i vari inviti a non farlo. Vorrei essere la prima votante del mio seggio, ma significherebbe svegliarsi presto, e non mi sembra il caso. Quindi mi accontenterò di fare un po’ di fila e mettere quella celeberrima X allo stesso orario della gente comune…
Che brutta frase che m’è uscita. “Gente comune”: sembro una classista del piffero.
Classismi a parte, il punto è che in due giorni [oggi e domani] sono diventata ufficialmente maggiorenne, giacché prima non lo ero del tutto.
Ho un sorrisone stampato in faccia che nessuno potrà scalfire. Nessuno.
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in stronzate in libertà , requiem per il mio neurone
Oggi è l'8 Aprile 2008.
Ieri mi sono imbucata in un internet point e ho postato tutto il postabile. Avrei anche scritto qualcosa, ma non mi sentivo a mio agio. Ho bisogno del mio pc, della mia calma, della mia scrivania, della mia concentrazione… Insomma, di tante cose mie che in un internet point non posso mica trovare, soprattutto con mio fratello alle spalle che mi alitava sul collo come un avvoltoio sulla spalliera del letto di un becchino novantenne.
Come avete letto qualche post fa, mi accingo a partire per la classicissima gita dell’ultimo anno. Vi avevo detto che sarei andata a Parigi ma, per ragioni che tutt’ora non m rimangono interamente comprensibili, la cosa è fallita miseramente e si è deciso di optare per un’altra meta.
Non vi dico il casino che io e Dearfriend Ballerina abbiamo dovuto sopportare per riuscire ad inserire la nostra classe in un gruppo già stabilito, le liti con la preside e con i vari insegnanti predisposti all’organizzazione, i pomeriggi passati in agenzia all’unico scopo di definire un programma di visite decente…
Superati tutti questi ostacoli, abbiamo fatto nostra una seconda capitale europea, a parer mio ben più affascinante di Parigi. Parlo di Berlino, la tedeschissima, ordinatissima e severissima Berlino, sì, quella del muro insomma.
L’albergo è a 20 km dal centro, è mezza pensione e non pensione completa, il volo del ritorno non è diretto e abbiamo saputo il programma completo soltanto dieci giorni prima della partenza, cioè l’altro ieri. Ma che volete farci? O si andava a queste condizioni, o si restava a casa… La gita dell’ultimo anno è un must, nessuno aveva voglia di rinunciarci.
Il 16 Aprile, alle 04.30 del mattino, prenderò l’aereo in direzione di una delle città del mondo più imbevute di storia, che poi sia stata una brutta storia potrebbe essere considerato solo un dettaglio, no?
Io la Germaniala conosco decentemente. Anni fa ci passai un mese in estate, coi parents, in un tour per le città più importanti.
Sinceramente, mi dispiace un po’ di non andare più a Paris, giacché mi allettava l’idea di visitare Belleville e di andare alla ricerca di Daniel Pennac, però, l’ho detto e lo ripeto, m’ispira di più la gelida Berlin.
Cioè: la birra costa meno dell’acqua. Vi sembra poco?
Io amo la birra, la amo profondamente.
E poi, “Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino” è uno dei libri che più hanno colpito la mia testolina di alternative-blogger e non mi dispiacerebbe guardare da vicino i luoghi dov’è ambientato, e farlo con una certa coscienza.
Madre non è granché contenta, si fida del contesto scolastico ma non altrettanto di me, e suppongo che non le dia tanta sicurezza la presenza di Profia con la quale, a proposito, ho affrontato un’interessante conversazione sugli alcolici migliori con i quali è possibile ubriacarsi.
Ohhhh, sento che sarà una bella gita!
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in riflettevo
Oggi è il 6 Aprile 2008.
Slip inside the eye of your mind, don’t you know you may find a better place to play?
Amo profondamente questa canzone, "Don’t look back in anger" degli Oasis.
Parentesi musicale chiusa.
Pirandello, quel gran geniaccio che non era altro, ha immaginato una storia in cui dei personaggi già creati cercano disperatamente un autore, giacché il loro si rifiuta di riconoscerne la paternità. Vogliono essere messi in scena, perbacco, vogliono poter dar voce alla loro storia davanti ad un pubblico che li ascolti.
In teatro, l’immaginazione di Luigino trovava libero sfogo ed era apprezzata, a giusta ragione, dagli spettatori che, di volta in volta, rimanevano avvinti alla poltrona ad osservare lo svolgimento delle più varie commedie.
Pensavo che non c’è bisogno di guardare su un palco per trovare dei personaggi che vagano sperduti sulla scena del mondo, volendo disperatamente trovare una collocazione che li soddisfi.
Ogni tanto mi è capitato di incontrarne e, inevitabilmente, ne sono rimasta profondamente affascinata.
Il primo di questi è AutoreTeatrale. Avevo quattordici anni quando, per scherzo, partecipai ad un concorso regionale indetto dal Teatro Stabile. La mia prof. di italiano dell’epoca ci aveva chiesto se qualcuno fosse interessato e, per invogliarci, ci promise che l’elaborato che avremmo presentato sarebbe stato valutato. Io volevo un voto più alto, ma non me ne importava nulla del concorso. In un pomeriggio scrissi un piccolo copione di quattro pagine incentrato sul tema della competizione: "I Ragazzi Del Sabato Sera". A quell’età non ero ancora mai uscita di sera con gli amici, i miei erano molto severi e non mi lasciavano alcun tipo di libertà. Immaginate la mia difficoltà nel cimentarmi nello scrivere una storia con quell’argomento…
Mi basai sulle cronache dei TG e, modellandola su storie vere, costruii la struttura della mia brevissima sceneggiatura.
La prof. la lesse e non la giudicò affatto valida, però la presentammo lo stesso. Due mesi dopo, arrivò a scuola una telefonata dal teatro. Il mio scritto aveva passato tutte le selezioni necessarie ed era stato scelto, assieme ad altri dieci, da AutoreTeatrale.
Un pomeriggio di una settimana dopo, mi ritrovai in teatro, con dieci persone che non conoscevo ed AutoreTeatrale che ci comunicava che, in due mesi, avremmo dovuto scrivere uno spettacolo teatrale che poi sarebbe stato mandato in scena.
Esordì così:
<< Ho scelto i vostri lavori perché erano i migliori tra i peggiori. Brutti, scritti male, banali ed inutilmente buonisti, tranne qualcuno. Però m’è arrivata roba decisamente più orrenda, quindi mi sono accontentato. Non credete di avere questo grande talento, anzi, in base a quello che ho letto ne siete assolutamente privi… Ora, presentatevi! >>
Io sprofondavo nella poltrona di velluto e, mentre gli altri si arrabbiavano, io combattevo coi miei occhi lucidi.
Il Gruppo si presentò: erano tutti dell’ultimo anno di vari licei classici ed artistici siciliani, c’erano tre rappresentanti d’istituto, una ragazza che collaborava con una testata giornalistica abbastanza nota, due artisti nel vero senso della parola, un musicista, un’aspirante scrittrice che avrebbe voluto vivere il ’68, una donna fatta e finita che anagraficamente aveva diciotto anni ma che, per portamento ed argomenti, era già un’adulta, e un’altra aspirante scrittrice che stava già lavorando al suo primo romanzo. E poi c’ero io, seduta in un angolo distante da tutti, piccola, imbarazzata ed emozionata.
AutoreTeatrale: << E tu? Chi sei? Perché hai partecipato? >>
Io: << Io sono LaCapa e, se devo essere sincera, non so cosa ci faccio qua. Ho partecipato perché volevo un voto più alto in italiano, ho quattordici anni da qualche giorno, e non sono mai uscita di sabato sera. >>
Parlai tutto d’un fiato, e poi tacqui. Il silenzio era collettivo. Tutti mi guardavano.
<< Non sei mai uscita di sabato sera? Hai quattordici anni? >>
In ordine sparso, tutti mi fecero le stesse domande.
AutoreTeatrale era rimasto in silenzio, osservandomi senza dire una parola.
Un quarantenne calvo e non magrissimo, occhi piccoli, scuri e profondi, fumava dentro al teatro, in platea, e mi fissava. Io ero a disagio come mai in vita mia.
Cominciammo subito a definire la storia, parlavamo. AutoreTeatrale ci stroncava qualunque cosa dicessimo: una volta, durante un nostro incontro, AspiranteScrittriceSessantottina scappò via piangendo e non tornò più.
Con me, però, lui era buono e gentile. Voleva sempre che i miei scritti fossero letti per primi, mi aiutava, non era mai cattivo come con gli altri, mi disse che io gli piacevo più di tutti gli altri, perché ero la più schietta, quella che usava meno mezzi termini.
Si arrabbiava spesso, perché diceva che non sfruttavamo l’occasione che ci era data. Secondo lui, non riuscivamo a tirare fuori quello che avevamo dentro.
Non dimenticherò mai quando, nervoso, ci disse:
<< Siete stupidi, inetti. Non avete nemmeno rispetto per questo teatro e per quello che rappresenta: io sto qua da vent’anni, potrei anche pisciarci su queste pareti e nessuno mi direbbe di non farlo, perché scrivo e produco, ed è come se fossi a casa mia. Volete decidervi o no a scrivere come si deve? Volete mettervi in testa che il pubblico vuole vedere un po’ di realtà e non gliene frega niente a nessuno delle belle parole che usate? Volete capire, finalmente, che tra un mese si va in scena e non abbiamo uno schifo di copione perché voi pensate che i protagonisti della storia debbano parlare pulito e non conoscono la parola "cazzo"? >>
Gli altri risposero che se lui voleva la classica storia di "sesso, droga & rock’n’roll", bastava che lo dicesse e noi ci saremmo comportati di conseguenza, che però non saremmo stati felici di lavorare in quella maniera.
Io non dissi nulla.
AutoreTeatrale: << Che ne pensi? >>
Io: << Penso che pisciare sulle pareti di casa propria non sia affatto il caso e che probabilmente qua non servo a nulla, visto che se lei vuole sesso, droga e rock’n’roll, io non saprei cosa scrivere giacché non conosco nessuna di queste tre cose. >>
Gli altri mi guardarono e sorrisero della mia ingenuità, credo. Lui non disse niente e si calmò. Poi, quando uscimmo e ci salutammo, lui mi disse che ero la sua preferita.
Cominciarono a venire i giornalisti ad intervistarci e, mentre gli altri davano le loro risposte preparate, io parlavo poco e sorridevo quando AutoreTeatrale mi presentava ai critici come la sua prescelta, la piccola mascotte.
Il copione non aveva quasi niente di quello che avevamo scritto noi, però aveva tutto di nostro. AutoreTeatrale aveva costruito le scene in base ai nostri dialoghi, aveva caratterizzato i personaggi dando loro peculiarità di ognuno di noi. La scaletta della storia mi stupì: era proprio quella del lavoro che avevo presentato all’inizio. E poi c’era un personaggio, una ragazzina, la più piccola del gruppo, quella che i suoi non facevano mai uscire da casa e che non sperava altro se non scappare. E, alla fine, scappa.
La sera della prima è stata una delle più emozionanti della mia vita. Alla fine, gli attori ci chiamarono sul palco, AutoreTeatrale mi prese per mano e mi ci accompagnò sopra.
Oltre al valore formativo che quella esperienza ebbe per me, oltre alla bellezza di trovarsi con gli attori a scherzare, e di scoprirsi studiati e poi rivedere alcuni propri atteggiamenti riprodotti sul palco da professionisti, oltre alla soddisfazione di aver instaurato rapporti di amicizia con tutti gli altri ragazzi… Oltre a tutto questo, quello che per me è stato veramente essenziale, è stato il cambiamento che ha determinato in me AutoreTeatrale, le prospettive di scrittura che mi sono state aperte davanti, la stima ed il rispetto di un uomo che io per prima stimavo e rispettavo.
Non l’ho più visto né sentito, però, dopo cinque anni, ho avuto il suo indirizzo e-mail da Altradearfriend, il cui padre è regista teatrale e che lo conosce. E’ un po’ di tempo che penso di scrivergli, chissà se si ricorda.
Chissà se ci crederà quando gli dirò che, se sono come sono, lo devo tantissimo alle sue parole dure ed ai suoi rimproveri.
Ancora non sono riuscita a mettere in quello che scrivo ciò che ho dentro, ma se non ci fosse stato AutoreTeatrale magari adesso starei leggendo per la quindicesima volta "Tre Metri Sopra Il Cielo" considerandolo un gran capolavoro, e penserei di avere un talento che mi porterà lontano.
Invece, mi mantengo coi piedi per terra, ricordando che sono una delle migliori tra i peggiori, se voglio essere gentile con me stessa.
LaCapa is totally fluo! ∙ commenti (8) ∙
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in stronzate in libertà , requiem per il mio neurone
Oggi è il 2 Aprile 2008.
Sono prolifica, today.
Tra un mese, due settimane e novantasei ore, sarò in un’aula della mia scuola a scrivere l’ultimo compito di italiano della mia vita. Cominceranno gli Esami Di Stato, sarò una ufficiale diplomanda della classe 2007/2008.
Che sospiri, eh?
Il pensiero che mi diplomerò mi mette una certa impazienza addosso. Ho ripreso il mio diario segreto delle elementari: parlavo spesso della fine della scuola, degli esami di quinta.
Sono passati otto anni, incredibile.
Rimembranze nostalgiche a parte, è quasi normale che i diplomandi presentino una tesina alla commissione, una sorta di compendio dello studio degli ultimi tre anni di liceo.
Per un certo periodo ho creduto che non ne avrei preparata una, dal momento che si hanno solo quindici minuti per discuterne ed il resto del tempo è dedicato alle domande "libere" degli insegnanti.
C’era un tema, però, che mi si affacciava alla mente ogni volta che il discorso finiva sugli esami… "La Dilatazione delle Percezioni".
Venghino signori, venghino, che spiego un pochino.
L’uso e l’abuso di sostanze stupefacenti ed alcolici ha portato [e porta] l’uomo a perdere la definizione dei contorni della realtà [come un’immagine coi pixel troppo grandi]. Nella condizione di pace artificiale prodotta dalle droghe e dall’alcol, un sacco di artisti hanno espresso i moti più profondi del proprio animo e sono riusciti, in via del tutto eccezionale, a renderli arte.
Dal culto di Dioniso in Grecia, passando per le "Baccanti" euripidee, attraversando la parabola della fedeltà al dio Bacco del mondo romano, approdando in Inghilterra per discutere del drogatissimo Coleridge e del membro onorario degli alcolisti-anonimi-non-anonimi Edgar Allan Poe, arrivo ad un passo noto dei "Dialoghi" di Pasolini, in cui si discute di allucinogeni e cultura. Pasolini mi apre un mondo nuovo, quello della mia amatissima Beat Generation. Lucy in the Sky With Diamonds e Strawberry Fields Forever… Che avrebbero detto i Beatles se avessero saputo che sarebbero finiti nella tesina di maturità di una diciottenne musico-dipendente ed alquanto esaltata? Aperto il discorso della Beat Generation, non posso esimermi dal parlare dei miei scrittori preferiti, quelli che a scuola non ci nominano [Profia a parte]… Ed eccoli: Irvine Welsh con "Trainspotting", "Porno" e "Colla"; Bret Easton Ellis con "Meno di Zero" e "Glamorama"; Charles Bukowski con "Storie di Ordinaria Follia". E scusate se è poco. Mi sono risparmiata Palahniuk e DeLillo: non sta bene gongolare davanti ad una commissione composta anche da membri esterni.
E poi, Welsh è già abbastanza orgasmico!
Vi chiederete: tutto qui?
Absolutely not! Il pezzo forte non so se posizionarlo all’inizio o alla fine della tesina…
Ho preparato un video, un montaggio che dura cinque minuti, trentaquattro secondi e sei decimi, che comprende i film "Trainspotting" e "Requiem For A Dream", con sfondo musicale degli assurdissimi Prodigy con la loro celeberrima "Firestarter", il tutto preceduto da una psichedelica sfilza di spirali colorate e quadri totally fluo [oh yeah!] che potrebbero causare crisi epilettiche a un pubblico non preparato.
M’è uscita fuori una roba goduriosa.
L’ho mostrata a mio fratello: sono il suo nuovo idolo. Presto comincerà a venerare un santino con la mia foto e la didascalia: "Caspita! Ho una sorella fuori come un balcone e non me ne sono mai accorto". Non mi sfotte da giorni.
La stessa roba goduriosa l’ho mostrata anche al resto della mia famigliola finto-felice.
Mia sorella ha decretato che ho ideato la pubblicità regresso che ci mancava. Il corto inciterebbe all’uso delle droghe!
Madre ha terminato la visione con gli occhi rossi e la paura dipinta in volto… Ha biascicato qualcosa sul fatto che non dovremmo mai drogarci, e ha concluso con una frase che somigliava a:
<< Però il montaggio è buono. >>
Mio padre, invece, ha avuto la reazione più figa.
Padre: << Ti droghi? >>
Io [sconvolta]: << No, papà, perché? >>
Padre: << Io penso che tu ti droghi. >>
Io [sempre più sconvolta]: << Ti dico di no! >>
Padre: << Io… Io… Vorrei che tu ti facessi vedere da uno psicologo! >>
Mio padre è ufficialmente un genio. In diciott’anni di vita me ne sono sentita dire di tutti i colori, ma mai che avrei dovuto farmi vedere da uno psicologo.
Questi commenti mi hanno motivata, uno più dell’altro.
Sono contenta, finalmente posso parlare di quello che mi piace e, soprattutto, farlo nella maniera che mi piace. Posso discutere di scrittori contemporanei, posso fare un discorso critico che mi è sempre stato precluso dagli schemi precostituiti della scuola. Analizzare i protagonisti dei libri che leggo, le ambientazioni, le storie, la biografia degli autori: sono cose che ho sempre fatto, per mia cultura personale. Adesso posso farne partecipi altre persone.
Non m’importa di poter dare l’impressione sbagliata. Non m’importa di non essere capita.
Con la mia tesina I will show that in cinque anni di liceo sono cresciuta culturalmente, che non mi sono fermata alla conoscenza libresca dei programmi ministeriali, che ho ampliato il mio ventaglio di preparazione letteraria indipendentemente dai compiti in classe e da quelli assegnati per casa.
E se per farlo dovrò sbattere in faccia dei miei insegnanti-vecchio-stampo un cucchiaino riscaldato, un ago ficcato in un braccio, le vene che si gonfiano ed un’overdose perfettamente interpretata, lo farò senza paura.
Qualcuno mi ha detto che sarà una brutta presentazione, che i docenti partiranno con un giudizio molto negativo, che bla bla bla bla bla.
Non mi frega niente. I feel active, il pomeriggio apro i libri e studio roba che in classe non ci spiegano, ho compilato una lista di testi da comprare per documentare la mia tesina, compongo i miei primi pareri interpretativi e mi diverto.
Sono stimolata. Perbacco: questa tesina è meglio di Tesmed!
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in fuck, stronzate in libertà , riflettevo
Oggi è il 2 Aprile 2008.
Mi rimetto in pari con gli interventi del blog, perché negli ultimi giorni non ho avuto troppe occasioni per scrivere.
Due giorni fa ho avuto modo di guardare una puntata di Anno Zero. Niente di strano, lo vedo quasi ogni volta, giacché il mio Marcuccio è fisso là, ed è sempre pronto a dispensare piccole perle di saggezza.
Gli ospiti erano: la tizia della Sinistra Critica [femminista, comunista, antifascista: a good choise], Casini e Franceschini.
Il tema è sempre quello: la campagna elettorale.
La serata si è svolta più o meno così:
Casini parla.
Franceschini annuisce.
Flavia D’Angeli storce il muso.
Franceschini parla.
Casini annuisce.
Flavia D’Angeli dissente vistosamente.
Flavia D’Angeli parla.
Casini storce il muso.
Franceschini dissente vistosamente.
Qualcosa non mi quadrava. Ci ho riflettuto, ho continuato a pensarci, ho perseverato nelle mie cogitazioni… Alla fine ho capito: erano le concordanze che non andavano!
Casini e Franceschini tra un po’ si prendevano per mano e scappavano a correre insieme nei prati come Heidi e la sua capretta, Fiocco Di Neve.
Non hanno litigato, non si sono lanciati le sedie addosso, non si sono insultati, non si sono sputati in faccia a vicenda, non hanno menzionato il nonno l’uno dell’altro [anche perché nonno Casini suppongo sia un SignorNessuno in confronto a Benito Mussolini, quindi alla Santanchè, in questo senso, è andata molto bene contro AlessandraOcchiLampadinosiMussolini].
Direte: un bell’esempio di politica e civiltà.
No. Per due ragioni:
1)Politica e civiltà non possono stare nella stessa frase, tranne che la frase in questione non la pronunci Crozza, allora sarebbe evidente che si tratti di una battuta.
2)Non è che parlavano educatamente di concetti opposti: discutevano ordinatamente della stessa cosa!
E poi certo che gli elettori sono confusi. Non capiscono che differenza ci sia tra segnare una croce su un simbolo piuttosto che su un altro.
Rimango sempre convinta che quasi tutto sia meglio del Berlusca [si legga: la Santanchè è peggio, e per essere peggio di Silvio, ce ne vuole!], però iniziano ad affacciarsi in me seri dubbi sul significato di queste elezioni.
Casini raccontava un aneddoto: suo padre commosso davanti al seggio elettorale. NonnoCasini era un emotivo, evidentemente.
C’è che, però, mi emoziono anche io al pensiero di votare, nonostante non sia un’emotiva.
Ve l’ho detto che mi hanno scippato la borsa, no? Dentro c’era la carta d’identità. Non scherzo quando dico che mi sentivo nuda senza. Ho resistito solo un giorno [Pasqua], poi sono corsa a rifarla. Avevo la sensazione di non esistere, la mia carta d’identità dice CHI io sono, afferma che io SONO. Non avendola, non esistevo. E percepivo di non esistere.
Non credevo di essere così cittadina.
E votare è un grandioso diritto, nonché un sostanziale dovere. Andando alle urne, esercitiamo il nostro potere. Non dimentichiamolo: il Governo è un nostro dipendente. Noi siamo i datori di lavoro, noi forniamo loro un contratto [cazzo, dovremmo fargliene uno a progetto], noi possiamo licenziarli.
La sovranità popolare. Oddio, quanto amo la Costituzione.
Ancora non ho la tessera elettorale. Domani, al più tardi martedì prossimo, vado a ritirarla. Sono emozionata, come NonnoCasini.
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Ora di religione - ultima parte
in fuck, requiem per il mio neurone, riflettevo, altrui ignoranza
Oggi è il 2 Aprile 2008.
Allarmatevi pure, è proprio come pensate. Non scriverò più delle mie ore di religione, non perché il professore abbia smesso di dire cose che meritino di essere riportate, bensì perché alla sottoscritta basta sentirle una volta, e non avverte il bisogno di scriverle e, di conseguenza, think about it two times in the same day.
La scorsa lezione, ad esempio, s’è parlato dell’anima, della vita dopo la morte et cetera et cetera.
Lui, il grand’uomo, il mal celato più grande amore della mia esistenza, ha accennato alla resurrezione di Cristo.
Il terzo giorno, bla bla bla, com’era stato scritto, bla bla bla, il mistero della fede, bla bla bla, il corpo che non era corpo.
Il corpo che non era corpo?
Questa non l’ho capita. Visto che non sono una profonda conoscitrice del cattolicesimo, sebbene io abbia letto la Bibbia e abbia frequentato per sei anni il catechismo [comunione, cresima, post-cresima], ho pensato che forse era il caso di chiedere, per trovare un chiarimento ai miei dubbi.
Io: << Prof, scusi, non capisco. Che significa che il corpo non era corpo? >>
Prof: << Cristo, quando è resuscitato, non era proprio in carne ed ossa. Era in una sostanza divina… >>
Io: << Ma io ci vedo un po’ una contraddizione. San Tommaso dice che non crede finché non può toccare la carne di Cristo, allora, se Cristo non era in corpo, San Tommaso, quando tocca, che tocca? >>
Prof: << Questo non possiamo saperlo, lo accettiamo per fede. >>
Se devo essere sincera, mi sono rotta definitivamente le scatole di sentir parlare di accettare roba per fede. Non chiedo che mi si provi l’esistenza di un qualsiasi dio, però gradirei che le religioni fornissero almeno dei dati fondati su qualcosa di certo, e non delle verità date per plausibili perché col tempo sono state accettate.
Diamine, sono meglio disposta ad abbracciare il culto della Grande Madre!
Scusatemi, ho la spiritualità di un lavandino rotto abbandonato in mezzo alla strada.
Quindi è finita, salutate con la manina Prof, le sue frasi fatte e le sue assurdità, perché se non ne dirà qualcuna di veramente abnorme, non intendo veicolare ancora il suo pensiero, non poiché è sbagliato [chi sono io per giudicare?], ma poiché rischio di cominciare a diventare intollerante. Io amo la tolleranza. Io sono la tolleranza fatta persona. Ecco, la tolleranza si è reincarnata in me. Su, adoratemi. No, eh? Uff, non può capitare una seconda volta? Se convertissi Berlusconi al LaCapanesimo, lui potrebbe fare una leggina, piccola piccola, che tolga la libertà di culto e che mi faccia diventare una nuova divinità. Una sorta di Zeus al femminile… Già vedo i templi sulle montagne, il mio simulacro sparso in ogni dove, le offerte.
Think big.
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Crederci sempre, arrendersi mai!
in stronzate in libertà , requiem per il mio neurone
Oggi è il 25 Marzo 2008.
Lo so, il titolo era il motto della Ventura in una qualsivoglia edizione dell'Isola dei Famosi [si legga: Isola dei Poveri Sfigati che il Pubblico non si fila più].
Sono a conoscenza del fatto che voi state davanti allo schermo del pc aspettando un mio aggiornamento dalla vecchia galassia non net-globalizzata, per cui non vi lascio in bilico senza una data che definisca la durata della mia assenza. Mutter ha telefonato a Mister Telecom in persona il quale, intimorito dal tono da generale austroungarico della mia genitrice, ha affermato che tra appena un paio di mesi riavrò la mia connessione.
Cioè, avete capito? Un paio di mesi! Questa è follia! Questa è blasfemia! [Dearfriend Ballerina mi ha costretta a vedere alcuni spezzoni del film "300"].
Così ho deciso: appena posso mi butto in un internet point e vi posto tutto quello che ho scritto in questi giorni. Dosi extra di LaCapa. Attenzione! Creo dipendenza.
Allora, allora, allora. Sono davanti alla pagina e non so da dove cominciare a scrivere. Negli ultimi giorni sono stata un po' giù di corda. Alcune cose accadute mi hanno lasciata con l'amaro in bocca e la delusione dentro, però sono una roccia, io. Barcollo ma non mollo! [Evvai... In questo post snocciolerò tutte le frasi fatte che mi vengono in mente.]
Giovedì scorso sono tornata in quel locale, l'Ostello, e, ovviamente, MisterCameriere2008 non c'era. Ero certa che non l'avrei visto, per cui sono andata tranquilla, senza troppe aspettative. E' che il posto mi piace tantissimo e si respira una bella aria...
Ieri sera, giacché il primo giorno della settimana non è proprio famoso per essere quello in cui i giovani escono, io e la compagnia [parziali nuove conoscenze, parziali dears] abbiamo optato ancora una volta per l'Ostello, in quanto è uno dei pochi posti aperti fino a tardi ogni giorno, e poi è sempre ben frequentato.
Arrivo là verso l'una e qualcosa anti meridiane, invero scazzata ragioni che non esporrò, finché due occhioni azzurri azzurri catalizzano la mia attenzione.
Eccolo lì, MisterCameriere2008 intento a sistemare i Menù nella sala interna dove lui lavora. Fuori c'erano otto gradi, tirava vento e faceva un freddo cane, ma dentro non c'era posto, quindi siamo stati costretti a ripiegare su un tavolo con candela sotto un tendone. Altradearfriend doveva andare al bagno, dentro.
Senza farmelo ripetere due volte, mi sono offerta di accompagnarla. MisterCameriere2008 stava in posa plastica davanti all'ingresso del bagno, con un sorriso stampato in faccia, lo sguardo ammiccante, le adorabili fossette sulle guance, una sigaretta in mano e una strisciolina di fumo sexy che gli passava davanti alla faccia.
Altradearfriend lo saluta, lui ricambia. Io rimango zitta, mostrando trecentosessantasette denti, ficcando le mani nella tasca del felpone che indossavo, perché non mi basta essere sfigata, voglio anche sembrarlo.
Torniamo al tavolo, che ormai sulle mie guance si può arrostire la carne per quanto sono rosse.
Ordiniamo da bere, arriva a servirci un suo collega.
Tra una chiacchiera e l'altra, il tavolo accanto al nostro si libera, idem quello davanti.
C'erano tre camerieri liberi, ma MisterCameriere2008, proprio lui, che osservava la situazione dall'ingresso, si fionda a sistemare le sedie e a pulire. Io ero talmente bordeaux che avrei potuto illuminare la sala.
Il nostro tavolo era in una strana posizione, arrivava un sacco di vento e si gelava. Vedendo che la sala si liberava, abbiamo preso le nostre cose e ci siamo spostati.
Dovete sapere che io ho una malsana passione per il fuoco e le candele mi stanno particolarmente simpatiche. Non mi andava di abbandonare la nostra tutta sola. Ho preso il piattino in cui la sua fiammella tremava e sono rimasta qualche istante in piedi, con questo coso tra le mani all'altezza del petto. Sembravo una fanciullina che attendeva la prima Comunione. Sarebbe stato assurdo se, ad osservare questa scena, non ci fosse stato MisterCameriere2008. Infatti c'era, proprio davanti a me, a ricordarmi perché l'altra volta gli avevo anche dato il titolo di MisterCameriereSorridente2008.
Per tutto il resto della serata mi sono beccata le prese in giro di Altradearfriend, secondo la quale non è poi così bello. Comunque, l'importante è che piaccia a me, no?
Tralasciamo un attimo il discorso del mio fanta-flirt, e dico 'fanta' poiché alquanto inesistente, me ne rendo conto.
Il personale dell'Ostello è un interessante soggetto d'analisi. C'è un altro cameriere che io, fin dalla prima volta che l'ho visto, ho trovato fisicamente molto simile ad una persona che per me ha contato molto.
Qualche post fa scrissi di un tizio, un certo Sosia... Ecco, questo cameriere è più sosia di Sosia.
Siccome non voglio che si pensi che, dopo tutto il tempo che è passato, la mia testa batte ancora sull'Originale, ho cercato di tacere la cosa, convinta che fosse solo una mia impressione.
Non riesco a star zitta, però.
In breve:
Io: << Senti, Dearlowe, questo cameriere qui mi somiglia a qualcuno, ma non riesco a capire a chi. Hai avuto la stessa impressione? >>
Dearlowe: << Non fare la scema, LaCapa. Lo sai benissimo a chi ti somiglia... >>
Altradearfriend [intromettendosi]: << Somiglia? Cazzo, è uguale! State parlando del cameriere, vero? >>
E qua è scoppiata la risata collettiva.
Quando ho sentito Dearfriend Ballerina per telefono, ho chiesto anche a lei.
Io: << Ma... L'altra sera, all'Ostello. Non so, boh. Hai no... >>
Dearfriend Ballerina [interrompendomi]: << Sì. E' che non volevo parlare per non girare sempre il dito nella piaga. Ha la stessa fisionomia, forse è un po' più alto, gli stessi occhi, lo stesso viso, lo stesso neo. E' pure più carino di Originale. >>
Ieri sera, all'Ostello, c'era anche AmicaBionda. Lei conosce Originale, sicuramente meglio di me e di tutte le altre, e questo 'meglio' ha causato qualche problema e tante altre cose che non sto qua ad approfondire.
Ho detto ad AmicaBionda che c'era un cameriere che lei avrebbe dovuto vedere. Ci siamo alzate e ci siamo fatte un giro per il posto, ma non l'abbiamo più scorto in giro. Aveva finito il turno, probabilmente.
Mentre cercavamo PiùSosiaDiSosia, MisterCameriere2008 si è casualmente ritrovato faccia a faccia con la sottoscritta.
Sorriso di rito, condito con un occhiolino associato ad un ammiccamento ben più pronunciato dei precedenti.
E in quel momento ero più sciolta della cera della candela della piccola fiammiferaia.
Erano già le due e più-di-qualcosa anti meridiane.
Gli altri ed io finiamo di bere le nostre birre, e quando ci alziamo i posti accanto ai nostri erano talmente puliti che ci si poteva specchiare. MisterCameriere2008 è stato a dir poco operativo, ed io ho un fianco distrutto per via delle gomitate che Altradearfriend mi appioppava ad ogni suo passaggio.
Sono andata via dopo aver messo in bella mostra i miei soliti trecentossessantasette denti, in risposta al suo saluto.
Una ragazza lo capisce quando non passa inosservata, miseriaccia.
La mia previsione si è parzialmente avverata: fuma Marlboro Light [se non ho visto male, ma sono cieca], è ricominciato il giochetto sguardo-sorriso, ha orbitato attorno a me come un'ape attorno al miele.
Eppure non ho il numero e tutto quello che avrebbe dovuto venire di conseguenza è sfumato.
Ve lo prometto, la smetterò con questi discorsi da ragazzetta svampita. Intanto, però, mi godo il mio fanta-flirt.
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in fuck, riflettevo, altrui ignoranza
Oggi è il 23 Marzo 2008.
Non trovo giusto che solo il Papa possa lanciare un messaggio alla città ed al mondo. Così lo faccio anche io, dall'alto della mia condizione di blogger-senza-internet.
Cara città e caro mondo,
e con città intendo tutte le città e con mondo intendo tutto il mondo, oggi sarebbe Pasqua. Dico 'sarebbe' perché non è che la festività mi prenda più di tanto. Comunque, per quasi ognuno di voi è Pasqua, quindi meritate un bel discorso di quelli che si fanno soltanto quando è rosso sul calendario.
Città e mondo, non è che ve la stiate passando bene, al momento. Lo so, ne stanno accadendo di tutti i colori, e so anche che vi aspettate che passi un po' in rassegna la condizione economico-politico-sociale di questi giorni, ma non lo farò. Però una cosa ve la dico: entrerò in borsa. Nel senso che voglio mettermi a fare l'azionista.
Che titoli sceglierò? Alitalia, ovviamente. Vado sul sicuro, così tiè, mi arricchisco e non se ne parla più.
Come? Alitalia non conviene? Ma che dite?! Siate lungimiranti! Avete capito il discorso della cordata italiana, no? Se il Berlusca ci mettesse del suo, state certi che i titoli salgono, eccome se salgono. E sarà il mio momento: io, che con sessanta centesimi avrò acquistato una, e dico una, azione, la potrò rivendere almeno a dieci euro. Guardate la cosa in proporzione:
25 : 0.60 = 25 : 10
Dev'essere stato in questa maniera che Silviuccio bello si è inquattrinato.
A proposito di borsa, parliamone, ma non in caratteri economici.
Discutiamo della mia borsa, quella che ieri sera mi hanno scippato sotto casa di Altradearfriend. Io stavo camminando serena, pensando ai fatti miei, e tutt'a un tratto mi sento strattonare con forza e la mia borsa, la mia amatissima borsa, mi scivola lungo la spalla. Io la acchiappo, tiro, urlo, il ragazzo che guidava accelera, quello che teneva la borsa mi grida qualcosa, stringe la presa e basta.
La mia borsa prendeva il largo su uno Scarabeo beige senza targa, in mano a due ragazzini che potevano avere al massimo la mia età.
C'era il portafoglio con tre euro, la mia carta d'identità, il codice fiscale, la tessera sanitaria, il patentino del motorino, il foglio rosa, le chiavi di casa, le sigarette, e gli assorbenti [sono donna anch'io, una volta al mese].
Come una perfetta idiota, non mi sono rassegnata ad essere stata scippata, e mi sono messa a correre inseguendo i due deliquentelli e gridandogli dietro bestemmie da camionista.
Quando ho capito che non c'era niente da fare, mi sono fermata in mezzo alla strada, ho ripreso fiato, ho acchiappato il cellulare che tengo sempre in tasca, e ho telefonato al 113.
Cinque minuti dopo, due agenti di una volante dei Carabinieri mi chiedevano di descrivere cosa fosse accaduto, prendevano le mie generalità e cercavano di consolarmi dicendo che, tanto, se non c'erano soldi, probabilmente avrebbero buttato la borsa da qualche parte e che c'erano buone possibilità di ritrovarla.
Altradearfriend e Dearlowe, che arrivavano in quel momento, e mi hanno vista parlare con quei due tizi in divisa, mi hanno guardata con la faccia a punto interrogativo.
Altradearfriend: << LaCapa, che hai fatto? >>
Non "Che è successo?" o "Perché i Carabinieri sono qua?", bensì proprio un "Che hai fatto?".
La borsa, ovviamente, non è tornata alla sua legittima proprietaria. Che poi, non era niente di che. Era una sacca beige, di mia sorella, vecchia di più di sette anni, con un valore affettivo veramente importante. Mio padre non la sopportava, diceva che sembravo un posteggiatore abusivo.
Nel mio periodo writer appassionata di cultura hip-hop, in quella borsa ci tenevo le bombolette appena acquistate, quando mi sono buttata sulla musica e appena avevo soldi filavo in negozio di dischi ci conservavo i cd, ci nascondevo i libri, in estate c'era sempre dentro un asciugamano per tenermi pronta ad andare al mare. A Lipari... A Lipari c'erano i costumi ed i pantaloncini, essenziali per passare da una spiaggia all'altra.
La prima volta che ho preso l'aereo, per andare a Roma, quella borsa è stato il mio bagaglio a mano. Dentro: una macchina fotografica, il caricabatterie del cellulare e della digitale, un libro, il lettore mp3 rotto, e la mappa di Roma.
E poi, il portafoglio. Me l'aveva regalato mia madre a Natale, un paio di anni fa. Soldi non ce n'erano, ma c'era qualche foglio di carta a cui tenevo veramente tanto... Il biglietto dell'AST, Agenzia Siciliana Trasporti, che dalla stazione del treno di Milazzo ha portato me e le Dears al porto da dove, con un altro biglietto che stava sempre nel portafoglio, ho preso l'aliscafo Siremar in direzione di Lipari. Che altro c'era? Il tagliando del biglietto Catania - Roma, quello Roma - Catania, l'abbonamento della metropolitana romana.
Direte: Che te frega? Me frega, me frega... Ogni tanto li tiravo fuori e me li guardavo, e mi piaceva farmi assalire dalla nostalgia. Adesso non posso più, per due cretini che con quello che hanno trovato non possono neanche andarsi a mangiare un panino da McDonald's.
Stamattina sono andata in questura, a fare la denuncia. Una saletta piccola, con le pareti rivestite in legno ed un tizio, dietro una scrivania, che era a metà tra il commissario Winchester dei Simpson ed un tricheco.
Dov'è successo?
Dove portava la borsa?
Saprebbe riconoscere i ragazzi che hanno operato lo scippo?
Su che motorino giravano?
La targa la ricorda?
Cosa conteneva, di preciso, la borsa?
Mi ripete la via dove è accaduto?
Era da sola?
Scusi, la via dove è stato portato a compimento lo scippo?
A che altezza, più o meno?
Ne è certa?
L'orario? Che ora era?
Un'ultima cosa: dov'è successo?
Giuro, ho ripetuto la stessa cosa per quindici volte. Ne ho ricavato tre fogli identici: uno da tenere con me che sostituisca tutti i documenti andati perduti, uno da presentare al Comune per farmi rifare la carta d'identità [che culo, dovrò farmi una nuova fototessera! In quella vecchia, sembravo un uomo pronto per lasciare le sue impronte digitali, nella migliore tradizione criminale made in USA] e un altro da portare alla Motorizzazione Civile per ottenere una copia del patentino.
E ci sarà anche da cambiare la serratura di casa.
Cara città e caro mondo,
e con città intendo tutte le città e con mondo intendo tutto il mondo, oggi mi andrebbe di mandarvi a fanculo senza concedervi diritto di replica.
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in fuck, stronzate in libertÃ
Oggi è il 21 Marzo 2008.
Tizia, ieri mattina, è uscita di casa di buon'ora, ha preso il motorino dal garage, ha messo benzina ed è partita.
Per mille ragioni che non vi spiego, aveva bisogno di stare un po' da sola, di fare un giro col ciclomotore, di prendersi i suoi spazi e respirare, ma sul serio.
Odia il traffico. Quando è in macchina, girarci dentro non l'infastidisce troppo, invece sulle due ruote proprio non lo regge... Cerca di svicolare in ogni maniera possibile, azzarda manovre senza dubbio avventate, scivola da una corsia all'altra con tremenda leggerezza.
Se ieri mattina si fosse trovata nel traffico, avrebbe avuto una crisi isterica, così ha optato per una serie di strade secondarie, periferiche e poco frequentate.
Il due ruote, su quel serpentone d'asfalto e vernice, prendeva rapidamente velocità. Girava l'acceleratore lentamente ma inesorabilmente, non guardava neanche il tachimetro che, trattandosi di un cinquantino, ha la lancetta che si blocca automaticamente a settanta km/h.
Le strade erano favolosamente sgombre, tutte curve larghe e niente incroci.
Più guidava e più si sentiva arrabbiata. Ha tolto una mano dal manubrio e l'ha spiegata come un'ala, nella brezza che la sferzava, mentre il mezzo tremava per la mancanza di stabilità.
Quella sensazione di pericolo non l'ha spaventata. Senza frenare, Tizia ha azzardato una curva piegandosi di lato. Le ruote hanno strisciato, il motorino ha sbandato, e poi è tornata dritta, sicura. Si è avviata allo svincolo con la circonvallazione e, raggiuntolo, non ha rispettato il segnale di dare precedenza e si è immessa nel traffico, lanciata a grande velocità.
Ho abbassato lo sguardo sul tachimetro. Come supponeva, la lancetta era ferma sui settanta, ovviamente superati da tempo. Non ha abbandonato la corsia di sorpasso che un paio di volte.
Un'automobile, davanti a lei, si è spostata sulla sinistra per superarne un'altra. Tizia non se n'è accorta subito, ormai non poteva più frenare né voleva farlo. Si è spostata sulla destra e si è incuneata tra l'auto che stava sorpassando e quella che lo subiva. Se le due macchine avessero sterzato anche minimamente, ci sarebbe stato un bell'incidente. Tizia ha chiuso gli occhi per un istante e quando li ha riaperti il mezzo alla sua destra ha frenato vigorosamente, mentre il pilota di quello alla sua sinistra, non volendo desistere dal portare a compimento la sua manovra, aveva premuto la sua mano sul clacson.
Lei sentiva il cuore batterle forte in petto, aveva il fiatone e sorrideva.
Il motorino, intanto, filava ch'era un piacere sulla circonvallazione lievemente in discesa che, quasi senza svolte, attraversava la città.
Ecco cos'era l'adrenalina. Ecco cosa inibivano i limiti.
Limiti... Non ne voleva sapere niente, dei limiti. Non ieri mattina.
Tizia ha continuato la sua strada senza fermarsi agli stop, zigzagando tra una corsia e l'altra per liberarsi dall'impaccio degli altri viaggiatori, non frenando mai.
Per tutto il percorso non ha pensato altro che, se uno deve morire, tanto vale che lo faccia divertendosi e mandando il mondo a quel paese, piuttosto che aspettando che sia il mondo a farlo.
S'è pentita amaramente di aver indossato il casco. Chissà quanto sarebbe stato bello col vento che spettinava i capelli e li sparpagliava nell'aria.
E cantava, a squarciagola urlava che c'è chi è stato ammaestrato e subisce col capo chinato, noi no.
Che cosa c'entravano gli Articolo 31? Si era svegliata con quella melodia nella testa e non c'era verso che la dimenticasse. Probabilmente, si sarebbe addormentata sussurrandola tra le coperte.
Ormai era fuori città e, tra poche centinaia di metri, il mare avrebbe preso il posto dei palazzi e il sole l'avrebbe abbagliata.
L'aria aveva già un altro odore.
Tizia rallentò piano piano, accostò e si fermò. Respirò a pieni polmoni, si tolse il casco e si sistemò i capelli. Sfiorandoli con le dita s'era stupita: che stupida! Aveva dimenticato che proprio il giorno prima li aveva tagliati corti come un uomo perché quando si guardava allo specchio si odiava, ormai. Aveva voluto cambiare, repentinamente.
Una nuvola oscurò il cielo. Guardò l'orologio del cellulare.
Fece ripartire il motorino, si rimise il casco e tornò in strada, calma stavolta.
Tizia aveva un appuntamento e non voleva arrivare in ritardo.
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in fuck
Oggi è il 19 Marzo 2008.
Sapete cosa ci vuole per spezzare il cuore di una figlia a metà? Lo sapete?
Mia madre lo sa, ma non se ne rende conto.
Vi ricordate quel racconto che ho scritto per quel concorso? Bhè, io, per scrupolo, l'ho messo in bella mostra in soggiorno. Pensavo che mia madre, spolverando, o mio padre, leggendo il giornale, l'avrebbero preso e letto, se non altro mossi a curiosità dal mio nome in lettere cubitali stampato in copertina.
E' rimasto più di dieci giorni là, immobile. L'altro ieri ho preso anche un altro racconto, uno presentato ad un altro concorso un anno fa, e l'ho messo sotto l'altro. Ancora una volta, il mio nome spiccava in grande in copertina.
La casa è stata spolverata, i quotidiani letti man mano che arrivavano...
Stasera non li ho visti più, i due parti della mia mente.
Ho chiesto, tutta contenta, convinta che avessero almeno dato un'occhiata, trovato una sistemazione più consona alle storie di una figlia: << Dove sono i miei racconti? >>
Mia madre mi ha guardato con l'aria di chi non conosce l'argomento.
Ho ripetuto la domanda.
Stesso sguardo.
Io: << I miei racconti. Erano qui, dove sono? >>
Madre: << Ah, quei fogli di carta! Bhè, tuo padre li ha buttati perché causavano disordine... >>
Sono rimasta senza parole.
Io: << Ma erano i miei racconti... >>
Madre: << Che racconti? >>
Io: << I miei... Quelli dei concorsi. >>
Madre: << Quali concorsi? >>
Io: << Il concorso dell'anno scorso. Quello che dovevo andare alla premiazione ma tu non potevi accompagnarmi. >>
Madre: << Non me lo ricordo. >>
Io: << E l'altro concorso, quello di quest'anno. Quello che sono rimasta a scrivere al computer da mezzanotte alle tre, due settimane fa! >>
Madre: << Tu al computer ci stai sempre... Che vuoi che ne sappia, io? >>
Io: << Ma te ne avevo parlato! >>
Madre: << Ho altro da fare. Non posso stare sempre ad ascoltare te. >>
Sono una persona debole, piango. Mia madre è una persona forte, si arrabbia.
Madre: << Non fare la cretina. Perché piangi? >>
Io: << Mamma... Qual è la cosa più importante della mia vita? >>
Madre: << Ancora con questo discorso dell'università! Non ti ci mando a Roma... >>
Io: << Sono seria, adesso. Qual è la cosa più importante della mia vita? >>
Madre: << Tu rimani a Catania. Fuori non ti mantengo. >>
Io: << Mamma, cazzo! Non è questo. Qual è la cosa più importante della mia vita? La cosa che amo più al mondo, quella che quando ne parlo mi brillano gli occhi. Qual è? >>
Madre: << Ma non ti vedi quanto sei oca? Che è? La cosa più importante della tua vita è Marco Travaglio? >>
Ho pianto troppo spesso, per lei. Per il suo disinteresse, il suo menefreghismo. Il suo, e quello di mio padre.
Stavolta non singhiozzavo più, stavolta le mie parole erano chiare, stavolta il fiato non mancava. In fondo, avevo sempre dato per scontato che, almeno questo, lo sapessero. Insomma, mi hanno cresciuta. Se sono così, dovrebbe essere merito loro.
Io: << Marco Travaglio? Ma che stai dicendo? Mamma, sul serio. Rispondi, cazzo. >>
Madre: << Non ho niente da dire. >>
Mia madre ha cominciato ad urlare.
Io: << Mamma, tu non mi conosci... Non mi conosci per nulla. >>
Madre: << Io ci sono sempre stata per te, ti ho sempre accompagnata ovunque mi chiedessi. >>
Io: << Esserci, per te, è accompagnarmi in giro? >>
Madre: << Sei voluta andare a Roma? Ti ci ho mandata. Sei voluta andare a Lipari? Ti ho mandata anche là. Vuoi farti la gita? Ci andrai, no? Io per te ci sono sempre stata anche più che per tuo fratello e per tua sorella... >>
Io: << Roma, Lipari, la gita... Ti sfugge un dettaglio: mi hai detto che se volevo farli, avrei dovuto pagarmeli da sola. Roma sono praticamente scappata di casa. Ti ho detto che partivo una settimana prima del volo. Ho sempre fatto tutto da sola. Non mi hai mai neanche aiutata ad organizzarli. E poi, ripeto, esserci significa darmi il permesso? Un permesso che, tra l'altro, non hai più il diritto di dare. >>
Madre: << Stai dicendo solo stupidaggini. >>
Io: << Tu non sai proprio niente di me. In diciotto anni, non hai capito nulla. >>
Madre: << Io so tutto di te. >>
Io: << Probabilmente, non sai nemmeno qual è il mio colore preferito. Allora, rispondi o no? >>
Madre: << A cosa? >>
Io: << Qual è la cosa che amo fare più al mondo? >>
Madre: << Dormire, mangiare, poltrire. Non fai altro. >>
Ho sorriso, mi sono asciugata le lacrime.
Io: << Sicuramente, una madre che non sa qual è quello per cui sua figlia vive ha fallito il suo compito. E non la conosce come crede. Mamma, è scrivere. Non era difficile, lo sanno anche i muri. E tu, però, non ci sei arrivata. >>
Madre: << Scrivere? Ma che ti credi di essere? Scrivere. Prendi un foglio ed una penna e scrivi, più di questo non sarai mai in grado di fare. >>
Io: << Io, al tuo posto, mi vergognerei di me stessa. >>
Madre: << Vattene. Non voglio più sentirti parlare, per oggi. >>
Mia madre, mi ha fissata come se fossi un'aliena.
Scrivere, porca miseria. Non sapeva che scrivere è quello che mi dà la forza di continuare. Scrivere. E' la cosa più semplice del mondo. Scrivere, dannazione!
I miei racconti sono finiti nella spazzatura [consona sistemazione, in effetti], senza che si siano solo preoccupati di leggerli. Mia madre e mio padre.
Oggi era la festa del papà, anche il suo onomastico.
Si è arrabbiato perché mi ha trovata in lacrime, in piena lite con mia madre, il giorno del suo onomastico, in cui tutti avremmo dovuto essere sereni.
Il quindici era il mio, di onomastico. Non mi hanno fatto neanche gli auguri e non ho detto una parola per ricordarglielo. Se lo sono scordati.
Scrivere, cazzo. Non lo sapeva.
Non c'erano lacrime che tenessero. Sono stata fredda, non ho lasciato che le guance mi si bagnassero ancora una volta di un pianto che né mia madre né mio padre meritano.
Scrivere, anche il più recente tra i lettori del mio blog lo sa.
Questa era l'ultima volta. Ho superato il limite della sopportazione possibile. Con stasera, i miei hanno distrutto ogni fragile ponte mobile che mi legasse a loro.
Ciò che ho, i posti dove mi hanno accompagnato, quello che mi hanno permesso di fare. E' questo, secondo loro, che dovrebbe costituire un rapporto umano. Mi dispiace, io non tengo agli oggetti, non serbo nel cuore il ricordo dei tragitti in macchina per andare ad una festa, non sono devota perché mi hanno detto "sì" quando volevo andare da qualche parte.
Mi dispiace, veramente: a mio parere, un rapporto umano si fonda sulla stima, sulla conoscenza, sul rispetto, sulla comprensione, sulla disponibilità.
Mi chiedo dove le abbiano lasciate, loro, queste cose.
Mi chiedo se, a loro volta, si siano mai chiesti "ho fatto un buon lavoro con mia figlia?". Se anche l'avessero fatto non capisco come abbiano potuto rispondersi, con calma, che sono stati dei buoni genitori.
Non lo sono stati.
Oggi ho sperato, per l'ultima volta, di essermi sbagliata sul loro conto.
Scrivere, cazzo, scrivere.
Se avesse risposto!
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