domenica, 05 luglio 2009
Le premiazioni mi gettano nel panico.

Non ci sono molte ragioni particolari, eccetto il fatto che ho il terrore che la gente non voglia far altro che ridere di me.

L’anno scorso è capitato che dovessi essere premiata per un’altra cosa che avevo scritto, e insomma ho rischiato di farmi linciare perché goffa come sono, una volta salita sul palco, ho avuto la geniale idea di urtare il quadro che aveva vinto lo stesso concorso, per un’altra sezione.

Vi lascio immaginare il mio imbarazzo. E lo sguardo della pittrice vincitrice.

Stanotte ho fatto un sogno, un sogno terribile, e visto che mancano ancora tre giorni alla premiazione non oso pensare a quello che potrei sognare la sera prima.

Nella mia nitidissima visione onirica, c’ero io nell’auditorium dell’Università. Le poltrone, davanti a me, erano tutte occupate. C’erano le Dears, i consorti di Miamiglioreamica e Dearfriend Ballerina, c’era E’solounamico, c’era Cerveza col marito, e Compagno, il fidanzato di Dawning, ma Dawning no (perché sarà a Bologna, quel giorno), c’era la redazione di Step1 al completo, e qualcuno dei cugini acquisiti di Radio Zammù, sempre sorridenti, c’erano Batteristalcolizzato e il Parolaio, Artista Insoddisfatto, Asparagio, e Collega Tofu seduto tra DolceAgnellino e SeMiRilasso, e non chiedetemi perché. C’erano il Bifolco e il Fratello di Dearfriend Porno, però non parlavano e non capisco come mai.

Io stavo sul palchetto, accanto ai volti noti dell’Università. A destra c’era il Rettore, e a sinistra il Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, con una cravatta giallo canarino.

Insomma, c’era tutta questa gente e io dovevo leggere un estratto dal mio racconto, e più le guardavo più le lettere diventavano piccole piccole piccole, e io dovevo dire che non ci vedevo, e allora mi accorgevo che mi mancava anche la voce, e allora provavo a muovermi ma ero bloccata e nessuno pareva si rendesse conto del fatto che ero terrorizzata perché stavano tutti lì, coi loro sorrisi stampati, immobili e sembravano i personaggi di “Indovina chi?”. E non riuscivo a scappare.

E loro si aspettavano qualcosa, da me. Si aspettavano una battuta divertente, o che leggessi ispirata, o che facessi un discorso serio ed impegnato. Invece io non ero assolutamente in grado di fare niente.

E li deludevo, uno dopo l’altro.

D’un tratto mi ritrovavo sola, in un auditorium vuoto. Crollavo per terra e piangevo, mentre le lacrime bagnavano i fogli della mia storia, bianchi. Non c’era una sola parola sopra.

 

Non ci vuole Freud per interpretare questo sogno, o sbaglio?
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categoria:requiem per il mio neurone
venerdì, 03 luglio 2009
Il Fantamusicista veniva da una giornata di lavoro intenso.
Il suo capo, un architetto molto noto e molto mafioso che aveva uno studio proprio in centro città, aveva miracolosamente perso un lavoro. C'era da progettare un nuovo, immenso ed inutile centro commerciale, per confermare il luogo comune secondo cui a Catania ogni cittadino ha un colosso degli acquisti personalizzato.
L'architetto, inventando nuove lingue per bestemmiare, aveva chiamato il Fantamusicante nel suo ufficio e gli aveva addossato tutta la colpa.

Era solo demerito suo, schiavo prediletto al servizio delle costruzioni creative, se s'era persa una così importante gara d'appalto, peraltro truccata.

Il succo della sfuriata era stato uno stipendio dimezzato, che si traduceva in una settimana -probabilmente di più- senza pizza con gli amici.
Il Fantamusicante era tornato alla sua scrivania, aveva preso il pacchetto di Winston blue dal cassetto ed era andato a fumare vicino alla finestra.

«Porca puttana, dovrei smettere. 'Ste cazzo di sigarette mi costano troppo...», s'era detto prima di tirare una vigorosa e nervosa boccata.

Niente "buon anniversario" alla moglie, niente "ti regalo un anello, così pensi che la lascerò e non mi tieni il broncio" all'amante.
Ecco, lo stipendio dimezzato non ci voleva.

Finite le otto ore canoniche, tre delle quali passate a cercare di recuperare su Facebook i ventisette membri della classe del liceo, aveva tolto il disturbo dall'ufficio.

Renault Megane bianca del 2002, pagata con l'ausilio parentale: il suo orgoglio.
Portava i segni di un paio di incidenti causati il primo dalla sua ubriachezza, il secondo da quella altrui. Per la gioia dell'assicurazione.
Appena entrato nell'auto, la moglie gli aveva telefonato, puntuale come un orologio svizzero.

«Amore, non dimenticare di comprare il pane...»
«Va bene. Il tempo della strada e sono a casa. Metti sul fuoco l'acqua per la pasta, intanto».

Si era talmente rassegnato alla sua squallida esistenza basso-borghese che non tentava neanche di cambiarla.

Traffico. Ingorgo. Sarebbe arrivato tardi per cena, avrebbe trovato la pasta fredda, nel piatto, coi maccheroni tutti attaccati e la moglie ammutolita, a tavola, arrabbiata perché non solo s'era dimenticato di comprare il pane, ma pure le aveva mentito sull'orario del ritorno.

Semaforo rosso. Ci mancava soltanto questa.

Aveva acceso la radio, e messo, come al solito, The dark side of the moon.
Istantaneamente, sul suo viso s'era dipinto un sorriso.
Staccate le mani dal volante, aveva cominciato a muovere le dita per aria. Due bacchette immaginarie disegnavano nell'abitacolo il ritmo della batteria, poi si trasformavano in un basso deciso e costante. Pochi secondi dopo, quella che il Fantamusicista aveva in mano era un'orgasmica chitarra, ché i Pink Floyd sono sempre i Pink Floyd, porca miseria.

Insomma, prove tecniche di air band.

Nella macchina davanti alla sua, una ragazza osservava i di lui gesti grazie allo specchietto retrovisore. E rideva, immaginando la giornata di quel quarantenne sull'auto bianca.

Il verde era scattato.

La ragazza aveva ingranato la marcia e Vanda era ripartita, salutando il Fantamusicista e la sua Renault, che lasciavano scivolare lo stress sulle corsie delle vie del centro cittadino.

Mai come ieri il traffico m'è sembrato tanto rock&roll.
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categoria:stronzate in libertĂ , requiem per il mio neurone
lunedì, 29 giugno 2009
[Sottotitolo: LaCapa per negozi in tempo di crisi]

Fare shopping con me è un’esperienza extrasensoriale per godere della quale bisogna avere uno stomaco forte.
Delle Dears, soltanto due hanno accettato di svolgere l’ingrato compito di accompagnarmi nelle compere, mentre le altre si sono date ad una fuga di classe: “Mi dispiace, LaCapa, oggi non possiamo. Dobbiamo risolvere la controversia tra la Cina e il Tibet!”.

Dearfriend Ballerina, un anno fa, mi convinse che potevo mostrare le gambe. Vi spiego: io e l’abbigliamento non siamo mai andati troppo d’accordo, probabilmente perché i miei gusti in fatto di vestiti trascendono i secoli. Non avete idea di quanto mi piacerebbe girare per la città vestita come se fossi la femmina del capo di una tribù di austrolopitechi.
Entrando in questo o in quell’altro negozio, Dearfriend Ballerina mi rifaceva il guardaroba –rigorosamente in periodo di saldi– come le migliori personal shopper delle dive di Hollywood.

«LaCapa, devi capire che i maschi sbavano dietro qualche centimetro in più di pelle scoperta. MisterCameriere2008 non potrà non cedere al fascino dei pantaloncini corti, tanto più che ti fanno un bel culo, ché se fossi lesbica mi ti farei…»

Uscita dal camerino di prova, con quei pantaloncini, mi sembrava quasi di essere un attentato alla pubblica decenza.

Ma Dearfriend Ballerina sorrideva: «LaCapa sei proprio figa, così.»
LaCapa: «Ma non sono troppo corti? Insomma, si vedono le cosce…»
Dearfriend Ballerina: «Sappi che non hai possibilità di decisione. Mi piacciono, li prendi.»

Acquistai quelli e una magliettina che, per non so quali virtù celesti, mi fa le tette più grosse di quanto in realtà non siano e fa apparire quasi inesistente la pancetta da maiale pronto per andare al macello che mi ritrovo.

Ieri pomeriggio ho telefonato a DearLowe.

LaCapa: «Ho bisogno d’aiuto.»
DearLowe: «Che succede?»
LaCapa: «Credo di aver bisogno di fare shopping.»
DearLowe: «Tutto bene, LaCapa? E’ successo qualcosa di grave?»
LaCapa: «Credo di aver bisogno di fare shopping.»

DearLowe, nonostante la stanchezza e lo studio matto e disperatissimo da affrontare, mi ha dato appuntamento in centro, davanti al negozio più carino ed economico (vi ricordo che le finanze sono quelle che sono, e che lo so che i saldi cominciano tra pochi giorni, ma il bisogno di shopping va assecondato, una volta all’anno).

Mi ha trovata poggiata al muro, con una sigaretta in bocca, vittima di un certo nervosismo.

LaCapa: «DearLowe, sappi che fare shopping è l’occupazione che odio di più. E sappi anche che le mie ultime compere sono stati un paio di pantaloncini e una maglia, un anno fa, con Dearfriend Ballerina.»

Su DearLowe s’è posato un fascio di luce divina, una lingua di fuoco le ha conferito la capacità di trovare qualsivoglia taglia per qualsivoglia abito e di conversare amabilmente con qualsivoglia commessa le si parasse davanti. DearLowe, investita della missione evangelica, ha cercato di rendermi donna senza che io dovessi vendere Vanda per pagare lo scontrino.

Quando sono entrata in camerino, avevo sotto braccio sette vestiti e una t-shirt che, secondo DearLowe, poteva tranquillamente diventare un carinissimo abitino da aperitivo.

DearLowe: «Il primo no, il secondo fa schifo, il terzo sembra una tovaglia da tavolo, il quarto potrebbe andare bene, ma dovresti passare una settimana al mare prima di metterlo, perché bianco su bianco fa un po’ effetto-cadavere.»
LaCapa: «DearLowe, sai qual è la cosa veramente tragica? Che ci vuole più tempo a levarli che a metterli questi vestiti qua.»
DearLowe: «Invece di lamentarti, finisci di provare la roba che t’ho preso. In fretta.»

Sì signora. DearLowe, in una vita passata, era un colonnello dei marines.

Ovviamente, l’unica cosa che addosso a me non sembrasse uno straccio, era l’ultima che ho provato. Naturalmente, prima dovevo sottopormi all’umiliazione di una ridicola passerella davanti allo specchio con addosso lenzuola e coperte varie.

DearLowe: «Ecco, questo dovrebbe andare bene.»
LaCapa: «Ma non sono ridicola?»
DearLowe: «Certo che lo sei, adesso. Dopo il training autogeno, però, la cosa sarà alquanto limitata…»
LaCapa: «Cioè, dovrei girare per casa con questo coso addosso e dirmi, da sola, “sei bellissima, sei bellissima, sei bellissima”?»
DearLowe: «”Bellissima”... Adesso non esageriamo. Può bastare un “sei carina”, okay? Adesso cerchiamo le scarpe.»

Lasciare i soldi alla cassiera è stato un dolore che avevo dimenticato. Considerate che i miei acquisti non superano mai gli otto euro, di norma: o compro l’essenziale per fumare (tabacco, cartine, filtrini) oppure libri in Universale Economica Feltrinelli.
Trovati anche i calzari (la dico alla romana, perché sono di quel genere là, e lo so che si portano adesso, ma a me sono sempre piaciuti –ricordate il discorso dei miei gusti che trascendono i secoli?), la mia soglia di sopportazione aveva superato il limite d’allerta.
Due negozi, due perdite monetarie. Le lacrime del mio portafogli.

Tornata a casa, la LaCapa Famiglia ha sentito l’esigenza di commentare i miei acquisti.
Padre, Madre, Sorella e Fratello hanno atteso in camera mia che io indossassi le compere appena fatte. Quando sono passata loro davanti, con le etichette ancora ben in vista, nessuno ha fiatato.
A rompere il silenzio, ci ha pensato Sorella.

«Sei così grassa che sembri una donna incinta, che schifo.»

Padre e Madre, contemporaneamente, si sono allontanati dalla stanza, soavemente affermando:

«Almeno, i soldi erano i tuoi.»

Fratello era rimasto la mia ultima speranza. Lo guardavo come Bambi avrebbe guardato mamma-cerbiatta se avesse saputo che sarebbe morta di lì a poco.

«Vedi, LaCapa, a me il vestito piace, e ti sta pure bene. Anche le scarpe non sono male, però se ti mettessi i tacchi sarebbe ancora meglio. In ogni caso, so che non ci sai camminare ed è meglio star comodi che apparire alte a tutti i costi, no? Certo, così sembri ancora più corta di quanto tu non sia.»

Fratello non mi aveva demolita, Fratello era stato quasi cortese. Avevo gli occhi brillanti, e un sorriso scemo. Avevo vinto.
D’un tratto, Fratello riapre la bocca e continua:

«Sai qual è il problema? Puoi metterti qualsiasi cosa tu voglia, ma per sembrare bella devi cambiare faccia. E quello costa un po’ di più dello shopping.»
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categoria:stronzate in libertĂ , requiem per il mio neurone
giovedì, 25 giugno 2009
Io non lo so che dovrei dire, adesso.
Forse dovrei solo ringraziare la mia buona sorte, che ogni tanto mi accompagna. Forse dovrei congratularmi con Agata, che penso una certa soddisfazione se la sia presa pure lei.
Forse dovrei spiegarvi quello che è successo.

Io della mia vita voglio farne un romanzo, non nel senso che mi piacerebbe scrivere la mia autobiografia, bensì nel senso che vorrei il mio nome su una copertina, almeno una volta, una soltanto.

Non so se ho il talento che serve, non so se ho la forza d'animo per accettare le critiche che, sicuramente, riceverei, non so se ho il coraggio per perseguire un sogno grande quanto una casa, o meglio, grande quanto una libreria immensa.

So che quando mi capita qualcosa, scrivo. Scrivo, perché metabolizzo, per il piacere sottile di raccontare, per la passione indefinita che cresce ogni volta che una parola segue un'altra parola, e poi un'altra e ancora una.

Avevo una storia, tempo fa. Una storia in cui avevo riposto tanto amore, e non solo quello. C'era un Parolaio che era l'uomo di cui parla Eugenio Finardi in una bellissima canzone. Un uomo dolce e duro nell'amore, che sa come prendere e poi dare, che fa sentire la sua donna intelligente, bella, porca ed elegante, come se fosse nuda tra la gente, oppure santa come un diamante. Un uomo che ricordi alla sua donna che sa amare, un uomo che sappia rassicurare, che la faccia osare di sognarsi come non è mai riuscita ad immaginarsi.

Avevo questa storia e la stringevo tra le dita, finché m'è scivolata.

Dopo, ho scritto. Ho raccontato. Pagine e pagine di emozioni senza filtro, di descrizioni di quell'uomo che odora di fumo denso, di tabacco e vino.

Ne è uscito qualcosa. Dieci pagine di verità, di rabbia e di dolore.

Spremute d'occhi, lacrime da bere, pianto di cui ubriacarsi.

Non avevo più niente, eccetto questo. E questo ho dato, con tutta me.

Ho scritto. E ho lasciato il giudizio ad una giuria per un concorso, sicura di non vincere.

Non l'ho più riletto, eccetto una notte, nel posto dove tutto era ambientato, accanto al Parolaio che mi ascoltava, a cui stringevo la mano ogni tanto, e che fingeva di non rendersi conto quando la mia voce usciva rotta, incerta e strozzata.
Ridevo, di momento in momento. Perché non ricordavo quante cazzate avessi scritto, non m'ero resa conto di quanto mi fossi aperta e di quanto avessi lasciato di me, là dentro.

Oggi ho ricevuto una comunicazione, dalla giuria di quel concorso. Pare che la mia storia col Parolaio abbia vinto, sulla carta. Ha vinto 2.500 euro, spendibili in un viaggio, sulla carta.

Il cuore mi batteva forte forte, mentre mi si diceva "hey, sei arrivata prima".

Sì, sono arrivata prima.

Complimenti, abbracci e baci. Felicità, più o meno. Dagli altri, dalla gente.

Batteristalcolizzato non mi ha detto "brava!", il Parolaio s'è limitato ad un "potevi fare di meglio, chissà com'erano gli altri racconti che sono arrivati". Grazie, eh. Grazie mille. Gli uomini che mi scelgo per farmi un minimo sorridere sono i migliori, c'è proprio da ammetterlo.

Ad ogni modo, bè, ho vinto. E parto, vado, via.
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categoria:fuck, stronzate in libertĂ 
mercoledì, 24 giugno 2009

Siete i lettori più belli del mondo, lo sapete?

Siete i lettori più belli ed intelligenti del mondo, ve l’ho mai detto?

Siete i lettori più belli, intelligenti e simpatici del mondo, ne siete consapevoli?

Bene. Siete i miei lettori, e io favori ve ne ho chiesti pochi, in due anni che questo blog qua si trascina nell’etere del web, senza ottenere –peraltro– un gran successo.

Ad ogni modo, so che s’è creata una sorta di “corrispondenza d’amorosi sensi” (per dirla come Foscolo) e che un po’ di affetto nei miei confronti lo provate.

C’è una cosa che per me è importante. Questa cosa si chiama Step1, ed è un webmagazine universitario davvero figo, e mica perché ci scrivo io.

Insomma, c’è una redazione che è un mondo bello, proprio bello. Redastrega e Rivista di Grido mi hanno insegnato che devo essere competitiva, che alla gente non interessa leggere le notizie vere ma sapere le curiosità più sceme, che chiunque è pronto a sbatterti una porta in faccia se non ci sono soldi o non c’è voglia di andare avanti.

Step1, invece, è una specie di isola felice.

C’è una direttora bassina e magra, coi capelli lisci lisci e un’energia che un po’ disarma, all’inizio. Perché da lei non te l’aspetti, perché poi ride quando ti assegna un pezzo di cazzeggio tremendo, e si fa seria in un secondo e mezzo ché per scherzare il tempo c’è, ma durante le riunioni non è l’unica cosa che si possa fare.

C’è un direttore che mi metteva una soggezione incredibile, i primi giorni. Perché ero convinta che non mi stimasse per nulla, e che non fosse neanche d’accordo col fatto che una come me tentasse di ficcarsi dentro una redazione come quella. Avevo una gran paura che mi rimandasse indietro gli articoli, però ci rimanevo male se non li rivedeva lui e lasciava fare alla direttora.

Ci sono colleghi con cui, il 25 Aprile, mi sono scolata un bottiglione di vino rosso, scherzando, cantando con la voce stonata e un po’ strascicata. E non li cito né li descrivo, perché dovrei cominciare da qualcuno e non saprei chi mettere per primo, ma sono tutti fantastici uguale, delle belle persone soprattutto e il resto viene immediatamente dopo.

Vi domanderete, cari lettori, cosa c’entrate.

Vi racconto una storia, in poche righe: tanti giornali fighi, importanti e seri, gli stessi che pubblicano gli scoop su quello che Berlusconi fa a villa Certosa, hanno pubblicato una notizia, un anno fa. Dicevano che una coppia di rom aveva tentato di rapire una bambina nel posteggio di un iper-mercato catanese. Era il periodo dei campi nomadi che venivano bruciati e della follia generalizzata. La notizia del tentato rapimento rimbalzò da questa a quell’altra testata, e nessuno si curò di verificare cosa fosse realmente successo. Nessuno tranne Step1. I due rom erano innocenti, manco a dirlo, e i giornali fighi, importanti e seri, gli stessi che pubblicano gli scoop su quello che Berlusconi fa a villa Certosa, non hanno detto una parola, al riguardo. Step1 sì.

Per questa cosetta, ci siamo guadagnati (per la verità io, all’epoca dello scoop, neanche sapevo cosa fosse Step1) una nomination al Premio Ischia Internazionale di Giornalismo, sezione “blog dell’anno”. Non per dire, ma gli altri candidati sono tipo Marco Travaglio, tipo PiovonoRane, tipo Byoblu.

Il 25 giugno, cioè domani, si chiudono le votazioni. Che vi costa passare un attimo da qui e votare per Step1?

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categoria:webbate, stronzate in libertĂ 
venerdì, 19 giugno 2009
Piacere, mi chiamo Agata e di mestiere faccio l'autostima.
Ho diciannove anni, tanti quanti la mia datrice di lavoro, tale LaCapa.
Non è un lavoro facile, il mio: devo fare i conti coi capelli ricci, i denti storti, la femminilità di uno scaricatore di porto di Liverpool, un nasone, e il fisico da Vasco Rossi in vacanza al mare.
Inoltre, il cervello è quello che è, per non parlare dell'ironia stupida e forzatamente sottile destinata a rimanere incompresa. Aggiungete un certo livello di sfiga e il quadro clinico è completo.
Mi chiamo Agata perché LaCapa sostiene che l'autostima debba avere un nome da santa e, dopo quasi vent'anni di conoscenza, sono giunta alla conclusione che mi manchi solo l'aureola.

Io e LaCapa abbiamo convissuto ignorandoci fino ad uno dei primi ricordi della suddetta: avrà avuto più o meno tre anni, ed era accovacciata sulle spalle di Padre, che s'era convinto di farle vincere la paura dell'altezza.

«Padre, dai, soffro di lentiggini!», sbraitava LaCapa, mentre io mi facevo gli affari miei altrove.

A quel punto arrivò Sorella, con Annah, l'arroganza, perché le due camminano sempre in coppia.

Sorella: «LaCapa, diomio, ho appena capito che sei stata adottata. Non vedi quanto sei brutta quando ti lamenti? Almeno in confronto a me che sono uno splendore!»

Padre rise, e LaCapa scoppiò in lacrime.

Annah, nel frattempo, era venuta a prendermi a mazzate. Ma mazzate pesanti, mica cazzi.
Sorella, nelle guance rigate di LaCapa scoprì la maniera più facile e veloce per ferire i sentimenti della sua piccola consanguinea.

«Brutta, ti guardi e sai che sei bruttaaa...», le canticchiava in ogni momento.

Nacque Fratello, e io fui chiusa in un ospizio per pazzi. LaCapa cresceva nella ferma convinzione di essere un brutto anatroccolo che mai si sarebbe trasformato in cigno, sicché imparò a convivere col suo status di gabinetto ambulante, per la gioia di Madre che, ignorando i tumulti che s'agitavano nell'animo della figlia, godeva del suo non ribellarsi quando la vestiva come fosse un aborto degli anni Settanta, costringendola altresì a portare i capelli corti e cotonati come i protagonisti di Grease.

Crescendo arrivarono le tette e qualcosa cambiò: LaCapa aveva una terza, mentre Sorella s'era fermata ad una prima scarsa.
Quando LaCapa si sentì dire, per la prima volta, "sei bellissima" quasi si commosse. Il fatto che a dirlo fosse stato uno zio non le importava.

Il mio rapporto con la vostra blogger preferita, a quel punto, era maturo per iniziare: le spiegai che nella vita servono delle idee e dei talenti, le dissi che doveva coltivare le poche qualità che aveva. LaCapa diventava una donnina polemica col sogno di fare la scrittrice, e io sapevo di essere colei che la plasmava.
LaCapa, in più, non aveva l'acne, al contrario di Sorella che dormiva col Topexan sotto il cuscino.

Io e Annah, nei nostri personalissimi campionati, cominciavamo a giocarci gli scudetti ai rigori.

LaCapa vinceva i suoi primi concorsi letterari e Sorella, di cinque anni più grande, le chiedeva di correggerle i compiti a casa; LaCapa scopriva cosa fossero i baci con la lingua e, contemporaneamente, uno dei molti fidanzati di Sorella, dopo quattro anni di relazione, scopriva di essere gay; LaCapa faceva crescere i capelli e comprava jeans a vita bassa, mentre Sorella si domandava cosa avesse fatto di male per essere nata piatta come una tavola da surf.

Il giorno dopo il suo sedicesimo compleanno, LaCapa incontrò E'solounamico: non erano parenti e lui le diceva che era carina, non le doveva dei soldi eppure le faceva i complimenti per come scriveva e, dopo averle detto che l'amava, non dichiarò d'essere omosessuale.

Lo sentivo, lo gustavo: il sapore della vittoria contro la malefica Annah, che era stata relegata in zona sostituzioni ad osservarmi flirtare con l'arbitro, nell'acmè del mio splendore.

Poi la decadenza: LaCapa scoprì le paturnie adolescenziali e Sorella, forse in astinenza sessuale, infieriva dandole della fallita. Come si fa ad essere delle fallite a diciassette anni?
La fortuna ha voluto che LaCapa si prendesse, nel frattempo, qualche soddisfazione. Eppure io, previdente come solo le autostime sanno essere, percepivo che il baratro s'avvicinava.

Il baratro aveva le sembianze di Originale, bello, intelligente e dannato. LaCapa sospirava, perdutamente innamorata, dicendosi che non era abbastanza per uno così, convincendosi che uno così non l'avrebbe mai più trovato e che, se anche ci fosse riuscita, a scovarlo, la storia di Originale (che non se la filava) si sarebbe ripetuta.

Il baratro tirò giù LaCapa per un anno e mezzo: dimenticare Originale, digerire l'impossibilità di trasferirsi a Roma, sopportare la mancata ammissione all'Università-wow, e farsi una ragione del fatto che MisterCameriere2008 non la volesse hanno atterrito non soltanto l'ideatrice di codesto blog, ma anche la sua autostima, ovvero la scrivente.

In corner mi ha salvata il Parolaio, con i suoi "LaCapa, ti dirò che sei bella finché non avrò superato in numero tutte le volte che Sorella t'ha detto che sei brutta".
Ebbene sì, lo ammetto: ero messa così male che mi sono fatta salvare la vita da un uomo (d'età è più grande di Sorella) arrogante, con la barba, e senza capelli. L'ho fatto per LaCapa, che credete?
E anche un po' per Annah... Sapeste che soddisfazione spaccarle i denti con un sinistro ben assestato!

Adesso sto qua, senza nemici e un po' in pace con me stessa. Sì, okay, Batteristalcolizzato a LaCapa un complimento non gliel'ha mai fatto, ma quella è questione di carattere e finché fa il bravo (cioè non si nega quando lei lo chiama e insiste nonostante lei continui a negarsi quando lui la chiama -e cambia le lenzuola, aggiungerei) non ci sono problemi.

Ogni tanto, però, una scossa futile ci sta.

Ieri sera, ad esempio.

LaCapa, ad una festa-concerto universitaria, ha pensato di controllare il cellulare: tre nuovi messaggi, tre uomini diversi che, in varia maniera, la cercavano. LaCapa, gongolando, è andata a prendere di che dissetarsi con DearLowe e s'è seduta con lei a bere una birra sul prato. Una coppia di baldi giovani ci ha messo trenta secondi per prendere posto accanto a loro e iniziare a chiacchierare. Quando LaCapa e DearLowe li hanno salutati, i due le hanno implorate per avere, se non il numero di cellulare, la promessa che avrebbero accettato la richiesta d'amicizia su Facebook.
LaCapa e DearLowe, allontanandosi, ridevano dei due tipi appena liquidati e una comitiva di fanciulli ha proposto: «Che ne dite se ridiamo tutti insieme?»

LaCapa e DearLowe, pensando che il mondo fosse impazzito, sono andate a ballare. Sotto il palco, due ragazzi le hanno abbordate. LaCapa e DearLowe si sono mostrate cordiali, hanno scroccato una sigaretta ciascuna e, sempre con cordialità, li hanno abbandonati.

Io, in questi casi, dato che di mestiere faccio l'autostima e mi chiamo Agata (piacere!), sorrido e ringrazio. Divertita.
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categoria:stronzate in libertĂ , requiem per il mio neurone
giovedì, 18 giugno 2009

DearLowe: «Sai, Dearfriend Porno, ogni volta che sono al telefono con te devo fare la cacca. E, visto che sono stitica, è una sensazione meravigliosa.»

Dearfriend Porno: «Vedi? Le vere amiche si riconoscono nel momento del bisogno

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categoria:requiem per il mio neurone
mercoledì, 17 giugno 2009
Se io sono arrogante è colpa di Madre.
Madre è la classica donna che crede di sapere tutto e non accetta alcun tipo di consiglio, poiché su Madre lo Spirito Santo ha infuso la scienza in relazione a qualsiasi ambito dello scibile umano.
Madre, visto come si comporta, ha una laurea in Medicina, una in Giurisprudenza, un paio in Ingegneria ed Economia, una in Scienze Politiche e, per non farsi mancare niente, una in Architettura. La laurea in Lettere ha preferito evitarla perché, per sua stessa ammirevole ammissione, "le regole del posizionamento delle virgole sono incomprensibili".

Madre si definisce una cattolica di sinistra.

LaCapa: «Gli immigrati?»
Madre: «Dovrebbero starsene a casa loro, e non rompere le scatole qua.»
LaCapa: «La pena di morte?»
Madre: «Giusta. Giustissima. Non capisco cosa aspettino a rimetterla in Italia!»
LaCapa: «Omosessuali?»
Madre: «Facciano quello che vogliono. Ma lontano dai miei occhi, perché mi fanno un po' impressione. Diomio, vado a farmi il rosario...»
LaCapa: «Aborto?»
Madre: «Santa cosa
LaCapa: «Eutanasia?»
Madre: «Santissima cosa
LaCapa: «Divorzio?»
Madre: «Dio benedica chi l'ha inventato
LaCapa: «Un politico che voteresti volentieri?»
Madre: «Fini. E dopo che ho visto le foto di Berlusconi su quel giornale spagnolo, voterei pure lui. Ma per rispetto, dico. A settant'anni avercelo così...»

Nelle parole di Madre non c'è niente di cattolico, tanto meno di sinistra.

LaCapa: «Madre, sei di destra o di sinistra?»
Madre: «Di destra mai. Io sono di sinistra.»

Io c'ho provato, vi giuro che c'ho provato a farle fare un po' di chiarezza, c'ho provato a spiegarle che certe cose non si possono proprio sentir dire, c'ho provato a convincerla che sbaglia, che è sulla buona strada per la blasfemia politica e la bestemmia della peggior specie.
Niente.
Madre si definisce una cattolica di sinistra, e moderna pure.

Madre indossava i jeans, a diciott'anni, per questo era moderna. Madre ha il cellulare e, ogni tanto, mi manda un sms per ricordarmi di pranzare, o di tornare a cena. Madre è molto moderna.
Madre è talmente moderna che oggi mi ha chiesto come entrare su internet dal computer di Sorella, temporaneamente assente.

Lei ha acceso il marchingegno e, non appena il desktop è diventato vagamente blu, non appena la clessidra della freccetta è sparita per un nanosecondo, ha iniziato a cliccare come un'ossessa sull'icona "risorse di rete".

Madre: «LaCapa, questo coso non funziona. Io il tuo lo sapevo usare, quello di Sorella no.»
LaCapa: «Madre, sei sicura che hai solo bisogno di cercare una cosa su Google?»
Madre: «Sicurissima.»

In fondo, sono una buona figlia. Spiego a Madre che abbiamo il wireless, e che il computer si connette automaticamente, che le basta cliccare sull'icona di Internet Explorer [sì, Sorella usa ancora Internet Explorer] e che Google si aprirà automaticamente...

Madre: «Bene. Adesso fammi entrare su emme-esse-emme
LaCapa: «Madre, scusami, vuoi metterti a chattare?»
Madre: «No, ma deve pur esserci un modo per leggere le conversazioni passate, giusto? Voglio sapere con chi ciatta Sorella.»
LaCapa: «Non ti aiuterò mai in un intento così subdolo, sappilo. E se vuoi che t'insegni ad usare internet, okay, ma devi garantirmi che non t'impiccerai dei fatti nostri. Altrimenti metto password ovunque, anche sulla porta del bagno per andare a fare la pipì, sono stata chiara?»
Madre: «Secondo te, io ho bisogno dei tuoi insegnamenti per usare un computer? Ti ricordo che sono Madre, e tu sei figlia, nonché LaCapa: non c'è niente che io possa imparare da te.»

Madre, impacciata ed arrabbiata, ha staccato la spina del computer di Sorella, perché non riusciva più a capire come si spegnesse, s'è alzata dalla poltrona ed è andata via sbottando e sbuffando, perché non ci sono più i ventenni di una volta, perché l'autorità non viene riconosciuta, perché figurarsi se mia figlia può darmi lezioni di qualcosa.

Ecco, ve l'ho detto: se io sono arrogante è solo colpa sua. Inesorabilmente colpa sua.
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categoria:stronzate in libertĂ , requiem per il mio neurone
lunedì, 15 giugno 2009
Casa al mare di Dearfriend Porno è un non-luogo di pace e tranquillità, dove il tempo e lo spazio si fermano, dilatati fino all'inverosimile: si fa la spesa da una vecchia signora che prende il pesce a mani nude e lo mette in una busta di carta, con le stesse mani sceglie la frutta e piazza il prosciutto sull'affettatrice. Nel suo piccolo negozio d'alimentari i biscotti sono scaduti nel 2007, ma sono buoni lo stesso e ci si fa merenda ugualmente, senza pensarci.

Casa al mare di Dearfriend Porno dista non più di trenta metri dal mare, e l'acqua è sempre fredda e sempre pulitissima. Di sera, dalla terrazza, si vede sorgere la luna e la si vede salire nel nero del cielo, tra le stelle, finché non arriva proprio sopra le teste di chi la guarda. All'orizzonte, poi, una lucina rossa si muove lenta: una barca a remi, un pescatore da solo e i polpi da prendere per venderli al mercato del pesce l'indomani mattina, freschi freschi.

In tempo d'esami, a casa al mare di Dearfriend Porno ci si va per studiare, con DearLowe e DolceAgnellino, salvo poi trovare in zona i ventimila parenti della padrona di casa, e tutti, di cognome, fanno Porno, non si scherza.
Quando si torna alla vita normale, quella col tempo e con lo spazio, si ha la pelle quasi viola, scottata dal sole.

Le nostre conoscenze di base delle materie che dovevamo preparare non è aumentata di una virgola, in compenso io e DearLowe abbiamo perso a scopone scientifico una serie infinita di partite, Dearfriend Porno s'è abbronzata tanto da essere nera nera nera, e DolceAgnellino ha scoperto di conoscere le costellazioni.

Ci si ritrovava la sera, sul dondolo, in terrazza, con quell'infinità di mare ad un passo, e avevamo tante cose per la testa, tutte noi. Ed erano pensieri divesi, sconnessi.

LaCapa: «E' possibile che i miei genitori non mi abbiano mai chiamata, in questi due giorni?»
DearLowe: «Su questo dondolo potrei addormentarmici...»
Dearfriend Porno: «Non è vero che quando pensi ad una persona gli fischiano le orecchie: a quest'ora quel poveraccio dovrebbe essere incapace di dormire da mesi.»
DolceAgnellino: «Vedete? Quella lassù è Cassiopea, a forma di doppia vu. Poi si vede il Piccolo Carro, e pure il Grande Carro. E là, a destra, accanto alla Luna, Venere!»

Poi arrivava Fratello di Dearfriend Porno, con una falena tra le mani, me la metteva sotto il naso, e io scappavo, e gridavo e tutti ridevano, e si stappava una bottiglia di vino.
Fragolino, perché con quello si va sul sicuro, perché piace a tutti. E perché è rosa come il tramonto senza sole che si scioglie in quell'acqua salata così vicina e così familiare.
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categoria:stronzate in libertĂ , requiem per il mio neurone
mercoledì, 10 giugno 2009
LaCapa: «Mi offri una sigaretta, cara?»
Dearfriend Ballerina: «Sappi che, nella prossima vita, ogni sigaretta che mi scroccherai me la pagherai due euro.»
LaCapa: «Allora comincia a mettermeli in conto.»
Dearfriend Ballerina: «Tanto ci rivediamo all'inferno, tesoro.»
LaCapa: «Almeno là gli accendini sono gratis.»
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categoria:requiem per il mio neurone
domenica, 07 giugno 2009
C'è una persona che conosco da anni e che tutti chiamano Il Bifolco.
C'è che questa persona, quando la incontro, ha sempre una bottiglia di vino tra le mani e beve.
C'è la sua camicia, perennemente stropicciata e fuori dai jeans strappati.
E c'è il fatto che ieri sera, all'Ostello, mentre MisterCameriere2008 faceva lo splendido -secondo Dearfriend Ballerina-, Il Bifolco mi ha raccontato la sua filosofia di vita, la sua teoria sull'affezione.

Prendi la tua stanza, mi ha detto, e immaginatela così com'è, che credo sia com'è sempre stata.
Un giorno, all'improvviso, mettici dentro una sedia. Non importa che tipo di sedia, può essere anche pieghevole e di legno. Non badare a dove la metti, purché ci sia. Fai conto, però, per comodità di narrazione, di averla lasciata là al centro.
Ogni giorno, per tanti giorni, entri nella tua stanza e guardi la sedia; dopo un po' non farai più caso al fatto che la sua presenza ingombri parte della tua camera, perché ti sarai abituata.

Dopo qualche tempo arriva uno sconosciuto, oppure un amico, oppure un parente (ma nemmeno questo è importante) che prende la tua sedia e se la porta via.

Era una sedia, una inutile e stupidissima sedia, eppure ti mancherà.

Ci sarà uno spazio vuoto che ti sembrerà immensamente grande e vigliaccamente insensato, senza quella sedia nella tua stanza.

E con le persone è così, uguale identico.

Vedi sempre qualcuno, ci fai due passi assieme, ci scambi quattro chiacchiere, poi otto, poi sedici, poi trentadue, poi sessantaquattro e via dicendo. Fai questa vita il lunedì, il martedì, il mercoledì, il giovedì, il venerdì, il sabato e la domenica non ti riposi, lo fai lo stesso. Per una settimana, un mese, un anno, dieci.

Quando questa persona non la incontrerai più, quando smetterà di far parte della tua esistenza, ti mancherà. E potrà essere la persona più infima e volgare sulla faccia della Terra, ma ti mancherà e tu non potrai farci niente.
Desidererai rivederla, dirle qualche parola, stringerle la mano o, peggio ancora, abbracciarla.
Rimpiangerai la monotonia delle discussioni o l'armonia nel disaccordo.
Quando scenderai per strada guarderai bene a destra e a sinistra, scorgerai nei lineamenti degli altri il suo profilo, incrocerai i suoi occhi in quelli di un passante mai visto prima.
E proverai un tuffo al cuore.

Perché gli uomini, a ben vedere, non sono tanto diversi da quella sedia.

Sono presenze costanti che ti tirano via l'aria e lo spazio, ma senza, il vuoto è duro da sopportare e difficile da colmare.
E con "uomini" non intendo esseri viventi di sesso maschile, bensì proprio genere umano.

Il Bifolco parlava e sorrideva, ed io ridacchiavo, fingevo di non dar peso a ciò che diceva.
Invece riflettevo.

La mia stanza è piena di sedie: grandi, piccole, con l'imbottitura, pieghevoli di legno e di plastica, consunte, coi piedi un po' corti e un po' lunghi. C'è pure qualche sgabello, sparso qua e là.
Alcune, col tempo, mi sono state portate via, e la loro assenza mi ha destabilizzata. Altre sono diventate divani spaziosi o comode poltrone, solidi elementi di arredamento piantati nel pavimento e assimilabili a pilastri di una vita.
Nella mia stanza ci sono anche delle sedie a sdraio (non mi faccio mancare niente, io): morbide e accoglienti, hanno mutato il loro aspetto, talvolta in base al mio umore, talaltra secondo volontà superiori delle quali non è possibile indagare le ragioni.

Sono pigra e faccio una vita seduta.

La teoria sull'affezione del Bifolco non è da buttar via.

Io, però, non sono una sedia. E non voglio esserlo.
Mi piacerebbe essere un appendiabiti o un portaombrelli: loro stanno nascosti, negli angoli, generalmente accanto alle porte.
Passano inosservati e sono utili. Poi, sono sempre vicini all'ingresso che, all'occorrenza, diviene un'uscita.
Eccomi, lì. Pronta per la fuga.
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categoria:stronzate in libertĂ , riflettevo
lunedì, 01 giugno 2009
Ha il cinturino di pelle marrone e, a proteggere il quadrante, un dischetto di vetro, di quel vetro vecchio e graffiato che rende proprio bene l'idea dell'uso e del passato.
Ha solo questo: un cinturino di pelle marrone e un dischetto di vetro, incastonato in un'impalcatura dorata e lisa.

Non ci sono lancette, non ci sono tacche che indicano le ore e i minuti.

E' l'orologio perfetto per una che, a diciannove anni, non ha ancora imparato a leggere il tempo.

Al polso mi sta bene, sembra sia stato fatto apposta per me.

L'ha trovato E'solounamico sul tettuccio della sua macchina, prima di passarmi a prendere questo pomeriggio. L'ha preso e l'ha posato sul sedile del passeggero.

LaCapa: «E' mio.»
E'solounamico: «Sì, può darsi.»

Quando lui è arrivato sotto casa mia, io ero appena rientrata. Ero stata a sentire musica in un posto a cui sono legati tanti ricordi della mia infanzia.
In quella chiesa i miei mi hanno fatta battezzare, poi ho fatto la Prima Comunione, e poi, a distanza di qualche anno, la Cresima. In quella sagrestia, mesi dopo, avrei fatto il primo tiro da una canna, coi ragazzi più grandi che davano una mano col catechismo.
A dirla tutta, oggi pomeriggio non ero proprio in chiesa: ero là dietro, vicino alla canonica. Non sapevo che lì si ospitasse una scuola di musica, per quello, quando il Parolaio mi ha detto del concertino, mi sono stupita.
Però è stato bello.
I musicisti che c'erano, tutti, le note le sentivano. E le disegnavano nell'aria con una bacchettina piccola e precisa. Pochi strumenti, una sinfonia per bambini, eppure io, quando hanno fatto una ninnananna (lo sapevate, voi, che tutte le ninnananna sono in sei ottavi?), c'avevo un po' di lucciconi, così, per non farmi vedere dal Parolaio impegnato ad immortalare la melodia, mi sono nascosta dietro la testa del tizio seduto davanti a me e non mi sono smossa finché non è finita.

Pensavo che avrei voluto prendere carta e penna, e scrivere tutto. Descrivere, nei minimi dettagli, il colore del legno dei violini, l'emozione negli occhi di quella ragazza così dolce, che per la prima volta dirigeva un'orchestrina e per questo le tremavano le mani. Avrei voluto poter raccontare di quell'altro con la maglietta rossa, che ho pensato che fosse un genio. No, dico sul serio, lo guardavo e mi dicevo: "Ecco, questo è proprio un genio".

E poi, clic, clic, clic. Il Parolaio e la sua Nikon si occupavano di non disperdere niente, eccetto il suono.

Quando poi mi ha riaccompagnata a casa, la ninnananna m'era entrata dentro in una maniera strana.
Così, bè, mi sarei morsa le labbra volentieri e invece parlavo, e ogni parola costruiva una frase e ne buttava giù un'altra.
Giù da un'impalcatura dorata, come quella che tiene il dischetto dell'orologio senza tempo, che è diventato mio pochi minuti dopo che avevo salutato il Parolaio, con un abbraccio e un bacio sulla guancia, e la sua barba che mi pizzicava la pelle.

Ho deciso che il mio orologio senza tempo è come quello che Jun e il Signor Rail si scambiano in "Castelli di Rabbia", di Baricco. L'orologio che contava i minuti del tempo anomalo, e unico, che era il tempo del loro volersi. E l'istante, quel magico istante in cui si rivedevano dopo tanto essere stati lontani, era sempre lo stesso istante.

Il mio orologio senza tempo conterà pure lui delle anomalie: saranno gli attimi che mi ci vorranno per guardare il Parolaio con gli stessi occhi con cui lui guarda me, quelli pieni di affetto puro, senza soppalchi o cantine; saranno i secondi che ho impiegato per trasformare E'solounamico nel migliore amico che potessi sperare d'incontrare; saranno i minuti della mia incertezza e delle insoddisfazioni; saranno le ore delle parole che non ho detto, o che mi sono state taciute, o che non ho capito, o che ho fatto finta di non capire perché altrimenti sarebbe stato troppo complicato.
 
Il mio orologio senza tempo è l'unico che, attorno al mio polso, non sembrerebbe fuori luogo.

Per me, del resto, un'ora può durare un'eternità oppure appena un istante. Tanto, le lancette non le capisco. Ed è meglio così.
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categoria:stronzate in libertĂ 
giovedì, 28 maggio 2009
Sto pensando al modo migliore per dirvi quello che vi devo dire.
Però non lo trovo.

Certe cose vanno dette e basta, vanno scritte così come vengono, senza andare troppo per il sottile.

E' successo più di un anno fa: LaCapa andava all'Ostello e, per una vile scommessa con le Dears, lasciava un bigliettino con il suo numero di telefono a MisterCameriere2008.
MisterCameriere2008 non ha richiamato il giorno successivo, né quello dopo, né quello dopo ancora.
MisterCameriere2008, un po' per gioco un po' per piacere, è diventato un personaggio attorno al quale far ruotare questo blog.
Post su post sono iniziati con la formula "ieri sera sono andata all'Ostello", tanto che ho anche pensato di farne un tag, così da non doverlo ripetere ogni volta.

Insomma, MisterCameriere2008, coi suoi sguardi sornioni e i suoi sorrisi brillanti, aveva catalizzato la mia attenzione, dimostrando un interesse talvolta relativo, talvolta spiccato. Talvolta -perché nasconderlo?- l'unica cosa che dimostrava era uno smaccato e arrogante disinteresse.

Il sodalizio Dears-Ostello s'è andato disperdendo, dopo un'estate di matrimonio riuscito, e ha lasciato il posto ad un autunno e ad un inverno segnati da sporadiche apparizioni tranquille e rilassate.

E' primavera.

«E a primavera gli uccelli si risvegliano e spiccano il volo», secondo una Dear a caso, Dearfriend Porno.

A primavera, per la precisione in una calda serata di fine maggio, Dearfriend Porno ha avuto ragione.

Il mio cellulare ha squillato. Il telefonino era lontano, così non sono riuscita a rispondere. Il numero chiamante era sconosciuto.
Ho fatto uno squillo, sperando che telefonasse ancora. Ma niente.

Sono andata a cena, mollando l'aggeggio in camera mia, e quando sono tornata lo schermo era illuminato.
Un nuovo messaggio. Quel numero ignoto.

"Ciao LaCapa, come stai? Quando saprai chi sono forse riderai, dopo tutto questo tempo... Ma c'era sempre quel bigliettino che un giorno mi lasciasti. Comunque, meglio tardi che mai, almeno per me. Un bacio, MisterCameriere2008, Ostello".

Quando ho finito di leggere, c'era qualcosa che non m'era chiara. Ho letto ancora, e ancora.
MisterCameriere2008.

Nel momento in cui ho realizzato la portata dell'evento, sono scoppiata in una fragorosa risata.
Dearfriend Porno, l'unica a cui finora ho dato la notizia, s'è ammutolita. Non riusciva a parlare, e laddove trovasse le parole erano domande volte ad accertare la veridicità di quanto le avevo appena detto.

Dearfriend Porno: «Quando ci torniamo all'Ostello?»
LaCapa: «Presto.»
Dearfriend Porno: «Che vuoi fare, LaCapa?»
LaCapa: «Ridere di lui.»
postato da: LaCapa alle ore 22:42 | Permalink | commenti (7)
categoria:stronzate in libertĂ , requiem per il mio neurone