lunedì, 16 novembre 2009
Perdeva i giorni a chiedere un bacio e a volerne altri cento, come l'amore che fugge da De André.

Li amava tutti, i suoi uomini. Duravano una settimana o due, se arrivavano ad un mese erano anime gemelle, di quelle storie così profonde da immergercisi come in una vasca da bagno con tanta schiuma e olio profumato.
Di mestiere faceva la cassiera in un autogrill nel bel mezzo del nulla della Salerno-Reggio Calabria.
Aveva trentacinque anni, un passato da commessa, barista, segretaria e casalinga prostituta, niente figli, nessun rapporto con la sua famiglia. Ma non perché avesse litigato coi genitori, soltanto perché si annoiava a chiamarli ogni tanto per comunicare d'essere viva, di aver trovato un nuovo lavoro e d'essersi fidanzata con Straniero, camionista napoletano che parlava solo in dialetto, ma talmente stretto che nessuno riusciva a capirlo. Neanche fosse stato inglese, per dire.
Somigliava a Vasco Rossi, Straniero, e lei l'amava perché "Alba chiara" era la sua canzone preferita.
Aveva amato anche CassaDaMorto, che faceva il becchino a Roma ma era di Agrigento e non lo sapeva perché s'era trasferito, visto che pure in Sicilia la gente muore (anzi, muore prima che nel Lazio). Lo aveva amato per il suo essere allampanato e per la sua somiglianza con Lerch, il maggiordomo della famiglia Addams. CassaDaMorto si vestiva sempre di nero ed era un uomo straordinariamente allegro, brillante e ottimista.
Prima di CassaDaMorto c'era stato Pesce, la bruttezza fatta meccanico. Boccheggiava, come un pesce fuor d'acqua, e balbettava, perché non sapeva mai se quello che stava dicendo era la cosa giusta. Il fatto che qualunque cosa dicesse era sempre quella sbagliata confermava i suoi timori e atterriva la sua autostima.
Straniero aveva superato ogni limite sentimentale: erano cinque mesi che s'incontravano con discreta regolarità in una piazzola di sosta a due chilometri di distanza dall'autogrill dove lei lavorava. Lui aveva persino fatto lavare gli interni del suo autoarticolato, perché lei era una signora e non poteva poggiare il suo corpo fragile e mezzo nudo su un sedile ancora segnato dalle macchie di quel panino con la maionese e l'uovo che, nel 1983, c'era caduto sopra e là era rimasto, nonostante l'odore terribile, per i due giorni ininterrotti di viaggio fino alla Romania.
Quando facevano sesso, la chiamava "farfallina", "principessa", "coniglietta" e in mille altre maniere, ma queste tre erano lei uniche che lei riuscisse a capire.

Straniero, una mattina, si presentò all'autogrill con un mazzo di fiori di plastica. La trovò baciare appassionatamente l'Avvocato, che faceva veramente l'avvocato, era ricchissimo, bello come un sole e stupido come un ciuco. S'era innamorata del suo andare in giro in doppiopetto, perché le ricordava CassaDaMorto.

Straniero rimase davanti alla casa a fissarla. Quando lei riaprì gli occhi e riprese il possesso delle sue labbra, incrociò lo sguardo distrutto di lui. Gli sorrise: «I fiori sono per me?», domandò.
«Sì», le rispose lui, glieli diede e se ne andò, dopo aver comprato un panino con la maionese e l'uovo, sperando che fosse della stessa partita di quello del 1983. Morire d'indigestione sarebbe stata una bella morte, a suo ingenuo parere.

Risalì sul camion, Straniero. Doveva arrivare fino a Trieste e di strada ce n'era ancora tanta, lo sapeva.
E sapeva anche che non avrebbe fatto altro che pensare a lei, per tutti i chilometri a seguire.
«La prossima volta, i fiori li compro veri», si disse. In italiano.
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categoria:mi sento artista
mercoledì, 11 novembre 2009
Cara Dearfriend Porno,
so per certo che ti guarderai indietro, tra un po', e riderai di gusto di tutto questo. Ne riderai quando avrai la tua storia da raccontare, quando avrai abbastanza vita alle spalle da poter parlare di quello che hai fatto, di quello che eri, di quello che sarai diventata e di quello che ancora hai da vedere.
Sì, Dearfriend Porno, perché a vent'anni, vent'anni, che pretendi da te stessa? Cosa chiedi alla tua vita?
A vent'anni non sei donna e ti arrabbi se ti danno della ragazzina, ti piace tutto e non cominci niente, non ti piace niente e ti metti a fare di tutto, giochi con gli spasimanti e non ti vuoi innamorare, ma poi t'innamori e non vuoi, fai esami all'università ma mica lo capisci a che ti servono, esci con gli amici, bevi, ti ubriachi, parli con dio, lui non ti risponde e te la prendi con le amiche.
A vent'anni, cara Dearfriend Porno, i racconti sono aneddoti, le fantasie sono possibilità e le speranze non cascano dal cielo, mettitelo in testa.
A vent'anni è tutto più intenso, tutto più vivo, tutto più nuovo.

Hai detto che io non posso capire, che io so quello che voglio e che la mia storia personale ce l'ho. Hai detto che non ho di che lamentarmi, che la tua vita è frustrante, e la mia no, la mia è piena, divertente, senza vuoti, hai detto che sei disillusa e che essere disillusa a vent'anni è una brutta cosa.

Sai, Dearfriend Porno, non è che io campi di illusioni.
E' vero, io so quello che vorrei fare da grande e so che tipo di persona voglio diventare. Però so anche che ci vuole talento, fatica, passione, sacrificio, sudore e costanza. E so che io non ho abbastanza talento, che non mi piace faticare, che la passione brucia per un po' ma poi si spegne, che non so sacrificarmi, che odio sudare e che sono la persona più incostante che io abbia mai conosciuto.
Avevo un sacco di prospettive un paio di anni fa, e adesso mi sembra sia passata una vita. Te lo ricordi, vero, quando io e DearLowe siamo uscite di casa alle 7, a Roma, solo per andare a vedere Tor Vergata? Sì, te lo ricordi. Te lo ricordi quando ho passato mezza estate a studiare per i test di quell'altra università e poi non mi hanno ammessa? Sì, ti ricordi pure questo. E quando avevo considerato che mi mettevo sotto a lavorare per due anni e poi avevo il tesserino da pubblicista e, alla fine, sono rimasta fregata?

Dearfriend Porno, vogliamo parlare dei vuoti?
No, perché qui c'è chi è come l'Emmenthal svizzero, e tu fai finta di non badarci.

Mi risponderai: «Vuoi accontentarti? Accontentati. Io non voglio».

Vedi, mica si tratta di accontentarsi, si tratta di reagire, si tratta dell'aver preso coscienza che la storia la scriviamo noi e mica puoi stare là ad aspettare che qualcuno metta punti e virgole al posto tuo.
La vita te la smuovi tu, sei tu che ti guardi attorno e decidi di darle una svolta, di cambiarla. Sei tu che ti rendi conto che hai pianto abbastanza per uno che ti sembrava il centro del mondo e poi era solo un ragazzo normale; sei tu che inizi a studiare un sacco perché prima ti laurei prima puoi andare da qualche altra parte; sei tu che sali su un treno, con dieci euro in tasca, senza biglietto, e ti prepari mentalmente all'idea di scendere soltanto quando il controllore ti scoprirà, da sola, senza un posto dove andare soltanto perché hai bisogno di viaggiare; sei tu che scegli se affrontarli, i problemi, o fuggirli.

Io, ad esempio, i problemi li circumnavigo. Li osservo a tutto tondo, scopro che non mi piacciono e vado da un'altra parte. Poi mi dicono che sono strafottente, che ho l'aria svagata e magari un po' stupida e chissà che non abbiano ragione, tutti.

Non puoi chiederti di saltare a piè pari i casini che hai se poi non sei disposta a darti la forza per atterrare dall'altra parte senza cadere e sbucciarti un ginocchio, e tu questo non lo vuoi capire.

Dearfriend Porno, io non mi arrabbio mai, e lo sai, eppure sei riuscita a farmi alzare la voce, a farti mandare a quel paese senza ricevuta di ritorno. Giusto per farti capire quanto le hai sparate grosse.
Adesso svegliati, apri gli occhi e fatti un favore: riaccendi il cervello.
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categoria:fuck, stronzate in libertĂ , riflettevo
domenica, 08 novembre 2009
Vanda è un'automobile diversa dalle altre, è una compagna d'avventure, un porto quieto per chiunque voglia guardare la strada che si allunga alle sue spalle.
Le Dears lo sanno, e ne usufruiscono abbondantemente, consce del fatto che guidare è una delle azioni che mi rilassano di più e che se c'è una cosa che amo è fare benzina al faidate.
Vanda mi trascina all'Ostello e all'università, mi porta in periferia o in pieno centro, naviga sull'autostrada e sopporta lo sterrato bianco di certi posti vicini al mare. Vanda è una Panda pronta per un safari, è comoda per dormirci dentro assieme a DearLowe ed ha un portabagagli che, con centoquindicigradiall'ombra, in pieno agosto, teneva al fresco gli alcolici.

Vanda è la mia compagna d'avventure -lo so che l'ho già detto ma le cose importanti è bene ripeterle- e, qua e là, porta i segni di chi s'è messo comodo, non solo sui sedili, ma pure nella mia vita.

C'è Trentatrè, attaccato allo specchietto retrovisore. E' un piccolo giocatore di basket di legno, con la maglia numero trentatrè, appunto. Me l'ha portato Dearfriend Ballerina da Milano la prima volta che c'è stata, quel giorno che, alle cinque del mattino, sono passata a prendere lei e Dearfriend Bellissima, in quel paese tra le montagne dove stanno, e le ho accompagnate all'aeroporto. I loro genitori sapevano che volavano verso Roma con tutte le Dears, invece raggiungevano i reciproci amanti in quel della Lombardia.

C'è il ciddì di Antichità Italiane, con le maiuscole, perché Cocciante e i Pooh meritano le maiuscole. DearLowe sa che, quando vuole vedermi ridere, deve farlo partire, sa che a "La donna del mio amico" non c'è più strada che tenga ed io mi esprimo al meglio delle mie capacità artistiche, sa che Silvia Salemi e Luca Carboni, messi vicini, sono una miscela esplosiva. E' un ciddì di quelli che non ti lascia scampo: devi cantare.
Lo stesso dicasi per quello dal nome esplicativo "Marco Masini e altre melensaggini". C'è stato un periodo della mia esistenza in cui "Vaffanculo" era il mio motto, la mia filosofia di vita, la mia linea di condotta politica. Era un momento arrabbiato e la voce roca di Masini mi metteva allegria, così mi sono fatta la mia compilation di roba sua e la gridavo con Dearfriend Porno, ché un sano fattelametteredovenonbatteilsole non si nega a nessuno.

C'è Rana, che è una rana di carta, gentilmente concessa da Monsieur Déja vu ed attualmente incastrata nella fessura dell'aria (nome tecnico: fessuradell'aria). Rana è rossa ed è stata prodotta nella biblioteca della mia facoltà col volantino di uno sciopero generale, roba da comunisti. Quel giorno avevamo tutt'e due, io e Monsieur Déjà vu, una chupa chups alla cocacola in bocca e facevamo saltare a turno Rana da una parte all'altra del tavolo. Poi dice che all'università non si fa niente di divertente.

Vanda accoglie ogni minuzia, ogni pezzo di roba inutile che le abbandono dentro, e non si lamenta. Vanda subisce le mie sevizie, le mie dimenticanze (e solo una volta m'ha lasciata a piedi senza benzina, auto fedele quale è), i miei soprusi, ma si accontenta delle mie parole dolci quando ci entro, e del mio accarezzarle lo sterzo o la leva del cambio quando in autostrada supero una lanciatissima bmw da ricconi.

Vanda, però, ha dei limiti. Tipo i marciapiedi spartitraffico nelle notti buie, in zone isolate e sconosciute della città.
Se Vanda ci finisce contro ad una certa velocità (è spuntato dal nulla, lo giuro) accusa il colpo. Lo ammortizza come può, ma ci perde un copertone.

E' così che io e le Dears, un paio di sere fa, ci siamo ritrovate circondate da cani randagi con le facce cattive, in mezzo al nulla, e con una ruota a terra.
SeMiRilasso s'arrabbiava con Dearfriend Porno perché non aveva portato la macchina fotografica per immortalare un simile momento, DearLowe faceva mente locale e cercava di capire dove poter andare per farsi cambiare la ruota, Miamiglioreamica mi chiedeva lamentosa di fare attenzione ai canidi, poverini, e sosteneva che, con la ruota così, potevo continuare a guidare, ché figurarsi se il cerchione si rovinava.
Poco dopo, nel parcheggio di un campo da calcio, cinque giovani donne erano circondate da un posteggiatore abusivo e da una squadra di aitanti aspiranti calciatori che, virili, sistemavano la situazione.
Dentro Vanda, Dearfriend Porno aveva trovato, tra le stazioni della radio, l'ultimo successo di Gigi D'Alessio.

Quando sono rientrata a casa, Vanda rantolava. L'indomani mattina l'ho trascinata dal gommista, il quale ha rimesso in sesto la mia provata e fedele amica, grata per le riparazioni.

Tania, l'automobile di DearLowe, non se la sentiva d'essere da meno. Ieri sera, dopo che le Dears avevano visto l'ultimo di Tarantino al cinema, sono salite sulla piccola e rossa Tania e si sono dirette verso casa (Miamiglioreamica, Dearfriend Porno, DearLowe e SeMiRilasso abitano tutte vicine). Guidava tranquilla, DearLowe, quando s'è resa conto che lei girava lo sterzo verso destra e la macchina sbandava a sinistra. Ha accostato e ha dato un'occhiata: c'era una ruota a terra.

Io ero altrove, e stamattina mi hanno raccontato l'incidente di percorso.

Dev'essere empatia, mi sono detta. Empatia tra automobili.
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categoria:stronzate in libertĂ , requiem per il mio neurone
domenica, 01 novembre 2009
Io e le malattie non andiamo tanto d'accordo.
Nel senso che quando posso evitare di ammalarmi evito con immensa gioia.
Il 2009, fino all'altro ieri, è stato un anno privo d'influenza. Scoppiavo di salute, eccetto quelle volte in cui mi ritrovavo per terra e non capivo come c'ero finita.

Dall'altro ieri sono a letto con la febbre. Ma non è una febbre di quelle poderose che uno non si può alzare dal letto e pregherebbe per una supposta, non è una febbre da delirio notturno, da stanchezza sovrumana, da inappetenza e perenne mal di testa.
E' una febbre slavata e un po' insensata, a metà tra il serio ed il faceto. Non è alta, ma neanche bassa. Non faccio questa grande attività fisica, non mi muovo dal letto, però sono energica e di ottimo umore, ho una fame che poche persone civili hanno e straparlo, con tutti e su tutto.
Sorella approfitta di questo mio stato per tentare di uccidermi: ieri mi sono svegliata con i pinguini dei Polaretti che, nella mia stanza, tenevano i piedi dentro le bacinelle d'acqua calda per il freddo. Sorella aveva spalancato le finestre e andava in giro per casa con un pastrano, per difendersi dal clima polare.
Il mio letto era giusto in direzione della corrente d'aria gelida più inclemente.
C'era Leonardo Di Caprio morto un'altra volta, sotto le mie coperte.
«Sorella, scusami, ma perché c'è la finestra aperta?», ho domandato con la voce di Chris Griffin, tentando di trattenere colpi di tosse inconsulti.
«Ma come? Non hai caldo?», ha risposto sorridendo, mentre si stringeva in un maglione di lana spesso una decina di centimetri.

In un impeto di forza bruta, ho chiuso i battenti. I pinguini dei Polaretti mi hanno ringraziata, visibilmente commossi.

Nonostante i mal riusciti attentati alla mia salute, la situazione non ha subito alcun sostanziale mutamento.

Probabilmente, devo rendere grazie all'Aspirina C, all'arancia. Fratello mi ha spiegato che se la shakeri un po' ha lo stesso sapore della Fanta. Mi ha detto anche che l'Aspirina al limone, se esistesse, se la shakerassi un po' avrebbe lo stesso sapore della vodka-lemon, ma un effetto più divertente, e io non voglio neanche sapere perché Fratello, che ancora deve fare diciassette anni, pensi a vodka-lemon e a effetti divertenti.

Che poi, a dir la verità, un piccolo mutamento c'è stato. La mia voce. Prima c'era, adesso l'ho persa.

Questo pomeriggio m'ha chiamata Monsieur Déjà vu soltanto per prendermi in giro, ché quando ho risposto poco ci mancava che mi strozzassi e lui è scoppiato a ridere e non ha smesso per una decina di minuti buoni, e io con lui, ché quasi quasi mi facevo tenerezza da sola però continuavo a parlare, per questo discorso che l'influenza mi mette di buon umore, quindi ero contenta.

L'influenza, mia, mette di buon umore pure Madre. Dovreste vederla.

Stamattina, appena sveglia, ho tentato di cacciare un urlo, qualcosa tipo "mamma, la colazione mica si prepara da sola e, soprattutto, da sola non arriva al mio letto!", perché almeno da malata essere servita e riverita è il minimo che tu possa chiedere. Insomma, tento di cacciare quest'urlo e non sento niente. Sorda non ero, perché Cane abbaiare lo sentivo lo stesso, quindi, a rigor di logica, ero soltanto afona.

Mi sono alzata di scatto, sono corsa da Madre e, confidando sul labiale, ho espresso il mio malessere.

«Sono senza voce», mi sono disperata.
«E poi hai il coraggio di dire che dio non esiste», ha sorriso lei, placida.
 

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categoria:stronzate in libertĂ , requiem per il mio neurone
martedì, 27 ottobre 2009
«LaCapa, ascoltami: dobbiamo inventarci una storia carina per quando le persone ci chiederanno come ci siamo incontrati...»
«Hai ragione, Monsieur Déjà vu. La verità sui modi e sui non-luoghi è meglio tenerla per noi.»

Dunque, è capitato più o meno unannoequalcosa fa. Io ero seduta in un bar, tavolino ad angolo, caffè con una bustina di zucchero e libro tra le mani. Dovevo andare all'università, ma m'ero fermata un po' per i fatti miei, ché ogni tanto mi piace farlo.
Lui è entrato poco dopo, con un sacchetto della Mondadori tra le mani, ha preso posto al tavolino accanto al mio e ha ordinato un caffè. Il cameriere, estremamente antipatico, gliel'ha praticamente sbattuto sotto il naso, senza neanche guardarlo in faccia.

«Scusi, potrebbe portarmi lo zucchero?», ha domandato.

Il cameriere l'ha guardato con disprezzo e ha fatto finta di non sentirlo. Io, che seguivo la scena senza neanche troppa discrezione, ho sorriso.

«Se vuoi, a me le bustine le ha portate...»

Lui m'ha ringraziata, s'è alzato, ha preso lo zucchero e ha sbirciato il titolo del libro che avevo tra le mani.
«Alla fine, Tizia va a letto con Caio e, in pratica, è un incesto. Sempronio se ne va e Vercingetorige muore».
«Rivelarmi la fine del libro che sto leggendo è la maniera sbagliata per attaccare bottone, lo sai?»
«Dovresti ringraziarmi, ti ho risparmiato un sacco di fatica. E' un libro bruttissimo».

E abbiamo cominciato a chiacchierare.
Poi lui ha guardato l'orario, s'è accorto d'essere tremendamente in ritardo a lavoro, m'ha scritto su un foglio di carta il nome della trasmissione radiofonica che stava andando a condurre, ed è scappato.

Entrata in macchina, ho acceso la radio e l'ho cercato tra le stazioni. L'ho trovato, l'ho ascoltato, mi sono divertita. Quando sono tornata a casa, gli ho scritto all'indirizzo e-mail della trasmissione, complimentandomi per il programma.

Ecco, facciamo che è stato così che ci siamo conosciuti, che non è neanche troppo falso perché alcune verità, in queste poche righe, ci sono.

Monsieur Déjà vu, a quei tempi, era fidanzato con il Canedacaccia e, quando mi guardava, lo pensava che fossi carina, e pure che fossi simpatica, però si manteneva ad una certa distanza, perché gli piaceva fingere di non essere uno che tradisce. Si scherzava, da buoni conoscenti, si andava a bere una birra insieme, ogni tanto, si rideva.
Una sera, ci siamo ritrovati in chat, nervosi entrambi.

«Come va?», mi ha domandato.
«Non è il momento», ho risposto.
«Bene».

Monsieur Déjà vu mi ha telefonato.

«Il Canedacaccia mi ha lasciato».
«Ho appena rotto col Batteristalcolizzato».

Siamo scoppiati in una fragorosa risata, non perché ci fosse qualcosa da ridere, bensì perché la situazione era, per usare un aggettivo che a lui piace tanto, grottesca. Ci siamo raccontati le reciproche chiusure, ci siamo vicendevolmente presi in giro, quindi ci siamo salutati.

«Adesso che farai?»
«Intanto, vado a distruggermi d'alcol. E tu?»
«Vado a fare lo stesso».

Sono passate un paio di settimane, poi abbiamo organizzato una serata insieme.

Lui e i suoi due più cari amici, io e le Dears. All'Ostello. Io non conoscevo i due tipi, le Dears non conoscevano proprio nessuno. E' stata una serata terribile.
Non ricordo che ora fosse, ma Dearfriend Ballerina e Miamiglioreamica erano fuggite da un pezzo, lasciando DearLowe e Dearfriend Porno a consolarsi con un mazzo di carte, mentre prendevano piede discussioni sulla pioggia e le temperature. Facaldomal'annoscorsonefacevadipiù.
Quando abbiamo deciso di andare altrove, lui ha lanciato ai suoi amici le chiavi della sua macchina, e mi ha seguita verso Vanda.
Arrivati alla mia auto, lui mi ha spinta contro la portiera, mi ha baciata, e io ho esclamato: «Oddio, no!»
No, perché mi piaceva. No, perché era un errore. No, perché era tutto un déjà vu.

Già visto: un uomo confuso che non vuole farmi soffrire e non ne vuole sapere d'impegnarsi, l'assenza di prospettive, il “non aspettarti niente”, poi “io prendevo la patente e tu facevi la quinta elementare”. Uno che presta libri, che suggerisce canzoni, che fa l'adolescente con me al telefono, fino alle due e mezza del mattino, poi mi prende in giro, mi dice che ha sbagliato amica, perché Dearfriend Ballerina è più attraente di me, e io faccio finta di arrabbiarmi però sorrido e lui “tanto lo sai che ho occhi solo per te”.
Uno che vive in un mondo lontano anni luce dal mio, uno che non avrei mai rischiato d'incontrare se le nostre vite non andassero avanti un po' come l'astronave di Douglas Adams, a propulsione d'improbabilità, uno che s'è scocciato di fare finta e vuole essere sincero, che sostiene che le parole non abbiano granché senso, perché sono le azioni che contano, “e quindi, LaCapa, quello che dovresti valutare non è il fatto che alle sei del mattino ti scrivo una battuta stupida, ma che alle sei del mattino penso a scriverti qualcosa”.
Monsieur Déjà vu il giorno del mio compleanno mi ha trascinata in un bel posto e mi ha dato un regalo, convinto che fosse troppo scontato, invece nessuno ci aveva pensato ad un taccuino su cui scrivere… Compivo vent’anni ed era la prima volta che qualcuno mi diceva “auguri, LaCapa” e poi mi baciava.
A Monsieur Déjà vu ho telefonato quella notte, ubriaca fradicia durante i festeggiamenti per Artista Insoddisfatto, ché era pure il suo compleanno e quando ci sono di mezzo lui, Asparagio e Uomo Riccio è certo che non si rimanga lucidi troppo a lungo. Dicevo, gli ho telefonato, non so bene cosa gli ho detto e lui un po’ s’è divertito e un po’ no, ma l’indomani non avevo alcuna voglia di sentirlo.
Ho pensato che “ecco, ho sbagliato un’altra volta” e mi sono chiesta dove sia finita quella persona che di errori non ne faceva troppi, in fondo. Poi ho capito che perfino le cazzate hanno i loro lati positivi: se non c’è di peggio, si può solo andare a migliorare. E poi fanno ridere.
Sì, perché pare io gli abbia detto: «Senti, io non sono innamorata di te. Ma quando tu capisci che mi sto innamorando, dimmi che intenzioni hai, così mi organizzo». E per affermare una cosa del genere bisogna proprio essere in un meraviglioso stato d'incoscienza etilica.

Monsieur Déjà vu mi ha fatto un discorso, una sera. Eravamo stati al cinema, a vedere “Up” che è un bel film e qualcuno ha detto che sa essere pure commovente, solo che io non mi commuovo, quindi non lo so mica. Insomma, eravamo stati al cinema e lui aveva avuto una bruttissima giornata. Pure la mia non era stata proprio facile facile, a dirla tutta. E mi ha fatto un discorso.
Mentre parlava, io vedevo quella stessa scena, quelle stesse parole e un'altra faccia al posto della sua. Le pause negli stessi momenti, la stessa difficoltà nell'esprimere alcuni concetti, la stessa spiazzante sincerità o convincente presa in giro.
Ero lì, dentro al replay, e desideravo con tutto il cuore essere altrove. Desideravo non avere soltanto vent'anni, non essere ancora una volta troppo piccola, desideravo essere arrivata al momento giusto o almeno in uno sbagliato soltanto a metà.
Le Dears mi avrebbero detto che, in fondo, me le cerco. Coi ventenni le cose sanno essere più facili.
 
Ma le cose facili sono noiose e, probabilmente, non sono fatte per me. Le cose complicate, invece, riescono a sorprendermi.

Come il discorso che mi ha fatto Monsieur Déjà vu. Per la sua conclusione, più che altro. Mi aspettavo un finale fotocopia e me ne sono trovata davanti uno diverso.
Quasi quasi, migliore. Ma questo facciamo che l'ho detto sottovoce.
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categoria:sentimentalismi musicali, riflettevo
domenica, 25 ottobre 2009
Mi si sono smagliate le calze e ho un ginocchio rosso, viola e gonfio, che fa male.

Ero all'Università e fingevo di darmi un tono, fingevo di studiare, di essere una ragazza per bene che nella vita fa qualcosa. Ero là e avevo il computer acceso, per leggere le e-mail, ché sennò si accumulano e il coraggio di smistarle io non ce l'ho. E' arrivato Scrittore Silenzioso, fresco fresco d'America, e abbiamo scambiato due parole. Poi abbiamo saputo cos'era successo e siamo corsi fuori, sotto la pioggia, con la strada bagnata, e io adesso, per la fretta e l'asfalto scivoloso, c'ho un ginocchio rosso, viola e gonfio, che fa male.

C'è quella cosa che chiamano Onda, che è un movimento studentesco di cui s'è sentito, qua e là. Insomma, quest'Onda ribatte e sbatte contro i portoni, urla, li spalanca e poi occupa gli edifici. Se occupa il Rettorato è una cosa importante, almeno per il giornale degli universitari che segue la cosa, perché se è giornale degli universitari è giusto che parli di quello che agli universitari interessa sapere. Tipo che la rediviva Onda ha occupato il Rettorato all'improvviso, e nessuno se l'aspettava.

Il giornale degli universitari ha redattori universitari, tipo la sottoscritta, Scrittore Silenzioso e l'Agnello Sacrificale. Ce ne sono pure altri, ma noi avevamo da fare insieme, quel giorno. Era il compleanno di Agnello Sacrificale, ma lo faranno santo, prima o poi, perché s'era preso lo stesso del lavoro da svolgere e mica s'era lamentato, lui. Insomma, io avevo un vestito nero e le calze, perché sennò non mi facevano entrare nel posto dove c'era il lavoro di cui sopra da sbrigare, e col vestito nero e le calze -smagliate- sono finita in mezzo ad alcune gocce dell'Onda, che mi guardavano un po' infastidite, e mica c'avevano voglia di spiegarmi che avevano fatto e perché.
Non solo m'ero smagliata le calze, in più dovevo sentirli sbuffare prima di dirmi che gli passava per la testa. Non avessi avuto il ginocchio ammaccato, li avrei presi a calci tutti. Pure con la gonna. Le signore, del resto, si riconoscono dai dettagli: se pestano a sangue qualcuno, pur avendo la gonna, senza mostrare le mutandine nell'atto di dare calci rotanti che neanche Chuck Norris, tipo.

Scrittore Silenzioso rideva, Agnello Sacrificale tardava ad arrivare e io bestemmiavo, la femminilità fatta aspirante giornalista con una sigaretta in bocca.

In quindici minuti avevamo finito di scrivere la roba dell'occupazione e mica potevamo riprendere fiato, perché c'era da sentir parlare politici e ingegneri dalle parti del sindaco, c'era da ascoltarli declamare provvedimenti anticrisi e tessere le lodi di decreti nuovi di zecca. Giusto per dare materiale fresco -come il pesce al porto- a Report, ché la Gabanelli ormai su Catania ci campa e fa pure bene.
Il sindaco s'aggiustava la cravatta e io, in terza fila, col computer portatile riferivo di risse ed occupanti confusi, arrabbiati e, già che ci sono, disgraziatamente arroganti.

Mica non avevo nient'altro a cui pensare, però. Ci sono giornate in cui le cose insensate si concentrano nel giro di poche ore e uno vorrebbe tanto fermare il tempo, dire "aspettate, datemi almeno il tempo di cambiarmi le calze, ché queste si sono smagliate", però deve correre da un'altra parte ancora, in mezzo a ministri e gente per bene, si fa per dire. In mezzo a cappotti pesanti, tacchi con la suola rossa, cravatte di seta finissima e acconciature ideate per l'occasione. In mezzo a labbra rifatte e nasi incipriati, a scarpe di pelle fatte su misura e toghe resuscitate dagli armadi impolverati.
E uno deve proprio starci, là dentro, nonostante abbia un po' la nausea a sentire certi discorsi e nonostante non sia visto proprio di buon occhio, perché il vestito è più sportivo della media, e in quelle calze c'è un buco.

Però, poi, è bello sapere che lo fai per una ragione. Una valida ragione.

Non prendi un centesimo, non hai il tempo di respirare e qualcuno si permette di guardarti dall'alto in basso, eppure lo scopo c'è. Imparare a raccontare.

E non si dica che mi accontento di poco.
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categoria:fuck, stronzate in libertĂ , requiem per il mio neurone
venerdì, 16 ottobre 2009
Le prime volte sono le cose che nella vita finiscono più in fretta. E quelle che si ricordano con più intensità.

La prima volta che ho letto un libro si trattava d'un tascabile che davano in omaggio con "Famiglia Cristiana". Non facevo ancora la prima elementare ed imparai a leggere su "Cuore di ciccia", di Susanna Tamaro. La prima volta che ho letto un libro ho creduto che scriverne sarebbe stato il mio mestiere, poi mi hanno regalato una Barbie, io le tagliai i capelli e mi convinsi che, da grande, sarei stata una parrucchiera.

La prima volta che ho ascoltato le parole di una canzone e mi sono commossa era Samuele Bersani che raccontava di un mondo di mostri che chiamano mostro l'unico essere vivente un minimo umano. La prima volta che sono andata ad un concerto era Samuele Bersani che è salito sul palco, ha salutato il pubblico e s'è messo a raccontare di un mondo di mostri che chiamano mostro l'unico essere vivente un minimo umano. Ci ho messo tre secondi per scoppiare a piangere, perché per le stupidaggini piango pure io, che credete?

La prima volta che mi sono ubriacata avevo quattordici anni ed ero alla festa per il diciottesimo compleanno di un amico. Una sbronza allegrissima e divertente. Quella sera ho conosciuto un ragazzo, un diciannovenne affascinante, un po' calvo e barbuto, con una fidanzata piena di fiducia che non aveva alcuna voglia di seguirlo ovunque andasse, anche perché lui coi suoi amici parlava di politica e a lei non interessava l'argomento. Due giorni dopo, io e quel ragazzo facevamo colazione assieme. Era la prima volta che mi prendevo una cotta per uno più grande di me, per di più fidanzato.

La prima volta che ho preso un aereo ero con le Dears e volavo verso Roma, per una vacanza organizzata in poco più di un giorno, il tempo di prendere i soldi e prenotare i biglietti, che costavano pochissimo ed erano stati una botta di fortuna clamorosa. Ci credevo ancora che sarei andata a studiare nella capitale, il giorno della partenza. Al ritorno, invece, sapevo che non ce l'avrei fatta. Per la prima volta avevo accantonato un piccolo sogno.

La prima volta che ho baciato sulla bocca (proprio bocca) un ragazzo, in realtà, era un bambino. Tredici anni lui, tredici anni io. Era un mio compagno di classe e, il primo giorno di scuola mi aveva scritto un bigliettino dicendomi ch'ero la più bella. Io decisi che lui sarebbe stato mio per i tre anni delle medie a venire. Così fu. Ero un'adolescente determinata e vincente. Mi baciò davanti al bagno dei maschi.
«Adesso dobbiamo cambiare le basi del nostro rapporto», mi disse, mentre io pensavo che quel bacio sulla bocca era stato la cosa più disgustosa del mondo. Forse s'era scordato di lavarsi i denti, quel giorno.
«Credo che la nostra storia non possa proseguire», risposi seria e compunta. Poi me ne pentii. Il giorno dopo gli chiesi di rimetterci insieme ma lui di me non voleva sapere più niente.

La prima volta che mi sono innamorata ho perso tutta la fiducia in me stessa perché per lui ero come le porte trasparenti dei supermercati: ti accorgi che ci sono solo quando ci sbatti contro. Lui non ha mai sbattuto contro la sottoscritta, e la prima volta che mi sono innamorata è stata anche la prima volta che mi sono chiesta se ne valesse davvero la pena.

La prima volta che ne è valsa la pena è stata la prima volta che sono andata a letto con un uomo. Per lui era la prima volta con una ragazza per la quale fosse la prima volta, e tremava. Io ridevo, scherzavamo, poi non parlavamo. C'era musica: a lui Samuele Bersani piaceva un sacco. Ecco cos'era fare l'amore.
Quel giorno si spezzò un braccialetto della fortuna che avevo comprato più di un anno prima. Si dice che quando lo indossi devi esprimere un desiderio e aspettare che il bracciale si rompa casualmente, a quel punto il desiderio s'avvererà. Quando me lo legai al polso m'ero innamorata per la prima volta, e avevo desiderato d'innamorarmi di nuovo.

La prima volta che ho fatto solo sesso ero arrabbiata, ero triste, ero delusa e il desiderio di cui sopra non me l'ero scordato. Per la prima volta, dopo, mi sono sentita uno schifo, mi sono rivestita in fretta e sono scappata. Per la prima volta non avevo una grande opinione di me e per la prima volta mi sentivo in diritto di giocare, senza farmi troppe domande. Quella è stata anche l'ultima volta, finora.

Le prime volte di piacevole hanno il senso della novità, il sottile brivido della scoperta. Le prime volte hanno il sapore dell'incoscienza, sono come un tuffo in buco nero.

Tipo: oggi, per la prima volta, sono rimasta chiusa fuori di casa. Pioveva, non avevo l'ombrello, Sorella era fuori, Fratello da un amico, Madre non so dove e le mie chiavi dalla parte sbagliata della porta. Mi sono chiusa dentro Vanda, osservando il diluvio dal parabrezza e, per la prima volta, non vedevo l'ora che Casa LaCapa si ripopolasse. Una sensazione del tutto nuova, una serie di sostanziosi brividi (di freddo).

Le prime volte sanno essere elettrizzanti. Ma, per fortuna, durano poco e tendono a non ripetersi.
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domenica, 11 ottobre 2009
Eccomi ancora, sono Agata, la solita autostima.
Non sono stata interpellata per un po', ma solo per pigrizia, mica perché la situazione sia migliorata. Poi, certo, ci sono quelle cose che rendono necessario un mio intervento, e a quel punto astenersi da un commento sarebbe codardo perfino per chi vi scrive.

«Ma LaCapa crede a tutto quello che le dicono?», ha chiesto il fidanzato di Miamiglioreamica proprio a Miamiglioreamica, qualche giorno fa. Si riferiva al presente con futuro scontato, secondo lui, della mia datrice di lavoro.

No, LaCapa non crede a tutto quello che le dicono. LaCapa, però, crede che la gente, quando afferma qualcosa, la pensi, non crede nella cattiveria ma è fermamente convinta che esista la stupidità, e che anche quella sappia ferire.

LaCapa non concepisce l'idea della "presa in giro", perché la trova una perdita di tempo, oltre che una dimostrazione di infinita infantilità. Sostiene che, soprattutto quando ci sono i sentimenti di mezzo, non ci sia chi vince o chi perde. Un uomo a cui non importa niente di una donna e che la illude solo per portarsela a letto non ha vinto, ha soltanto dimostrato di essere un po' vuoto. Lo stesso dicasi per una donna, intendiamoci.

LaCapa, in fondo, è romantica. Arrossisce per i complimenti, e adora sentirli, però la imbarazzano tantissimo, perché si sente proprio una ragazzina quando sorride perché le hanno detto "oh, quanto sei carina oggi!". E si schermisce, quando li sente, visto che non le hanno mai spiegato come si risponde ad una cosa simile e dire soltanto "grazie" le pare arrogante.

LaCapa non concepisce le bugie e la mancanza di fiducia, non sopporta l'idea che si possa mentirle, perché lei non si arrabbia mai, quindi sarebbe proprio uno smacco volontario. E' la persona più comprensiva ed accondiscendente dell'universo conosciuto, e pure di quello ignoto. Prende tutto con una risata e giustifica. LaCapa giustifica tutti.
LaCapa ha vent'anni ed è ingenua. Ma non è che è ingenua perché ha vent'anni, ché qualcosa le dice che continuerà ad esserlo pure a trenta e a quaranta.

LaCapa non è più di una bambina, e se sapeste quanto sa essere insicura vi domandereste come ha fatto a mettersi in gioco tutte quelle volte che faceva un salto nel vuoto, col rischio di cadere sul duro e farsi molto male. E' che LaCapa ha vent'anni, le dicono tutti che ne dimostra di più, ed è tonta, quindi ritiene che tutto faccia brodo. Che tutto sia utile a capire qualcosa, di sé e degli altri.

LaCapa ha vent'anni. Da oggi.

Una notte, in spiaggia, Dearfriend Ballerina l'ha invitata a riprendersela, la sua età, a smetterla di cacciarsi in situazioni strane più grandi di lei, a mettersi in pausa dal finto gioco che le fa rincorrere un tesserino da giornalista, a concentrarsi sull'hic et nunc, che prevede shopping, discoteche, niente notizie, alcoliche visioni, pochi romanzi, nessuna responsabilità e, soprattutto, una certa dose di immaturità.

Io, che di mestiere faccio l'autostima e la mia datrice di lavoro la conosco come le mie tasche, so che lei non riuscierebbe a vivere così per più di ventiquattro ore.
Le ventiquattr'ore del giorno del suo compleanno.
venerdì, 09 ottobre 2009
L'università è una specie di scarico del gabinetto, nel senso che risucchia tutto, pure le energie.
Sostenere esami, mica tanti, è una fatica che avvince, che lascia con la testa un po' sospesa tra il fatto e il da farsi, che congela la forza di volontà.

Le performance universitarie della sottoscritta, poi, sono indubbiamente sopra la media. Non certo per la valutazione (la mediocrità, in tal senso, è una fanghiglia nella quale crogiolarsi con immenso gusto), ma per la mia provata abilità nel tirarmi fuori, con una battuta o una risposta ironica, dalle situazioni in cui la mia imbarazzante ignoranza potrebbe rendersi evidente.

Quando ho fatto Letteratura Italiana ho domandato alla giovane assistente cui sono toccata in sorte se avesse voglia di vedermi mimare il salto di Giovanni Grasso, attore non troppo gradito a Luigi Pirandello che fu protagonista di una delle prime opere del celebre drammaturgo.
L'assistente mi guardò allibita, sorrise e dichiarò concluso il nostro esame. Avevo preso trenta.

In un'altra occasione, impegnata a discutere di cinema con un critico che seguiva un corso straordinario, non sapevo più su quali specchi arrampicarmi. Avevo dato fondo a tutte le mie conoscenze specifiche e stavo per inventare trame di film non ancora girati. Lui, prima che io palesassi il resto della mia impreparazione, mi interruppe: «Che sa dirmi del regista Antonio Pietrangeli?».
Assolutamente niente, avrei risposto, ma non potevo. Per genialità incompresa o per puro spirito di sopravvivenza, la mia memoria fece uno sforzo immediato: ricordò di quella volta, a lezione, in cui il critico aveva detto, per inciso, che Pietrangeli non era un regista, ma un genio della poesia.
«Bè, professore, Pietrangeli non è un regista», ammiccai. «Pietrangeli è un poeta!»

Le labbra del docente si allargarono, mostrarono i denti, disegnarono sul suo viso una smorfia di pura felicità. Il mio esame terminò lì: ottenni il massimo.

Questa mattina ero tremendamente nervosa. Sapevo di non essere preparata come avrei voluto, di non aver studiato abbastanza, di non essere lucida per via delle notti insonni (ragioni trascendenti, mica lo studio), e poco concentrata per i tanti pensieri.
Il professore in questione è un uomo affascinante e colto, di sinistra e ironico, gioviale e umano. E', sicuramente, uno dei migliori che io abbia mai incontrato lungo la mia strada. Mi dispiaceva, in fondo, rischiare una figuraccia con colui che, senza saperlo, ha pure un cameo nel racconto col quale ho vinto il concorso di qualche mese fa.

Insomma, quando mi hanno chiamata per invitarmi a dar fondo alla mia cultura sulla Filologia Romanza, ho pensato di scappare lontano e non farmi più vedere da quelle parti. Invece, ho deglutito e ho affrontato il mio destino, col piglio di una martire.

Stavolta, si sarebbero occupati di me un paio di giovani ed aitanti assistenti. Cercando di non mostrarmi troppo civettuola col più carino dei due, ammassavo parole, una dietro l'altra, ringraziando i miei poveri neuroni per la buona memoria che mi hanno concesso.
Il professore, che esaminava una mia collega nella scrivania accanto, s'è distratto e ha iniziato a seguire i miei discorsi. Ha voluto vedere il mio libretto, compiacendosi della quantità di materie e complimentandosi per la dialettica con la quale affrontavo l'esposizione del libro che lui aveva dato da studiare. Finito con l'altra ragazza, il professore è intervenuto ancora, questa volta raccontando un aneddoto sui suoi studi.

«Una volta ho analizzato le 1600 occorrenze della parola "come" nella poesia della Scuola Siciliana. Solo per comprendere in quante forme potesse esprimersi la proposizione casuale... »

Io non sono una studentessa modello, non sono una che tace e annuisce. Spesso, sono fuori luogo.
Non sono riuscita a trattenermi.

«Beddu sbaddu», ho commentato sarcastica, in dialetto. Significa, come avrete intuito, "gran bel divertimento".

Gelo.

"Ecco", ho pensato. "Mi sono giocata l'esame. Mannaggia a me e alla mia lingua!"

Il professore è rimasto un attimo in silenzio, poi ha riso di gusto.

«Dialettofona? Mi piace!»

Cinque minuti dopo, stringevo tra le mani un libretto firmato e avevo ancora in testa i complimenti del grand'uomo: trenta.

Io non sono solo due braccia rubate all'agricoltura, sono anche, e soprattutto, una comica rubata a Zelig.
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giovedì, 01 ottobre 2009
Dearfriend Porno è indubbiamente una femme fatale.
Non so se attribuire i suoi successi alla simpatia o allo sguardo ammiccante, alla spigliatezza o alla spontaneità, so soltanto che ho smesso di contarli.

C'è stato il bel cantante-musicista con la voce vellutata, gli occhi grandi, le labbra carnose, un fisico niente male e una chiave di violino tatuata sul piede. Lui le canticchiava Alex Britti, la stringeva come se avesse paura che si allontanasse troppo e la portava, in piena notte, alla ricerca di farmacie ancora aperte. Sì, se Dearfriend Porno aveva mal di testa lui non la lasciava andare senza averle prima comprato le Moment.

C'è stato il milanese bellissimo, quello che Dearfriend Ballerina è rimasta a bocca aperta, la prima volta che l'ha visto, e Miamiglioreamica, prima di stringergli la mano, ha esclamato "minchia" e poi s'è messa le mani sulle labbra, arrossendo, sperando di non aver pensato a voce alta. Lui l'ha preferita a tante altre e, ogni estate, quando torna nel profondo sud, non riesce a fare a meno di saltarle addosso se solo la incontra per strada.

C'è stato CameriereFigo, all'Ostello. Il giorno che i suoi occhi hanno incrociato quelli di lui, gli ormoni di Dearfriend Porno sono saliti sulle montagne russe. Lui aveva un piercing sul labbro inferiore, lei disse, sussurrando a DearLowe, che glielo avrebbe strappato volentieri nella foga della passione. Due settimane dopo, Dearfriend Porno mordicchiava quel delizioso piercing, mentre CameriereFigo badava che nessun altro le si avvicinasse. Nel frattempo, ovviamente, MisterCameriere2008 taceva e sorrideva, e io mi disperavo.

C'è stato l'amore di tutta una vita, l'indimenticabile batticuore adolescenziale. Lui, bello e simpatico, neanche a dirlo. Lui, che non può sopportare di vederla con qualcun altro senza dar di matto; lui, che le prepara sorprese che neanche nei film; lui, che la bacia, l'ama mentre lei scappa, la rincorre e poi si tira indietro, orgoglioso.

C'è stato il triestino (neanche ve lo dico che era bello pure questo) che, quando lei ha compiuto diciott'anni, le ha scritto una lettera lunga diciotto pagine, con le diciotto ragioni per le quali non si può non avere voglia di baciarla.

Dearfriend Porno, lo ribadisco, è indubbiamente una femme fatale.

L'ultima vittima è Comelovuoi. Comelovuoi lavora nella più nota gelateria del centro, ha ventott'anni, è sempre abbronzato, i denti dritti e bianchi, gli occhi e i capelli scuri. Comelovuoi ha sempre avuto un sorriso particolare per Dearfriend Porno. Non si sa come, ha scoperto il suo nome, l'ha cercata su Facebook e l'ha aggiunta tra i suoi amici. L'ha tampinata in chat e s'è mostrato concorde con un biscotto della fortuna che diceva, cito testualmente, "qualcuno desidera il tuo corpo".
Dearfriend Porno m'ha mostrato le foto di Comelovuoi e io ho esclamato: "minchia". Fortuna che lui non era presente, ché pensare ad alta voce, in quel caso, sarebbe stato parecchio imbarazzante. I quadratini della tartarughina addominale, in Comelovuoi, si potevano contare.

Qualche sera fa, io e Dearfriend Porno ci siamo ritrovate in gelateria. Comelovuoi s'è illuminato.
Dearfriend Porno non ci ha fatto caso e, sovrappensiero, ha deciso i gusti che voleva.

«Yogurt, fragola... Comelovuoi, ti spiacerebbe metterci anche una puntina di banana?»

Comelovuoi ha sgranato gli occhi, quasi non credeva alle sue orecchie. Le ha chiesto di ripetere, Dearfriend Porno è arrossita, io respiravo a stento, tra una risata e l'altra.

Comelovuoi ha accontentato Dearfriend Porno, ammiccando. Preparava il gelato come se non potesse fare niente di più bello, come se la fatica di un'intera giornata dietro al bancone gli fosse scivolata di dosso.

Dearfriend Porno deve avere qualcosa addosso, qualcosa di speciale. Prima o poi, riuscirò a farmi spiegare cos'è, lo giuro.
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mercoledì, 30 settembre 2009
In quel momento apparve la volpe.

"Buon giorno", disse la volpe.
"Buon giorno", rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
"Sono qui", disse la voce, "sotto al melo... "
"Chi sei?" domandò il piccolo principe, "sei molto carino... "
"Sono una volpe", disse la volpe.
"Vieni a giocare con me", le propose il piccolo principe, "sono così triste... "
"Non posso giocare con te", disse la volpe, "non sono addomesticata".
"Ah! scusa", fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
"Che cosa vuol dire 'addomesticare'?"
"Non sei di queste parti, tu", disse la volpe, "che cosa cerchi?"
"Cerco gli uomini", disse il piccolo principe. "Che cosa vuol dire 'addomesticare'?"
"Gli uomini" disse la volpe, "hanno dei fucili e cacciano. È molto noioso! Allevano anche delle galline. È il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?"
"No", disse il piccolo principe. "Cerco degli amici. Che cosa vuol dire 'addomesticare'?"
"È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami...
"Creare dei legami?"
"Certo", disse la volpe. "Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo".
"Comincio a capire" disse il piccolo principe. "C'è un fiore... credo che mi abbia addomesticato... "
"È possibile", disse la volpe. "Capita di tutto sulla Terra... "



Questa la riprendo da "All'arrembaggio", il tumblr di Hook, e gliela dedico pure, ché lo so che "Il piccolo principe" è una citazione ormai logora, però c'è quel discorso dell'addomesticarsi che a me, che c'ho vent'anni (quasi) e sono ingenua e sprovveduta, piace proprio tanto.
Dev'essere quella cosa del bisogno reciproco, l'idea che nonsocomesifannolecrepesechiamote & devirammendareuncalzinomatiseipuntoconlospillovuoilamentartiechiamime.
Sì, dev'essere proprio questo.
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categoria:sentimentalismi musicali
lunedì, 21 settembre 2009

«La tua biografia? Potrei scriverla io. Metti che, quando avrò appena sessant'anni e tu quasi settanta, io sia ancora una giornalista fallita ed insoddisfatta e tu sia il nuovo Eugene Smith, non mi daresti neanche la possibilità di raccontare la tua vita?»

«Tieniti informata e scrivila postuma. Lascio scritto nel mio testamento che potrai farlo, e un sacco di problemi saranno belli che risolti...»

«Ma postuma significa che devo mettermi a cercare gli amici che ti saranno sopravvissuti, le tue donne. Dovrei visitare i posti in cui sei stato e conoscere i parenti che ti saranno rimasti... Sarebbe un lavoraccio! E' molto più semplice se tu sei ancora vivo e mi racconti che cosa hai fatto dai quattro ai sessantacinque anni, no?»

«Ti chiamo al mio capezzale, in punto di morte, ci chiudiamo in una stanza per tre giorni. E ti racconto tutto».

«Tutto?»

«Tutto. Una camera, un letto. Poca luce che filtra da una finestra, io tento di stare seduto sopra le coperte, alla meglio. La mia voce ancora più roca e bassa, altro che sussurrare. I capelli? Saranno solo un ricordo lontano. Ma la barba ci sarà ancora, bianca. Tu con un vecchio registratore e i ricci bianchi e arruffati, come un nido innevato. Fumerai tabacco, ancora. Avrai le mani tremanti, e userai il bocchino, vintage e di classe. E io, una pipa di legno».

«La scatoletta?»

«Non la userai più da tantissimi anni, sarà sformata e con le scritte illeggibili. L'avrai cercata per tutta la casa, tra scatoloni pieni di cose vecchie e foto ingiallite, e l'avrai messa dentro quella borsa, quella che in gioventù avevamo uguale. Mi troverai con il comodino zeppo di libri di una vita ormai passata: Baricco, Palahniuk, i tuoi libri».

«E Pennac? “Come un romanzo” non dimenticarlo, per favore...»

«Tu indosserai ancora maglioni sformati, di colori un po' più seri, però. Forse sarai vestita di beige».

«Nella tua stanza ci sarà ancora uno specchio. E, probabilmente, la stessa bacheca fatta con lo spago, cui saranno attaccate altre fotografie. In bianco e nero. Nessuna effetto seppia, perché anche da vecchio lo odierai, l'effetto seppia. Saremo vecchi e non potremo berne, ma sulla tua scrivania avrai messo un vassoio: una bottiglia di vino rosso e due calici».

«In sottofondo, vecchia musica di gente che da tempo ha smesso di suonare e quasi nessuno ricorda più. Nel futuro, la memoria sarà sempre più corta».

«Note sgualcite, stropicciate di ricordi...»

«E poi finiremo a raccontarci tutt'altro, noi».

«Non è difficile immaginarci, vecchi, a perdere le fila di discorsi da fare, impegnandoci in conversazioni un po' su tutto e, per il resto, su niente. Per giorni».

«Buonanotte, LaCapa. Vado a cercare il sonno».

«Buonanotte, Parolaio. E buona ricerca. Il sonno ama fuggire, nascondersi dietro gli angoli o in fondo ad un bicchiere di vino».

 

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categoria:sentimentalismi musicali
giovedì, 17 settembre 2009
E' capitato, una volta, che io e Dearfriend Porno ci trovassimo in macchina e parlassimo. Eravamo stanche entrambe, stanche di tante di quelle cose che non saremmo neanche state capaci di elencarle tutte. Vanda macinava chilometri e io e Dearfriend Porno ridevamo di noi, sotto un cielo buio e nero, in mezzo a vie senza illuminazione in pieno centro città.

Dearfriend Porno ha abbassato il finestrino, nel freddo di febbraio, ha messo la testa fuori e ha urlato verso le stelle che non c'erano: «Dio? Ci sei, dio?»

Io e lei non siamo proprio credenti, cioè, non lo siamo per nulla.

«Dicono che esisti, dio», ha continuato Dearfriend Porno «quindi, se ci sei, ti pregherei di battere un colpo, come in una seduta spiritica. Dai: uno, due, tre. Batti un colpo!»

Io la guardavo mentre, con gli occhi un po' lucidi, gridava e rideva, rideva e gridava. Gli stessi occhi ce li avevo io, quella sera, e pure la voglia di strillare finché avessi avuto voce, però lasciavo fare lei, ché in comunicazione è più brava di me e, se vuole, sa farsi ascoltare.

«Vedi, dio, ci sarebbe proprio da chiederti qualcosa, tipo: ma non ti senti un pochino in colpa? Non dico soltanto per le cose brutte che succedono in giro per il mondo, dico per me, visto che c'ho una gran voglia di essere egoista, stasera. Il bello è che uno può chiamarti per giorni, e tu non rispondi, non ti fai sentire, non accenni nemmeno a scuoterti dal tuo torpore. Che t'ho fatto? Dimmelo, cosa ho fatto? In un'altra vita devo essere stata una persona pessima, evidentemente... Dev'essere la legge del contrappasso: nella vita andata mi sono comportata male, in questa mi butti addosso una sfiga cosmica qualunque cosa io faccia.
«Dio, non ti offendere, ma in millemila anni di storia non sei riuscito ad imparare a fare il tuo lavoro. Quel povero Cristo di Gesù s'è impegnato, è sceso qua nel sottoscala e ha fatto un po' di scena, tipo sangue e crocifissioni. E dopo? Niente. I tempi cambiano, dio. Ce l'hai un numero di cellulare? Un indirizzo e-mail? Un contatto msn? Un profilo su Facebook? Se non hai un profilo su Facebook è sicuro che non esisti, lo dico sul serio.
«Parliamoci chiaramente, dio, se la gente fosse un minimo furba ti avrebbe mandato a quel paese da un bel pezzo, e se io fossi un minimo furba non starei in questa macchina, adesso, in mezzo alla strada. Forse, se fossi un minimo furba, sarei ad ubriacarmi disperatamente. Con una canna in mano.
«Dio, non vorrei sembrarti infantile: sento spesso che le persone ti chiedono qualcosa, tipo di vincere al superenalotto, di finire di pagare il mutuo prima dei centododic'anni e, soprattutto, d'innamorarsi, sposarsi e non divorziare mai. Sono pazze, totalmente pazze. Ma lo sanno che significa innamorarsi, loro? E' una cosa che fa un male cane, che ti fa perdere non so neanche più quante notti di sonno, che ti fa gli occhi languidi e che ti fa attribuire alla gente diminutivi scemi.
«Dio, un desiderio lo voglio esprimere pure io, neanche tu fossi il genio della lampada: fagli venire, a quel disgraziato che mi sta facendo parlare da sola da mezz'ora, un clamoroso e devastante attacco di dissenteria. E vaffanculo.»
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